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Riforma del preruolo universitario, aspetti positivi e nodi ancora irrisolti

Con la conversione del DL 36/22 si apre un nuovo capitolo del preruolo e del reclutamento universitario nel nostro Paese

13/07/2022
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Con la conversione del DL 36/22 lo scorso 29 giugno si apre un nuovo capitolo del pre ruolo e del reclutamento universitario nel nostro Paese. Dopo quasi tre lunghi anni di percorso nei rami parlamentari una parte consistente del Disegno di Legge 2285 è legge, con novità che tendono ad incarnare positivamente alcune importanti richieste portate avanti negli ultimi 12 anni e che nodi fondamentali che questo passaggio legislativo non ha sciolto nonostante ne avesse occasione.

Il superamento dell'assegno di ricerca, serbatoio surrettizio di ricerca precaria in questi anni, nel “contratto di ricerca” viene marchiato all'ultimo secondo da un comma che introduce un tetto di spesa pari a quella sostenuta negli ultimi 3 anni per l'attivazione degli assegni medesimi. Ad oggi secondo la banca dati del Cineca, insistono negli atenei statali 14.342 assegnisti a fronte di ulteriori 699 negli atenei non statali e nell'ultimo triennio il numero complessivo di assegnisti ha oscillato da 14.758 del 2019 agli oltre 15.000 del 2021 con una spesa in media totale di 350 mln di euro.

Tale limite di spesa persegue la linea di tendenza degli ultimi anni di riforma a costo zero, e potrebbe vanificare de facto la pur positiva operazione di inquadramento subordinato della forma giuridico-contrattuale e il dispiegamento di tutele previdenziali e welfaristiche mai esistite prima d'ora. La riduzione potenziale dell'attuale platea degli assegnisti che si determinerebbe in conseguenza di tale vincolo, a cui si aggiunge l'ulteriore complessità della programmazione biennale delle risorse a costo lordo maggiore, disvela comunque l'atavica assenza di risorse strutturali per le posizioni stabili per un sistema universitario italiano che ha un enorme bisogno di espandersi.

I motivi di preoccupazione derivano dal metodo e dal merito di una misura così pesante: i tempi, ovvero che in tutto l'iter, dal DDL alle riformulazioni nel Decreto, questa norma economico-ordinamentale non è stata mai discussa né mai paventata in emendamenti ma sorge all'ultimo momento con un chiaro intervento del MEF; in secondo luogo da sempre la FLC CGIL dichiara con forza che riformare seriamente il pre ruolo e le misure di reclutamento non possa non prevedere un piano di spesa che eviti di eliminare fisicamente i precari ma in grado di immettere nel sistema decine di migliaia di posizioni di ruolo stabili per rendere in equilibrio l'esigenza di didattica e di ricerca nel nostro Paese.

Nelle ultime settimane abbiamo assistito attraverso la carta stampata da parte di alcuni esponenti della docenza universitaria riflessioni che tendono a descrivere il superamento della “figura flessibile” dell'assegno come una sciagura che impedirà la ricerca nel quadro della competizione del mercato cognitivo europeo, subordinando questa possibilità alla “garanzia del posto fisso ai giovani”.

Al netto che il nuovo “contratto di ricerca” è comunque un contratto a termine senza sbocco lavorativo stabile, tali argomentazioni totalmente ideologiche cozzano con tutte le analisi e le indagini svolte anche dal legislatore in cui si attesta che la media anagrafica degli assegnisti italiani è la medesima della media anagrafica dell'ingresso in ruolo in posizione stabile nelle università tedesche e francesi almeno da 10 anni. Del resto se sommiamo i tre anni di dottorato dopo la laurea, i quattro potenziali di assegno di ricerca, i buchi di assenza contrattuale tra queste due figure quasi sempre fenomeno assai presente intervallato dalle borse di ricerca ancora tutt'oggi non abrogate, i potenziali 6 anni della nuova figura RTT, è lampante come l’attuale riforma non risolva affatto le tempistiche estremamente lunghe prima dell'ingresso nella stabilità lavorativa. Con buona pace dell'assistenzialismo accademico declamato da qualche esimio. 

Da tempo l'esigenza di un'unica figura preruolo è stata oggetto di intendimenti e dibattiti trasversali all'interno dell'università italiana. L'introduzione della figura RTT con la possibilità di potersi convertire dal terzo anno fino ad un massimo di sei di durata, se da un lato elimina la figura senza sbocco dell'RTDA, dall'altro rappresenta “l'occasione mancata” nel non aver previsto un'unica figura post doc in assoluto, accorciando in maniera importante la durata del rapporto a temine.  Come abbiamo più volte segnalato l'introduzione della prova didattica presenta delle ambiguità, che si rafforzano con l’inserimento dell’istanza dell’interessato, in un contesto accademico in cui l’elemento cardine è la programmazione e questa domanda può diventare occasione di indebite pressioni. In ogni caso, nel quadro di una programmazione degli enti pubblici che è triennale, rischiando di aprire spazi a discrezionalità, in una procedura di valutazione che è già subordinata a regolamenti di ateneo più che a parametri nazionali oggettivi e omogenei.

Nell'agosto 2021 su poco più di 5200 RTDA in servizio circa 2500 unità era in possesso di ASN, il 65% degli RTDA terminati entro il 31 dicembre del 2019 ha avuto un contratto di RTDB  e solo poco più del 32% ha avuto sbocco nella figura di professore di II Fascia. Nello stesso momento il Governo ha bandito migliaia di posizioni di RTDA sulle tematiche green e innovazione nel mentre il DDL 2285 entrava nel vivo della discussione della settima Commissione Istruzione del Senato, creando un ulteriore sacca senza sbocco. L'importante piano triennale stanziato in Legge di Bilancio nel dicembre 2021, pur in netta inversione di tendenza rispetto al finanziamento dell'università degli ultimi anni, vissuta su piani straordinari col contagocce nel 2018 e nel 2019 e sull'importante piano di quasi 5000 rtdb nel 2020, non impatta sul fabbisogno reale del sistema in equilibrio, né tantomeno immaginadolo in espansione andando oltre il turn-over. 

Il mantenimento della figura RTDA nel transitorio per ulteriori 36 mesi al fine dell'aggancio dei fondi PNRR avrà un ulteriore effetto moltiplicatore di sacca di precariato accademico che, in assenza di risorse programmate e stabili di reclutamento, rappresenterà un elemento di reiterazione di un collo di bottiglia finale con gravi ricadute sulla continuità didattica e di ricerca. 

Sempre nella fase transitoria vi sono due norme fortemente invocate in questi anni al fine dell'assorbimento del precariato storico: azzeramento del limite dei dodici di contratto imposti dalla legge 240/2010 per l'ingresso nella figura nuova di RTT e l'introduzione, per la prima volta e per i prossimi 36 mesi, di concorsualità riservate per una quota non inferiore al 25% dei posti messi a bando dagli atenei per RTT riconoscendo ai titolari di contratto triennale di RTDA un riconoscimento nella nuova figura RTT di 3 anni di servizio con inquadramento al quarto anno e ai titolari di 3 anni di assegno di ricerca un riconoscimento di 2 anni di servizio nella nuova figura di ricercatore unico pre ruolo.

Tale norma, al netto dell'introduzione di un tetto non inferiore al 25% di riserva dei posti, ancora insufficiente per assorbire la grande mole dei precari storici, rappresenta un passo molto positivo che attua il riconoscimento di professionalità del precariato accademico, da anni in prima fila nel portare avanti i dipartimenti.

Sempre nella conversione in legge del DL 36, viene introdotta una figura contrattuale che può rappresentare un ulteriore elemento di valorizzazione di una professionalità specifica e che insiste nell'ambito della progettazione, gestione e coordinamento del lavoro di ricerca, ovvero il ricercatore tecnologo a tempo indeterminato, fino a questo momento presente negli atenei con contratto subordinato e a termine in un numero pari a poco più di 200 unità su base nazionale. La figura del tecnologo, che verrà inserita nel CCNL Istruzione e Ricerca in corso di trattativa, garantendo un inquadramento non inferiore in termini retributivi alla figura delle Elevate Professionalità, può rappresentare un’opportunità di valorizzazione del personale di ruolo ma anche una ulteriore possibilità di stabilizzazione, non solo degli attuali tecnologi a tempo determinato ma anche di finalizzazione in una figura lavorativa, certamente diversa dalle mansioni di didattica e ricerca pure, ma stabile in termini retributivi e contrattuali.

Nell’analizzare e anche apprezzare i passi in avanti determinatesi nella conversione in legge del DL 36, anche in considerazione del fatto che infine si è utilizzato lo strumento degli emendamenti a un decreto legge per realizzare la riforma attuale, rimane forte la preoccupazione legata al permanere delle borse di ricerca nel sistema, ultimo anello della catena in termini di sfruttamento del lavoro di ricerca senza diritti. È evidente la necessità di evitare che si creino le condizioni di un utilizzo generalizzato delle borsa di ricerca, che  determinerebbe un  fenomeno di dumping contrattuale, con conseguenze anche sull’allungamento del periodo di preruolo. Al contrario, nella prossima Legge di Bilancio, l'ultima di questa legislatura, occorre assicurare ulteriori risorse, stabili e ingenti al sistema di reclutamento e in generale agli atenei per dare piena attuazione agli obiettivi di dignità e stabilità lavorativa per i precari dell'università. 

La riduzione della convenienza dei contratti di lavoro precario rispetto al contratto a tempo indeterminato, oltre che rispondere alla domanda di giustizia per i precari stessi, è anche uno dei presupposti per diminuire il loro numero a vantaggio dei contratti a tempo indeterminato: ricordiamo che nell’università il numero dei lavoratori precari è attualmente pari al personale di ruolo!

Maggiori risorse per l’università e un trattamento equo e dignitoso per il personale che vi lavora: questo è il nostro obiettivo, questo è quanto continueremo a perseguire con determinazione a partire dal superamento di questo tetto di spesa insensato e vergognoso!

A dodici anni dal disastro gelminiano, per dirla senza mezzi termini, mutuando le parole del premio Nobel Giorgio Parisi su L'espresso: "Basta perdere tempo, servono dieci miliardi per la ricerca.".

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