FLC CGIL

Convegno nazionale “Conoscenza bene comune. L’autonomia necessaria per i sistemi pubblici della conoscenza”

  • 15.00

    Se la conoscenza è un bene comune, come vanno governate le istituzioni pubbliche che la producono e di quale autonomia devono godere? Con questa domanda pesante si è aperto il 3 marzo 2014 a Firenze un importante convegno nazionale, proseguito il giorno seguente, organizzato dalla FLC CGIL e da Proteo Fare Sapere.

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    In realtà il convegno è frutto di un lungo lavoro preparatorio, tanto che la discussione è stata orientata da alcuni documenti che riassumevano le tre questioni centrali su cui hanno poi lavorato i partecipanti al convegno:

    • l’autonomia del lavoro nei sistemi pubblici della conoscenza;
    • le risorse per l’autonomia;
    • governo e valutazione dei sistemi della conoscenza.

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    Spiegate le ragioni del seminario nei saluti di Antonio Bettoni, presidente di Proteo Fare Sapere, e Alessandro Rapezzi, segretario regionale FLC CGIL Toscana, è toccato ad Anna Maria Santoro, segretaria nazionale della FLC CGIL, chiarire il nesso tra la conoscenza intesa come bene comune e l’autonomia di cui hanno bisogno i luoghi in cui essa si produce. Il richiamo è alla Costituzione, in particolare, ma non solo, al riformato Titolo V. La conoscenza non può essere governata da logiche di mercato perché deve essere accessibile a tutti. Autonomia e libertà devono essere quindi i cardini di una governance partecipata. La partecipazione – spiega Santoro – deve essere garantita a tutte le componenti del sistema: i lavoratori, prima di tutto, (docenti, ricercatori, tecnologi, dirigenti, amministrativi… tutti i profili professionali), gli studenti, i genitori. Non esiste un modello unico di governo, data la differenza tra istituzioni come scuola, enti di ricerca, università, accademie e conservatori, ma l’elemento di partecipazione democratica li accomuna. Il lavoro preparatorio del seminario ha avuto il merito di far dialogare soggetti differenti, evidenziando le specificità, ma anche tracce di lavoro e obiettivi comuni. Tra questi ci sono sicuramente i rinnovi contrattuali, il ripristino dei finanziamenti, nuovi investimenti. A questo proposito la FLC ha stimato che l’Italia per essere nella media Ocse dovrebbe investire in conoscenza circa 20 miliardi di euro in più rispetto allo stato attuale. E la crisi? Bisogna investire proprio perché c’è la crisi, ha risposto Santoro.
    Infine, laddove, come nel campo dell’istruzione, lo Stato ha dei doveri verso i cittadini, è indispensabile individuare i livelli essenziali delle prestazioni (LEP) per garantire diritti e qualità, anche qui attraverso una modalità democratica, partecipata e trasparente.

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    “Autonomia e governo dei sistemi della conoscenza nella Costituzione e nella fase attuale” era il tema della relazione di Vittorio Angiolini, costituzionalista, docente all’Università Statale di Milano. Angiolini ha spiegato che la legislazione degli ultimi 15 anni si è discostata dal disegno costituzionale, laddove vengono definiti principi fondamentali e diritti, e ha anche distorto il concetto di autonomia. Una brutta giurisprudenza ha fatto il resto, in particolare sui diritti delle persone: accesso, gratuità e obbligatorietà dell’istruzione (art. 34). Anche sui doveri dello Stato nell’organizzazione del sistema (art. 33), la legislazione recente prescinde dal dettato costituzionale. Il caso più eclatante è quello del finanziamento alla scuola privata e dei buoni scuola che stravolgono il principio del sostegno al diritto allo studio.
    Anche sul concetto di autonomia la legislazione si è allontanata dal dettato costituzionale. Nelle università e nelle istituzioni di alta cultura la Costituzione parla di ordinamenti autonomi, ma l’ordinamento della docenza universitaria è uno stravolgimento dell’autonomia. In generale, nei sistemi della conoscenza, è molto forte, nella lettura costituzionale, il binomio autonomia-libertà, intesa come libertà di insegnamento e di ricerca. È molto importante questa precisazione del professor Angiolini sull’autonomia e la libertà dei competenti, dei professionisti.

    La relazione di Vittorio Angiolini sarà pubblicata integralmente sul prossimo numero della rivista "Articolo 33".

    Le relazioni della seconda giornata di convegno hanno affrontato di petto i due temi centrali in discussione. Il primo riguarda le ragioni per le quali la conoscenza va considerata bene comune. Il secondo riguarda le autonomie funzionali dei sistemi della conoscenza e il loro governo.

    Gennaro Lopez, presidente del comitato scientifico di Proteo, ha introdotto l’argomento e, dopo il saluto di Mario Fuso, segretario della Camera del lavoro di Firenze, ha preso la parola Francesco Sinopoli, segretario nazionale della FLC CGIL. Sinopoli ha ricordato che l’autonomia universitaria introdotta dalla legge Ruberti del 1989 si ispirava a un principio progressivo, in armonia col dettato costituzionale, che metteva il sistema universitario al servizio del paese e dei cittadini. Ma quel disegno è stato snaturato e, nella legislazione successiva, l’autonomia è stata considerata solo dal punto di vista della spesa. Un’autonomia priva di risorse ha alimentato l’autoreferenzialità, mentre lo Stato si è disinteressato da controlli seri, preoccupato solo dei tagli. Quindi qualcosa non ha funzionato. Non è andata meglio agli enti di ricerca, alcuni dei quali non hanno riconosciuta alcuna autonomia regolamentare perché considerati “enti strumentali”. Sulle restrizioni all’autonomia degli enti di ricerca ha pesato la resistenza degli apparati burocratici dello stato. Sinopoli ha ribadito la relazione tra conoscenza, libertà e governance per costruire un disegno dei sistemi che contrasti con l’idea dominante di restrizione degli spazi pubblici.

    Leggi la relazione di Francesco Sinopoli

    A declinare la nozione di bene comune associata alla conoscenza è stato Tomaso Montanari, docente di storia dell’arte moderna all’Università Federico II di Napoli. Riferendosi all’articolo 9 della Costituzione, Montanari ha spiegato che la Repubblica tutela il patrimonio culturale in quanto proprietà collettiva e perché ha un valore alternativo a quello di mercato, è uno strumento di civilizzazione. Togliergli valore (“con la cultura non si mangia”) o mercificarlo o comunque ridurlo a dimensione finanziaria porta a una generale depressione culturale. Il patrimonio è la nostra identità e la sua tutela non è fine a se stessa ma legittima la sovranità popolare su un bene comune, appunto. La difesa del patrimonio è insieme difesa dei diritti della persona, perché senza la conoscenza e la cultura non c’è cittadinanza. Noi cittadini siamo considerati clienti a pagamento dei beni culturali, ma lo Stato (il Mbac) non si è mai preoccupato del nostro diritto come persone ad accedere a questo patrimonio con scopi conoscitivi. Montanari ha contestato l’attuale tendenza di fare del marketing tramite le opere d’arte, di usarle per costruire eventi commerciali. Un’involuzione pericolosa che si evince anche dallo smantellamento delle sovrintendenze. La gestione del patrimonio va affidata a chi produce conoscenza, perché questi beni non devono generare un’economia di profitto e di rendita, ma un’economia civile, devono generare conoscenza e cittadinanza. Ecco perché è impossibile che lo Stato non eserciti un ruolo su tali beni.

    La relazione di Tomaso Montanari sarà pubblicata integralmente sul prossimo numero della rivista “Articolo 33”.

    Mario Ricciardi, docente di diritto del lavoro all’Università di Bologna, ha ripercorso brevemente i 3 momenti cruciali del percorso “autonomistico”. Sull’onda dei movimenti degli anni Settanta nasce il bisogno di partecipazione interpretato dagli organi collegiali. Negli anni Novanta si formalizza l’autonomia delle istituzioni, ma la spinta partecipativa si era esaurita, e dal 2000 in poi si afferma un ripiegamento pseudomercantista. Questo percorso quarantennale è pieno di limiti. La partecipazione si è espressa secondo il modello della rappresentanza politica, vi è stata molta frammentazione nella distribuzione dei poteri, le riforme e le norme sono state troppe e spesso contraddittorie. Il disegno era ambizioso ma fragile, anche se poggiava su premesse serie. La contrattazione è stata una di queste, perché ha permesso, nella scuola e nell’università, di costruire figure di sistema, funzionali all’autonomia. Uno degli ostacoli a questo processo è stata l’ideologia “mercatista” che ha imposto una versione deteriore di efficienza, dirigista, burocratica e autoritaria, consentendo, di fatto, un ritorno al centralismo. Una situazione confusa, appesantita da adempimenti formali, che ha lasciato spazio a interventi a casaccio, soprattutto sugli enti di ricerca – soppressi o accorpati fuori da qualunque strategia. A tutto questo si sono aggiunti i tagli lineari e l’accentramento dei poteri nelle mani del Ministero del tesoro.

    La relazione di Mario Ricciardi sarà pubblicata integralmente sul prossimo numero della rivista “Articolo 33”.

    Una maggiore attenzione all’attualità e al che fare è stata dedicata nella tavola rotonda, coordinata da Armando Catalano del Centro nazionale FLC CGIL, a cui hanno partecipato Domenico Pantaleo, segretario generale della FLC CGIL, Patrizio Bianchi, assessore a scuola, università e ricerca dell’Emilia Romagna, Celeste Costantini, componente della Commissione affari costituzionali della Camera.

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    Nel corso del seminario sono stati illustrati i risultati di un questionario diffuso in rete, al quale hanno risposto 200 persone. Non si tratta di un campione utile per una rilevazione scientifica, ma è un segnale degli umori della categoria e una modalità per allargare la partecipazione utilizzando le potenzialità della rete. Con la pubblicazione di questi risultati vogliamo rendere conto di questa partecipazione e ringraziare le lavoratrici e i lavoratori che hanno compilato il questionario.

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    E poi un finale a sorpresa. La creatività e la fantasia dei lavoratori della conoscenza…

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