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Unità-La Scuola Salvata dalla Musica

La Scuola Salvata dalla Musica "Occuparsi della vita musicale degli adolescenti italiani è occuparsi del futuro culturale del nostro paese. Questo libro si rivolge a tutti coloro che condividono...

22/12/2004
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l'Unità

La Scuola Salvata dalla Musica

"Occuparsi della vita musicale degli adolescenti italiani è occuparsi del futuro culturale del nostro paese. Questo libro si rivolge a tutti coloro che condividono questa preoccupazione". Con queste parole si chiude la premessa a un volume uscito in questi giorni per la Edt di Torino: La musica e gli adolescenti. Pratiche, gusti, educazione. Quelle parole racchiudono non solo il senso e l'interesse di questa ricerca di cui diremo meglio, bensì un vero e proprio programma di politica culturale e, insieme, un appello e anche un atto d'accusa allo stato presente delle cose.
In Italia, e non da oggi, in realtà non ci si occupa della vita musicale, bensì per forza di cose ci si preoccupaDa qui l'importanza e il valore di critica ideologica di un libro come questo, nel quale sono raccolti i risultati di un'approfondita ricerca sui gusti e sulle condotte musicali di un campione di oltre 1200 studenti italiani di età compresa fra i 14 e i 18 anni residenti nelle città di Bologna e Messina. Promossa dalla Società Italiana di Educazione Musicale in collaborazione con il Dipartimento di Musica e Spettacolo dell'Università di Bologna e della sezione italiana della Società internazionale per lo studio della popular music, la ricerca è stata curata da due sociologi Giancarlo Gasperoni e Marco Santoro, entrambi docenti a Bologna e un musicologo esperto di educazione musicale, Luca Marconi, docente a Como.
La musica e gli adolescenti è un libro importante perché ci dà la possibilità di capire fino a che punto il senso di soffocamento che coglie noi adulti di fronte all'attuale deriva anticulturale - specie in quel campo musicale che nell'orizzonte italiano rappresenta da sempre una patologia piuttosto complessa - corrisponde a una condizione analoga dei giovani. E poiché soffocare la crescita culturale di un giovane significa uccidere la democrazia nella culla, la ricerca, su questo come su altri terreni, è tanto più indispensabile in quanto equivale a una forma di critica sociale e anche di vigilanza democratica. Da qui a capire come mai la ricerca sia oggi così poco in auge nelle priorità di chi ci governa il passo e breve, ma questo è un altro discorso che ci porterebbe troppo lontano.
Cosa si vede dunque in questa fotografia che ritrae le relazioni fra i teenagers italiani e la musica? Per la connaturata catastrofilia di chi si occupa di musica, aprire un libro del genere è un momento di suspence: ci si immagina di mettere il naso in un piccolo rapporto Kinsey che rivelerà comportamenti e giudizi presumibilmente scandalosi e offensivi per il comune senso del pudore estetico; e magari, finalmente, nero su bianco le risposte al perché il settore musicale in Italia sia così depresso: i pinguini habitués di teatri e orchestre sinfoniche vi cercheranno le prove contro i misfatti della piovra mercantile; i grandi trafficanti di articoli discografici le prove per inchiodare il cartello dei clandestini.
Due ragazzi su tre si definiscono "appassionati" di musica. Per il 77% di loro la musica ha molta o moltissima importanza e solo al 5% interessa poco o niente. Nella lista delle cose che contano nella vita (lista da cui è assente l'"amore" forse perché avrebbe spopolato), la musica viene subito dopo le amicizie, la famiglia e prima dello sport. Ballare - attività che magari si pensa sia il movente primario dell'interesse musicale - sta parecchio indietro: al nono posto solamente, subito dopo la televisione, mentre lettura, cinema, teatro stanno ancora più giù.
Gli artisti più amati? Nel 2002 l'anno del questionario, su un elenco di 44 nomi, il prediletto e di parecchie lunghezze era Vasco Rossi. Dietro di lui Ligabue, Blink 182, Robbie Williams e Jovanotti. I più detestati? Marilyn Manson, Mario Merola, Giuseppe Verdi, Antonio Vivaldi e Mina. La hit parade degli amori, si sa, è la più fugace, anche se Blasco ha tutta l'aria di averci messo radici. Assai più significativa e verosimilmente meno fluttuante appare invece la lista dei disgusti la quale parecchio ci dice in materia di conflitto con tradizioni che non vengono più sentite come appartenenti alla propria identità, bensì come retaggio subìto al quale sottrarsi. Non credo di sbagliare immaginando che, alla lettura del responso, per molti addetti ai lavori la missione diventerà tout court quella di lavare il marchio di infamia che grava su Verdi e Vivaldi alfieri della musica più detestata. Né credo di sbagliare affermando che è proprio questo fondamentalismo che alligna fra educatori e istituzioni a fare dell'Italia una sorta di Sahel della musica.
Scopriamo che la musica per questi ragazzi è musica riprodotta - nella loro stanza ci sono in media 31 cd comprati e 35 cd copiati (apriti cielo!) - mentre la musica dal vivo è un evento raro o sconosciuto. Quasi la metà di loro non è mai stato a un concerto rock e quattro su cinque non hanno mai messo piede in una sala da concerto o in un teatro. La musica si ascolta sì in compagnia, ma soprattutto da soli, nella propria stanza e, come alcuni di loro confessano in alcune interviste libere, assorti, concentrati su qualcosa che sembra stare all'incrocio fra una finestra dei sogni e una finestra sul mondo. Nella musica si cerca più emozione che svago puro e semplice, più fantasia che adrenalina, più cose da condiviere che fatti propri. Su cento, 55 pensano che la musica sensibilizzi ai grandi problemi sociali, mentre solo 45 pensano che la politica dovrebbe restarne fuori. Ma la constatazione più sconcertante è che il 60% dichiara di saper suonare uno strumento e il 13% di suonare in un complesso.
Nessuno ci crede: nel senso che nel paese le cui scuole relegano la musica nel sottoscala, è inverosimile che 6 ragazzi su 10 sappiano suonare. Purtroppo il questionario non chiede quale strumento suonino. Forse intendono il flauto dolce (e allora si riferiscono ai pochi rudimenti appresi a scuola), o forse intendono la chitarra. Ma in tal caso, capaci o no che siano, la loro risposta esprime un giudizio e una volontà: la musica è un valore di cui si vuole essere parte, saper suonare è uno status symbol - e certo non solo per rimorchiare più facilmente.
L'impressione è che questi ragazzi siano una giovane umanità straordinariamente ricca e promettente. Un'umanità in procinto di veder massacrate le sue aspirazioni e qualità migliori. E i killer siamo noi, nei panni della scuola, dei media, dell'insegnare a far quattrini e a farsi gli affari propri. Forse la lettura più appropriata di questo libro è come corollario dell'altra recente e amara testimonianza di Tullio De Mauro su La cultura degli italiani (Laterza) di cui già si è parlato in queste pagine. De Mauro - come sempre accade in Italia a chi si occupa di cultura, anche ai migliori - non parla mai di musica e guarda soprattutto al mondo adulto. Si sa: qui da noi la musica se ne sta da sempre in una sorta di suo asfissiante ghetto dorato, incapace di uscirne. Ma a parte questo, ciò che si constata è che il passaggio dalla promessa adolescenziale alla sclerosi dell'età adulta sembra governato da un efficiente sistema repressivo e normalizzatore.
Nella mozione alla musica degli adolescenti è racchiuso un momento rivoluzionario - proprio così - del nostro cariato pantheon culturale, un j'accuse contro un sistema educativo ridotto in miseria che genera disidentità e che provvederà a incanalare queste istanze sui sacrosanti binari di un tradizionalismo fondamentalista. Sapere cosa dicono questi ragazzi della musica a scuola è la cartina al tornasole di un giudizio più complessivo.
Ebbene, a parte il prevedibile 58% di coloro che reputano la presenza della musica o del tutto assente o inadeguata e ne vorrebbero molta di più, c'è quel 15% che ha messo a fuoco una questione ben più ampia: la scuola non ne sarebbe capace.
Giordano Montecchi


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