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Francia: 100 anni di laicità

Francia Dicembre 2005

07/12/2005
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Venerdi 9 dicembre si celebra un centenario in Francia.: quello della legge sulla separazione tra Stato e Chiesa Cattolica, varata dal governo radical-socialista nel 1905. Un centenario “topico” alla luce delle recenti polemiche sul velo islamico e sul discutibile esito proibizionista, giustificato proprio in nome della laicità dello stato. Un’occasione dunque per riflettere: allora come oggi la scuola fu terreno d’elezione per lo scontro sulla laicità. Infatti la legge del 1905 fu preceduta nel 1904 dalla legge che vietava alle confraternite religiose di istituire scuole.

In realtà tutto ciò era iniziato molto tempo prima, intorno al 1880, quando al potere erano arrivati i repubblicani. Jules Ferry, ministro dell’istruzione di allora, passò alla storia per aver voluto una scuola elementare in ogni municipio a costo di occupare l’ufficio del sindaco. Un atto che, insieme allo stipendio statale e alla pensione per i maestri, metteva definitivamente fine al monopolio che la Chiesa aveva avuto nel campo dell’educazione negli anni della Restaurazione e in quelli del Secondo Impero.

Ma nel 1904 il divieto di istituire scuole religiose più che al settore elementare si rivolgeva a quello secondario. Agli inizi del novecento la scuola francese era divisa in due percorsi educativi, separati per censo e per classe sociale. La scuola comunale, scuola del popolo, era gratuita e positivista. I licei e i collegi, la scuola dell’aristocrazia e della ricca borghesia, erano a pagamento e tradizionalisti nei contenuti e nei metodi. E per la metà erano costituiti da istituti religiosi. La sfida dunque era su chi dovesse avere il compito di riprodurre la futura classe dirigente: la Chiesa o lo Stato? E tutto ciò in un momento in cui, come aveva dimostrato l’affare Dreyfus, nasceva e si sviluppava quel ruolo politico dell’intellettualità che la Francia esporterà in tutto il mondo.

Ma la battaglia decisiva si era svolta in ambito rurale, che era ancora ampiamente conservatore, e qui decisivo fu il ruolo dei maestri. Spesso osteggiati dai tradizionalisti, dal clero e dai notabili locali, obbligati a comportamenti severi e rigorosi, dal 1880 gli “ussari neri della Repubblica” furono la versione laica del prete. Figli della classe contadina erano disprezzati dai notabili e visti con soggezione dal popolo. Assegnati lontano da casa, furono a lungo degli isolati: una condizione pesante, soprattutto per le donne, che, assai più della vocazione, spiega la poca propensione al matrimonio. Ma il loro isolamento li spinse a sviluppare, per sé e per i loro allievi, ruoli e funzioni oggi insostituibili nella vita di ogni comunità francese: l’escursionismo, il campeggio, la raccolta museale di reperti storici, botanici e minerari, la corrispondenza con gli altri maestri e di conseguenza la letteratura pedagogica, la storiografia locale, dal momento che oltre che maestri erano spesso anche segretari comunali.

L’esito, che andava ben oltre le lezioni scolastiche, fu un processo di crescita della società civile su tutto il territorio francese, in cui le scuole costituirono altrettanti presìdi e di cui le leggi del 1905 costituirono, tutto sommato, il punto di non ritorno, istituendo quel principio di “saperi repubblicani” da cui nessuna delle due sponde della politica francese è oggi in grado di prescindere.