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La valutazione nella conoscenza. Seconda giornata del convegno nazionale

Una polifonia di voci, un confronto di opinioni diverse, la disponibilità al dialogo e alla partecipazione. Pantaleo ricorda che il grande assente è il lavoro.

17/10/2013
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Una polifonia di voci è stata la seconda giornata del convegno “La Valutazione nella Conoscenza, per la qualità e i diritti” organizzato a Roma dalla FLC CGIL e da Proteo Fare Sapere. Sul red carpet sono sfilati praticamente tutti gli attori e i registi della valutazione italiana di scuola, università ed enti di ricerca. I presidenti di Anvur e Invalsi, il Miur con un capo dipartimento e un sottosegretario, un rettore, il presidente del Cun, ricercatori e docenti. Oltre ovviamente agli ospiti, il segretario generale della FLC CGIL, Pantaleo, e la segretaria confederale Sorrentino.

I lavori del convegno sono stati davvero intensivi, dati i temi trattati e i tempi relativamente brevi (mezza giornata). L’apertura è stata affidata ai resoconti della discussione che si è svolta il giorno prima nei due gruppi di lavoro, l’uno dedicato alla scuola, l’altro all’università e alla ricerca, letti rispettivamente da Diana Cesarin (leggi il report del gruppo di lavoro Scuola) e Renato Comanducci (leggi il report del gruppo di lavoro Università e Ricerca) del Centro nazionale FLC CGIL.

La Valutazione nella Conoscenza, per la qualità e i diritti

Poi è stata data la parola a Marco Mancini, già presidente della Crui, oggi capo dipartimento al Miur per l’università l’Afam e la ricerca. Mancini, ma poi anche tutti gli altri intervenuti, ha tenuto a precisare che lo scopo della valutazione non è (e non deve essere) punitivo. E questo il sistema messo a punto dall’Anvur lo consente, anche se ha bisogno di alcune correzioni e di rivedere alcuni indicatori. Vanno anche dipanate le incertezze dei ruoli del Ministero e dell’Anvur. Un risultato importante, secondo Mancini è stata la risposta altissima al VQR che ha censito oltre il 90% dei prodotti della ricerca. Va creata un’anagrafe della ricerca per dinamicizzare i dati del VQR e introdotta una valutazione ex post sugli esiti della didattica, del reclutamento e dell’abilitazione scientifica. Mancini propone di alleggerire le procedure autorizzatorie (che non possono essere affidate all’Anvur) da lasciare all’autonomia degli enti e di appesantire però la valutazione.

A partire dall’intervento di Mancini il problema dei finanziamenti del sistema della conoscenza ha attraversato come un fiume carsico tutta la discussione: non è l’elemento risolutivo della qualità, ma la sua assenza è un handicap di non poco conto. Da più parti, anche dalla politica, con il sottosegretario Rossi Doria, si è convenuto che non si può continuare a tagliare in questi settori e che anche questa valutazione ha risentito del clima politico in cui è nata e dai compiti che la normativa ha assegnato a Anvur e Invalsi. È finito il tempo delle crociate di Brunetta e Gelmini sostenute dalla spada di Tremonti? Speriamo. E che questa volta il dialogo auspicato da tutti e la condivisione delle scelte non si fermi allo stile ecumenico e ben educato di una tavola rotonda.

“Punti di vista a confronto”, uno sulla scuola, l’altro su università e ricerca, hanno animato una parte della mattinata. Moderati da Alessandro Arienzo, Forum della docenza della FLC CGIL, hanno dialogato Gilberto Capano dell’Università di Bologna e Francesco Sylos Labini, fisico, ricercatore del Cnr. Entrambi, per la verità piuttosto critici col metodo Anvur. Per Capano la valutazione serve per conoscere se stessi, monitorare, migliorare, questi due ultimi elementi sono assenti, la VQR non offre informazioni utili a migliorarsi, invece si è enfatizzato l’incentivo da far discendere dai dati ottenuti. Di valutazione c’è bisogno e si dovrebbe insegnare a tutti cosa sia, a cominciare dai rettori. Particolarmente duro con L’Anvur, Capano l’ha definita un “mostro organizzativo”.
Sylos Labini ha criticato il modo come è nato il VQR e il metodo che è stato adottato. Si è agito troppo in fretta, senza tener conto delle esperienze di altri paesi che avevano adottato le stesse o simili procedure. Sbagliato stilare classifiche delle università, sbagliato usare indici bibliometrici per la valutazione individuale. Sbagliato valutare l’università nel suo complesso, mentre sarebbe più utile farlo a livello di dipartimento.

Più vivace il confronto sulla scuola moderato da Claudia Pratelli del Centro nazionale FLC CGIL. Daniele Checchi dell’Università statale di Milano e Beppe Bagni, docente di scuola superiore e presidente del Cidi hanno espresso posizioni, o meglio visioni diverse. Checchi concentrato sulla misurazione degli apprendimenti, dei percorsi e Bagni impegnato a spiegare la complessità del lavoro quotidiano nella scuola, difficile da ingabbiare. Per Checchi con la valutazione si cerca di capire come funziona il sistema formativo (“svelare la scatola nera”): i dati della misurazione servono per capire quello che c’è e scegliere interventi correttivi/migliorativi. La misurazione degli apprendimenti e perfino della motivazione devono dirci se quello studente andrà o no all’università. Un punto di vista lontano da quello di Bagni per il quale compito della scuola è intercettare le intelligenze e non perderle. Il soggetto che apprende è il centro della scuola, è lui che racconta la sua biografia. La scuola non dà orientamenti né competenze ma offre strumenti per orientarsi e per sviluppare competenza. È un processo creativo.

Non è facile rendere in poche righe la ricchezza dei temi e delle argomentazioni dei due confronti e della tavola rotonda che ha chiuso i lavori. Alla tavola rotonda, moderata con grande abilità da Gennaro Lopez, di Proteo Fare Sapere, hanno partecipato il sottosegretario Rossi Doria, Il presidente dell’Anvur Fantoni, il presidente dell’Invalsi Sestito, il presidente del Cun Lenzi, il rettore di Roma 3 Panizza, il direttore generale del Cnr Annunziato e per la CGIL Pantaleo e Sorrentino.

Marco Rossi Doria ha voluto precisare che la situazione dei settori della conoscenza e queste modalità di valutazione sono un’eredità del passato. Tuttavia di valutazione il sistema ha bisogno, quindi questa esperienza offrirà elementi di riflessione. Facciamo i conti con un paese dove non c’è la cultura e la pratica della valutazione, anche se la scuola è il luogo dove ce n’è di più.
Stefano Fantoni ha rivendicato il ruolo tecnico dell’Anvur che ha lavorato in base alla normativa che lo disciplina. Ha precisato, quindi, che gli obiettivi sono stati decisi dalla politica. La VQR ha inteso misurare e fotografare lo stato della ricerca in un settennio, non era finalizzata alla valutazione individuale. L’Anvur sta già lavorando ad alcune modifiche della metodologia.
Anche Paolo Sestito ha voluto precisare che le prove Invalsi sono migliorabili. Non servono per stilare classifiche ma per offrire a ciascuna scuola dati conoscitivi su se stessa affinché possa migliorarsi e introdurre correttivi. Le prove non sono una valutazione, quella è ancora da farsi.
Secondo Andrea Lenzi l’autovalutazione è nel Dna delle istituzioni formative. Purtroppo la politica ha dato un’interpretazione punitiva della valutazione, proprio perché figlia di una concezione della scuola e dell’università come costi da tagliare. Questo ha avuto una ricaduta negativa amplificata sui media. Nel processo valutativo vanno tenuti in conto i contesti generali così da sviluppare una “competizione amministrata”: la valutazione non può inibire l’autonomia istituzionale e la libertà di ricerca. Si danno degli obiettivi, ma non si può imporre agli enti di adottarli per forza.
Paolo Annunziato ha colto un paradosso nel sistema. Il Cnr è un ente complesso, il VQR ha interessato una parte della sua attività, ma non quella più importante come sono i trasferimenti di innovazione alle impresa o al territorio. Forse bisognerebbe valutare in relazione agli obiettivi istituzionali degli enti, altrimenti si rischia di perdere le parti più qualificanti. Per questo il Cnr vuole negoziare maggiore autonomia.
Marco Panizza ha apprezzato la VQR perché valutando il valore medio aiuta a individuare i rami secchi. Elementi negativo è stata l’eccessiva sintesi. Una valutazione narrativa aiuta infatti a comprendere meglio i contesti. Anche egli invita a rivedere i metodi e i criteri che possono creare situazioni paradossali. Valutazione, controlli, ma lasciare l’autonomia.
Domenico Pantaleo ha ribadito che la CGIL è per una valutazione che serva a migliorare la qualità dei sistemi formativi. E ha sottolineato che uno degli elementi che fanno la qualità, ma che troppo spesso è ignorato, è il lavoro. Un lavoro da anni umiliato, anche col blocco dei contratti. Il processo valutativo deve essere democratico e coinvolgere anche i lavoratori, declinandolo con i termini di partecipazione, condivisione, responsabilità e consapevolezza.
Serena Sorrentino ha ricordato che il Piano del lavoro della CGIL dà ampio spazio alla formazione dei lavoratori e al lavoro cognitivo. Nel nostro paese c’è poca formazione permanente e qualifiche troppo basse, e molti giovani non sono né a scuola né a lavoro. L’accesso all’istruzione in Italia è al di sotto degli standard europei, ma la nuova legge di stabilità non dà segnali nuovi in questo senso, visto che ripropone il blocco dei contratti e riduce gli spazi dell’intervento pubblico. Nella conoscenza non si possono accettare vincoli di bilancio.