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Insieme la scuola non crolla: solidarietà come relazione d'aiuto, cooperazione, organizzazione

Proseguono le attività del nostro progetto in corso di svolgimento nel Comune di Cento in provincia di Ferrara.

08/08/2012
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Una dopo l'altra si inanellano le settimane di attività del progetto. La struttura di base si ripete uguale e se stessa: "reclutamento" dei volontari tramite contatto telefonico, incontro preparatorio il lunedì, venerdì pomeriggio incontro di saluto, chiusura e valutazione della settimana e, nei giorni intermedi, le attività; con tutto il corollario di reperimento materiali, allestimento/disallestimento spazi e ambienti di lavoro, organizzazione logistica, gestione degli aspetti dell'ospitalità, relazioni con gli altri soggetti coinvolti: educatori, amministratori locali, operatori della Protezione civile, ecc. La struttura di base fissa, permanente, serve ad affrontare e contenere le mille variabili, gli imprevisti continui, le difficoltà ogni volta diverse. Si lavora dentro un apparente paradosso: portare più possibile "normalità" in una situazione di crisi.

Nell'incontro di lunedì 6 agosto, come al solito è presente l'Università di Bologna. Questa volta nella persona di Roberta Caldin, Professore straordinario di Didattica e Pedagogia speciale a Scienze della formazione.
Il segretario provinciale illustra il contesto, le attività avviate nelle diverse situazioni: quelle a supporto dei centri estivi, quelle dentro al campo, quelle nella tenso struttura e quelle in procinto di partire ex novo. Orari, collaborazioni, spazi...
Poi parlano le insegnanti volontarie del posto e/o che hanno già partecipato al progetto nelle settimane precedenti.
Prevedono che la settimana sarà una "gran botta di vita", nel senso che sarà un'esperienza durissima, faticosissima, ma anche coinvolgente dalla quale sarà difficile staccarsi. Raccontano di come con gran lenzuola siano state create una zona d'ombra e un pavimento morbido. Di un gran castello fatto di enormi scatoloni tenuti insieme da bulloni, cento volte abbattuto e altrettante ricostruito. Di materiali e giochi messi a disposizione. Tanti materiali, strutturati e non, da usare come si vuole, da soli o in compagnia. Con gli adulti lì semplicemente ad esserci, ad allestire l'ambiente, a costruire un'occasione, a rispondere se interpellati, a riporre ogni giorno, in un container lontano quegli stessi materiali e a riprenderli per rimetterli a disposizione il giorno dopo. Non importano tanto i prodotti delle attività, la loro "perfezione" formale, ma il significato che assumono. I bambini ci tengono molto e spesso a fine settimana li vogliono portar con sé, forse a far da tramite con la settimana successiva quando tornando alle attività del progetto incontreranno anche persone nuove. Altra cosa importante è la merenda, soprattutto se è buona come il pane e nutella, per una volta senza troppi scrupoli dietetici.
L'importante è che i bambini e le bambine che partecipano alle attività possano vivere dei momenti di benessere. "Hanno bisogno di esser bimbi" dice una delle maestre. Già, e non solo dei "terremotati".

Alcune delle insegnanti ferraresi impegnate nel progetto fanno parte del Movimento di Cooperazione Educativa, sarà anche per questo che hanno colto e sottolineato che di questa esperienza proprio la cooperazione è componente essenziale.

I volontari appena arrivati si presentano. Si avverte la voglia di fare, di essere impiegati sul campo, di mettere a disposizione ciò che si sa fare. Una sorta di trepidazione.
Roberta Caldin, alla fine della mattinata, riprende i contenuti emersi e li risignifica nella cornice della relazione d'aiuto in situazioni problematiche.
Chi è in difficoltà ha bisogno di normalità. Anche le piccole crisi, come un pianto inconsolabile per un giocattolo non ritrovato, vanno riportate il più possibile nella normalità e non ascritte tout court alla situazione di emergenza.
Bisogna cercare di essere rassicuranti.

Fino ai dieci anni il trauma vero che i bambini vivono è la perdita di adulti di riferimento o la perdita della possibilità di potersi fidare di loro. È probabile che i genitori dei bambini che partecipano alle attività del progetto siano preoccupati e anche molto della situazione. I bambini avvertono questo.
A tredici, quattordici anni è ancora diverso, perché si fa strada l'idea della finitezza degli adulti. Non si tratta di proporre direttamente il tema, ma non ci si può esimere dal rispondere, se questo emerge. Non è possibile proteggere i minori da tutto, ma ogni cosa può essere elaborata. Né è il caso di mostrarsi onnipotenti, anzi: mostrare una parte di non-onnipotenza è importante.


E allora come si fa ad essere quegli "adulti significativi" che, si sa, aiutano a sviluppare resilienza? Ed è possibile esserlo in un contesto provvisorio, in qualche incontro nel corso di una settimana? Beh, tocca provarci. Il nocciolo è incontrare un adulto significativo. Cioè una persona che cerca di dare risposte autentiche, più che risposte tecniche, che non parte da ciò che ritiene lei importante, ma dal tentativo di capire qual è il significato che il suo interlocutore dà ad una certa cosa. Che cerca di incontrare l'altro là dove l'altro sta; non altrove, non prima, non dopo. Che sa che il più delle volte il bisogno non è quello esplicitato e prova allora a trovarlo attraverso "esplorazioni discrete", con delicatezza. Un adulto significativo tiene a bada il rischio di sentirsi onnipotente, il fascino dell'aiuto salvifico e sa che chi compie una azione di volontariato non è che "un terzo ausiliario". Per questo tende ad adottare modalità che siano molto più emancipative che protettive; per questo sa che il grosso dell'intervento educativo è sul contesto, in modo che il contesto possa continuare, evolvere e migliorare anche quando il suo intervento non ci sarà più; per questo lavora anche sulla memoria, sul lasciar memoria e sulla documentazione: perché il contesto vada avanti da solo. In questa chiave acquista ulteriore significato anche il diario di bordo di questa esperienza che via via viene redatto.


Infine: la relazione d'aiuto si svolge nella reciprocità. C'è sempre un feed back. E il "ritorno" è di tipo cognitivo, professionale, formativo e non solo genericamente "umano".

Tutto ciò richiede molta, molta flessibilità. Si può essere tanto più flessibili quanto più si è organizzati. Organizzazione come cura delle relazioni e delle condizioni in cui si istituisce e si svolge l'esperienza.
E l'organizzazione prova a garantirla la FLC CGIL.