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Corriere: Ricerca, quei 340 milioni pronti e mai usati

Pochi finanziamenti? Ma tra sprechi e ritardi si perdono i fondi che ci sono

15/01/2007
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Corriere della sera

Ricerca, quei 340 milioni pronti e mai usati

di SERGIO RIZZO e GIAN ANTONIO STELLA

ROMA - Chi la strangola, la Ricerca? Ecco il nodo, scusate il bisticcio, di quello che è diventato uno dei tormentoni italiani. E c’è chi dice che è tutta colpa della sinistra e chi della destra, chi di Letizia Moratti e chi di Fabio Mussi, chi della penuria di soldi, chi dello spreco di quelli che ci sono. Fatto sta che manca l’impronta digitale del colpevole anche sui due episodi più controversi: il taglio del 37% dei fondi per i cosiddetti Prin e l’evaporazione, diciamo così, di 340 milioni di euro. Una somma enorme, con questi chiari di luna. «Sprecata» per l’indecisione, i contrasti, i tempi eterni della macchina burocratica e politica.
Prendete il taglio. Sono anni che si riempiono la bocca con «la ricerca, la ricerca, la ricerca!» e cosa esce dalle tabelle? Che in settori come la matematica o l’ingegneria industriale i finanziamenti sono stati segati del 45%. Che in altri come la fisica, la biologia o la medicina, del 33%. Che il taglio medio è, appunto, del 37%. Con un crollo dei fondi a disposizione: da 130.700.000 a 82.113.000 euro. Dirà la destra: ecco, la solita sinistra che prima sbandiera la sua dedizione alla cultura e poi va a segare sempre lì, dove accusava di segare noi. Dirà la sinistra: no, la procedura dei Prin (i Programmi di ricerca di interesse nazionale) è tale che di fatto, emesso il bando e avviato l’Iter, tutto finisce per slittare di un anno col risultato che di fatto il taglio del 37% non l’ha deciso Prodi con la finanziaria 2007 ma Berlusconi con quella del 2006. Controreplica: fatto sta che il successore poteva dare un segnale e non l’ha dato, confermando i tagli morattiani. Rissa.
Non meno confusa, stando alle due contrapposte fazioni, è l’impronta digitale di chi ha «sprecato», almeno per ora, la bellezza di 340 milioni di euro. Soldi assegnati in due riprese al Miur, il ministero dell’università e della ricerca, dalle Attività Produttive, usando provviste del Fondo aree sottoutilizzate. Il primo pacco di soldi, 260 milioni di euro per «progetti finalizzati al potenziamento dei centri di ricerca e alla promozione dell’alta formazione», era stato stanziato con una delibera del Cipe nel 2003. Il secondo, 140 milioni per i «distretti tecnologici», era stato deliberato nel 2004. Era però stata data al Miur una scadenza: il denaro andava impiegato entro il 2006. Macché: agli sgoccioli dell’anno appena concluso, risultavano spesi della prima tranche solo 20 milioni e della seconda solo 40. Fatte le somme, erano inutilizzati 240 più 100 milioni di euro. Che il Cipe, con un atto varato il 22 dicembre e passato inosservato agli occhi degli italiani distratti dal Natale, ha «disimpegnato». Cioè ha riposto nelle casse del Tesoro. In attesa di nuovi progetti, nuove scelte politiche, nuovi stanziamenti. E nuove polemiche.
La destra, per dire, accusa Mussi e la sinistra d’aver affossato (per ora) l’ambizioso progetto del Ri.Med, l’istituto per le Biotecnologie e la medicina che doveva nascere con 300 milioni, di cui 30 già stanziati nel maggio 2005 dal Cipe, a Carini, vicino a Palermo. A gestirlo sarebbe stata una Fondazione costituita dal governo italiano, dalla Regione siciliana, dal Cnr e dall’Università di Pittsburg. Ateneo americano già attivo nella sanità siciliana attraverso una quota del 45% nell’Ismett, l’Istituto Mediterraneo per i Trapianti e Terapie di cui sono soci anche l’Azienda di Rilievo Nazionale di Alta specializzazione Ospedaliera (in pratica: Regione Sicilia, col 35%) e l’ospedale Cervello di Palermo (20%). La sinistra (con le voci dissonanti di Umberto Veronesi, Dario Fo o Franca Rame, favorevoli al Ri.Med) risponde chiedendo tempo per un riesame, accusando la destra di aver fatto un’operazione elettorale dato che il progetto fu presentato da Gianfranco Micciché il 4 aprile, all’immediata vigilia delle politiche e ricordando come nella storia ci fossero dettagli che non quadravano.
Ma ancora più controverso, forse, è il braccio di ferro sul Cnr. Dove Fabio Pistella, il presidente insediato dalla Moratti nel 2004, è alle prese da mesi con una rivolta dei direttori (o dei facenti funzione) dei 107 istituti. Direttori che Pistella avrebbe voluto almeno in parte (cioè in 89 casi) sostituire dando vita a bandi internazionali. Dicono i «ribelli» che è ora di smetterla coi «manager» digiuni di scienza piazzati alla direzione di organismi delicati quali il Consiglio nazionale delle ricerche e che, per usare le parole del fisico Luciano Pietronero, occorre «trovare una soluzione bipartisan nella scelta dei responsabili degli istituti di ricerca, sennò a ogni cambio di governo c’è un sovvertimento». Rispondono dall’altra parte che quella dei direttori è una trincea corporativa scavata per difendere spesso vecchi baroni legati da una eternità alle loro poltrone.
Qualche numero? Su 107 direttori, 32 hanno più di 67 anni (uno ne ha 79), l’età più frequente è 68 anni e solo 14 ne hanno meno di 55. Non bastasse, una trentina sono contemporaneamente (miracolo dell’ubiquità) docenti a tempo pieno in qualche ateneo e direttori a tempo pieno al Cnr. Non bastasse ancora, 59 occupano la loro posizione da più di dieci anni e di questi 29 sono imbullonati da oltre 17 anni, tra cui 16 addirittura da più di 20. Col risultato di portare forse esperienza, ma certo non quella freschezza che hanno organismi simili all’estero.
Tema: chi ha ragione? I vertici che invocano un radicale ricambio generazionale o i direttori che definiscono inaccettabili certi metodi vissuti come un repulisti ordito da burocrati estranei ai problemi della ricerca? Nell’attesa, Fabio Mussi ha deciso di congelare tutto per sei mesi. Prorogando automaticamente gli incarichi (tra cui quello di Franco Prodi, cosa che ha sollevato a destra strilli di indignazione nonostante il fratello del Premier goda di buona fama internazionale) e rinviando i concorsi a data da destinarsi. Tanto più che i «ribelli» avevano presentato una serie di ricorsi al Tar contestando tra l’altro non solo il criterio dell’individuazione d’una terna per ogni posto ma anche il limite massimo per concorrere, fissato a 67 anni. Troppo basso, dicono. E dal loro punto di vista vanno capiti: perché mandare in pensione dei giovanotti solo un po’ raggrinziti? Un ricercatore, Paolo Rossi, ha studiato le carriere di tutti i docenti pisani dal 1965 in qua. Bene: dei 744 ordinari, quelli entrati di ruolo nel 1966 avevano mediamente meno di 34 anni, quelli entrati nel 2003 ne avevano oltre 54. E non troppo diversi sono i dati per gli associati e i ricercatori. In pratica, gli ordinari si sono insediati con un’età media più alta di 5 mesi per ogni anno che passava. Avanti così, fra un paio di decenni andranno in cattedra i nonnetti. Dopo di che, si chiede Rossi, come faranno ad accumulare i 20 anni di ruolo per diventare «professori emeriti», se saranno avviati alla pensione subito dopo l’agognata promozione?

Sergio Rizzo


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