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Il vero ed il falso dell'Università 2

Lettera aperta di un professore associato dell'Università di Bologna.

26/11/2008
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Dopo la lettera aperta di un ricercatore universitario che abbiamo pubblicato ieri sul nostro sito, riportiamo di seguito la lettera di un professore associato dell'Università di Bologna. Anche se le opinioni espresse in qualche caso non sono le nostre, ci pare un contributo interessante da portare all'attenzione dei nostri lettori e per sottolineare come le informazioni che circolano su questi temi siano spesso superficiali o deformate.

Roma, 25 novembre 2008
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In difesa degli asini nelle Università

Nelle scorse settimane in diversi dibattiti televisivi rappresentanti della maggioranza di governo hanno citato il finanziamento a una ricerca universitaria sull’asino del monte Amiata come esempio emblematico dello sperpero di denaro pubblico in attività inutili e pretestuose. E ho inteso esponenti politici d’opposizione, giornalisti, opinionisti non spendere parole in difesa della legittimità di ricerche sui più diversi oggetti, ma concordare sulla necessità di maggiori e più efficaci controlli sulla qualità della ricerca universitaria. Il che è indiscutibilmente opportuno. Ma perché una ricerca sull’asino dell’Amiata (o su ogni altro oggetto, per specifico e apparentemente poco rilevante che sia) deve di per sé essere uno spreco, a prescindere dal rigore dell’indagine, dalla qualità del metodo, dalla sua importanza nel quadro degli studi di quel settore? Cosa sa un politico di turno, cosa è chiamato a valutare il pubblico della legittimità di una ricerca specialistica? Non so nulla di asini, né ho letto quel progetto, né conosco, neanche indirettamente, i colleghi che l’hanno redatto. Potrebbe darsi che sia pessimo, e che sia stato scandaloso attribuirgli un finanziamento. Il che purtroppo accade, e va trovato un modo per evitare e contenere gli sprechi con strumenti di valutazione rigorosi. Ma potrebbe anche essere eccellente: non basta l’oggetto a valutarlo. Quel che so, dell’asino dell’Amiata, è di competenza comune, alla portata anche di chi ci rappresenta e governa (e comunque ricavabile dalla consultazione di un’enciclopedia): si tratta di una razza autoctona oggi in via di estinzione, salvaguardata soprattutto grazie alle attività di studio di chi se ne occupa, nel quadro più ampio e affatto secondario della ricerca, come si dice oggi, sulla biodiversità. Non è detto affatto che la scienza debba produrre profitto, ma è anche possibile che quello studio entri a far parte, ad esempio, di progetti di riqualificazione turistica di quel territorio, o sia utile alla ricerca farmacologica o nutrizionistica. O che la ricerca su questo particolare asino risulti, oggi o tra vent’anni, sussidiaria a una ricerca assai importante su altri equini o anche sullo sviluppo della specie umana. Del resto, a chi si occupa dell’Ariosto sono utili gli studi sui cantastorie o possono esserlo i contributi sulla storia dei giardini nel ferrarese. E a moltissime scoperte importanti, anche in medicina e in farmacologia, sì è arrivati, non a casaccio ma per caso, nel corso di altre ricerche.

La ricerca universitaria, la ricerca tutta finanziata con denaro pubblico, è e deve essere indipendente da ogni criterio di mercato, che caratterizza invece i finanziamenti privati. Questo vale per le ricerche sull’asino come per qualsiasi altra ricerca. Tale autonomia è fondamento della società civile, ed esiste a garanzia di tutti i cittadini, non solo di una casta di baroni universitari o degli studenti di corsi di laurea improbabili. Ciò risulta del tutto evidente per cose di grande momento: le ricerche farmacologiche o sull’energia alternativa, ad esempio, con finanziamenti pubblici possono operare per un miglioramento della qualità della vita dell’umanità con tempi e dispendio di risorse necessari, ma non attraenti per le case farmaceutiche o per le compagnie petrolifere. Ma come i vaccini, così gli asini dell’Amiata, le ciocie o le tradizioni alimentari, e Dante, Manzoni, Giuseppe Verdi, la storia degli ebrei a Roma nel Cinquecento o ogni altra cosa del cui studio la ricerca pubblica è strumento insostituibile. Altrimenti peraltro tanto varrebbe chiudere tutte le facoltà umanistiche, la cui funzione primaria non è solo di formare insegnanti ma di produrre cultura, in modo inevitabilmente e necessariamente indipendente dal profitto. Le università sono i luoghi del sapere, e in quanto tali vanno mantenute. Che l’autonomia della ricerca sia tutelata, che le risorse che la tengono in vita siano mantenute e rinforzate (in questo paese sono estremamente esigue, del tutto inadeguate) è una necessità di tutti. Questo è uno dei fondamenti della società civile, dei principi di base di gestione della cosa pubblica in Europa, di funzione sociale della cultura quale si viene costituendo con l’affermarsi degli Stati moderni dopo l’Illuminismo e la rivoluzione francese (vere radici identitarie dell’Europa). Certo occorrono strumenti di controllo efficaci: ma non sono il giudizio grossolano, l’obiezione populista di chi nulla sa di queste cose e mira, con volgare retorica, al consenso di chi l’ascolta. Sono commissioni internazionali di esperti, chiamati a valutare il lavoro di altri esperti: il che già avviene, nelle commissioni ministeriali, ed è un meccanismo che va rinforzato e perfezionato.

Scuole e Università non appartengono solo a chi vi insegna e a chi vi studia: la loro attività è nell’interesse di tutti i cittadini. Sembra essere opinione condivisa dalla maggioranza di governo e anche da parte dell’opposizione e dell’opinione pubblica che vi siano troppo corsi di laurea inutili perché poco frequentati, e troppi docenti, che lavorano poco e male. Che il problema dell’università, ha detto qualcuno, siano i professori che non fanno lezione o ricevimento, non i tagli alla ricerca e alla didattica. Pare anche a me che vi siano corsi di laurea inutili. Ma tra quelli che a me paiono inutili, mal strutturati, alcuni richiamano grandi quantità di studenti: i numeri non sono l’unico criterio possibile di valutazione. Anzi in questo caso spesso non lo sono affatto. Né il numero di studenti né i numeri dei bilanci; se gli atenei devono nutrirsi essenzialmente delle tasse pagate dagli studenti tocca che li attirino con pubblicità improprie, con percorsi di studio accattivanti e spesso inutili, e comporta che taglino sulla ricerca e sulla qualità dei servizi e della didattica. Un docente a contratto – che insegna senza che i suoi titoli siano stati valutati da una commissione di concorso – costa meno di un ricercatore o di un professore a ruolo. Costano i docenti qualificati, e costano laboratori, conferenze, pubblicazioni. Ma sono costi indispensabili a formare competenze utili alla società tutta, che dalla società vanno sostenuti. In queste settimane hanno destato pubblico scandalo le condizioni finanziarie dell’Università di Siena. Non so quanto direttamente queste condizioni siano legate alla qualità di ricerca e didattica di quell’ateneo. Ma accanto alle informazioni sui bilanci in rosso sarebbe opportuno ricordare che quell’università è un luogo d’eccellenza appunto per ricerca, didattica, servizi. Cose che, soprattutto in un ateneo relativamente piccolo, comportano spese ingenti.

Concordo col fatto che la riforma dell’Università (quella pensata dal ministro Berlinguer e attuata con qualche modifica dal ministro Moratti) sia stata un disastro: spezzatura del percorso di studio in laurea breve e magistrale, riduzione di corpo e d’importanza del lavoro di tesi, possibilità di opzione tra corsi da pochi crediti: tutto ciò concorre ad indurre gli studenti ad uno studio superficiale, generalistico, a disegnare una funzione dell’università diversa e ridotta rispetto a quella che finora l’ha caratterizzata: quella di una sorta di super liceo. All’università chi insegna deve anche fare ricerca; i testi di cui dà conto a lezione capita che li scriva anche. Il rapporto tra didattica e ricerca è sua caratteristica primaria e ineludibile; gli studenti imparano da chi le ha prodotte cose che richiedono competenze specializzate. E può capitare che queste competenze attirino pochi studenti, dunque pochi proventi per l’Ateneo. Ma questo non è uno sperpero, né comporta necessariamente che quei corsi siano inutili: possono produrre ricerche e competenze utili all’intera cittadinanza, benefici per tutti, a breve o a lungo termine; che proprio per questo siano corsi d’eccellenza da salvaguardare e incrementare.
Certo già la spiccata autonomia dei diversi atenei, poi adesso molto di più la proposta di trasformarli in fondazioni a partecipazione privata non soltanto procede, coerente, nel solco del disastro già in parte attuato: lo rende totale e definitivo. Nulla che non sia a reddito può più essere mantenuto, a scapito non solo della crescita, ma del mantenimento delle condizioni minime essenziali di benessere e civiltà di tutto il Paese. Peraltro va detto che è pur vero che vi sono alcuni docenti che lavorano peggio e meno di come si dovrebbe, ma che pure moltissimi lavorano assai bene, e più di quanto sarebbero chiamati a fare (a fronte di salari assai più bassi che in altri paesi d’Europa). Se i docenti che ricoprono – del tutto gratuitamente – più di un insegnamento, gli assegnisti, contrattisti, dottorandi smettessero di fare quel che fanno in più di quanto è loro richiesto da contratto di lavoro o di studio l’offerta didattica diverrebbe del tutto insufficiente. Non siamo troppi: siamo troppo pochi, e lavoriamo in condizioni non buone o addirittura pessime. Le nostre ore di lezione sono poche, a confronto con quelle della scuola. Ma a supporto di esse, in relazione ad esse vi sono moltissime altre ore di lavoro di ricerca e di laboratorio, che possono essere rendicontate solo in termini di prodotto (cioè pubblicazioni scientifiche). Chi non le fa è giusto sia sanzionato: produce un danno per i colleghi che lavorano, per l’Ateneo, per la società. E queste sanzioni attualmente non esistono. Ma a chi la ricerca la fa vanno garantite, pur in epoca di ristrettezza, condizioni minime e libertà per attuarla. Non sono cose che si controllano con i tornelli o con norme restrittive del tutto improprie e inefficaci: a che serve che stia in università a esibire la mia presenza o a cercare un libro che la biblioteca non ha i soldi per comprare, piuttosto che a casa a scrivere un saggio, compulsando dei libri acquistati da me con soldi miei (e non è prevista per questo alcuna forma di detrazione, cosa che in altri Paesi invece esiste), o in qualche luogo utile alla mia ricerca? Che ho lavorato lo dimostrerò pubblicando i risultati del mio lavoro, che saranno valutati da esperti: e questo è l’unico criterio possibile e adeguato di controllo.

La riforma Gelmini intende por mano anche ai meccanismi di reclutamento del personale docente. Le commissioni di concorso verrebbero scelte mediante un macchinoso sistema misto, di sorteggio e votazione. Questo si vuole giovi a garantire la correttezza della valutazione. Ma non è così: questo giova a complicare le cose, e a incentivare complesse e scorrette contrattazioni. L’equivoco sta in questo: non è vero che si possono garantire, per questa o altra via, valutazioni “oggettive” dei concorrenti. Non si può valutare in modo neutrale, oggettivo, se una certa ricerca, pubblicazione, attività didattica sia in assoluto migliore o peggiore di un’altra: il giudizio dipende inevitabilmente dall’orientamento dei commissari, dalla tradizione di studi cui appartengono, dagli oggetti del loro interesse di studiosi e docenti. E se in un dipartimento, un istituto, una facoltà si chiama un concorso per un nuovo professore ordinario, associato o ricercatore sarà utile all’orientamento didattico e di ricerca del luogo in cui opererà che le sue specializzazioni affianchino quelle dei colleghi ma non si sovrappongano ad esse, che i suoi indirizzi metodologici siano coerenti con i loro. Così si organizzano percorsi didattici efficaci, così si creano e si perpetuano delle scuole e delle tradizioni di studio, non delle baronie. Il reclutamento dei docenti in altri Paesi europei e negli Stati Uniti avviene su queste basi: si sceglie il docente a partire dalle esigenze del luogo destinato ad accoglierlo. In Italia si era pervenuti ad un sistema che, pur non del tutto coerente, si avvicinava a questi principi: su ogni posto messo a concorso la commissione esprimeva dapprima tre, poi due idonei, tra i quali l’Ateneo poteva scegliere in base a un profilo dichiarato nel bando di concorso. Gli altri idonei potevano, nell’arco di tre anni, venire chiamati da ogni altra università italiana. Si era anche immaginato un sistema più diretto e più efficace: che una commissione nazionale valutasse gli idonei, quelli cioè la cui attività di ricerca e di didattica venisse ritenuta adeguata all’ingresso in una delle tre fasce del corpo docente, e che poi dalle liste di idonei ogni università potesse attingere con libera scelta. Questo avrebbe posto la commissione nazionale al riparo da qualsiasi pressione e interesse locale, libera di valutare secondo criteri equi, e avrebbe consentito ad ogni scuola di perpetuarsi scegliendo gli idonei che meglio si adattassero alle sue esigenze. Questo progetto non è mai stato realizzato; la riforma attuale va nella direzione opposta e, se compiuta, finirà per disgregare ogni tradizione di studi, ogni percorso didattico.

L’aspetto che più è stato marcato delle attuali “riforme” di scuola e università sono i tagli: questo, si dice, risponde a esigenze di risparmio. La discussione si dispiega intorno all’opportunità di tagliare qui piuttosto che altrove, al modo in cui tagliare. La mia impressione è che questo sia sì rilevante, ma che il nodo della faccenda, quanto a scuola e università, stia altrove: cioè che crisi e necessità di risparmiare siano strumenti utile a sottrarre ai cittadini risorse pubbliche conducendole verso una progressiva privatizzazione. E non comprendo quale tornaconto ne abbiano i contribuenti. Ridotto all’osso, un ragionamento che mi pare ineludibile: se qualcosa produce reddito, privatizzarlo è una perdita per lo stato, dunque per i cittadini; se non produce reddito, ma è necessario alla collettività, privatizzarlo comporta che chi se ne appropria deve trasformarlo in un’attività a reddito, stravolgendone i fondamenti e facendone pagare a noi i costi, in pagamento di prestazioni. È successo in molti settori. E quelle che lo Stato ha ceduto erano “aziende”, dunque a reddito; scuole, università, sanità non lo sono e non devono esserlo. Ed è perciò ancora più grave che adesso tocchi ai primi due, a breve al terzo di questi settori del nostro patrimonio pubblico. Ne vengono meno fondamenti essenziali della civiltà, della libertà, del benessere che ci siamo dati negli ultimi secoli.

Lettera firmata

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