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Il Consiglio dei ministri approva il decreto “sblocca enti” ma è il Tesoro a dettare le politiche della ricerca

Le norme più innovative della delega rischiano di risolversi in un nulla di fatto o peggio in un boomerang per le amministrazioni e il personale.

27/08/2016
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Il mondo della ricerca attendeva da mesi il decreto legislativo in applicazione della delega contenuta nell’art.13 del D. Lgs 124/15. Lo schema è stato approvato, in prima lettura, il 25 agosto dal Consiglio dei Ministri. 
Da Palazzo Chigi è stato evidenziato tra le principali novità introdotte che “gli Enti che hanno risorse per farlo potranno assumere liberamente, entro il limite dell’80% del proprio bilancio. L’unico vincolo sarà il rispetto del budget. Una novità assoluta e molto attesa.”

E’ vero infatti che la liberazione di risorse per assumere nuovo personale, stabilizzare quello precario e valorizzare il lavoro che si svolge negli Enti di Ricerca è senza dubbio la priorità per il mondo della ricerca.
Ma dalle parole del Ministro si evince che, oltre al rispetto del limite dell’80% delle spese, gli enti per assumere un ricercatore, dovranno anche attendere che un altro che vada in pensione (questo significa il turn over al 100%), come già accade attualmente. Quindi non ci sarebbe nessuna possibilità di “assumere liberamente”, anzi il sistema della ricerca si troverebbe davanti a un vincolo aggiuntivo (quello dell’80%).

L’assoluta e attesa novità – che era in discussione - sarebbe stata la possibilità di investire liberamente le risorse dei propri bilanci per assumere personale di ricerca solamente nei limiti di quell’ 80% richiamato nel comunicato stampa. Ma a quanto sembra questa novità tanto attesa non è arrivata. Evidentemente non c’è teoria sulla rilevanza produttiva degli investimenti in ricerca che tenga di fronte alla ragione superiore dell’”invarianza di spesa” per le riforme pubbliche.

In sostanza al di là delle dichiarazioni roboanti alle quali questo governo ci ha abituato, le prime informazioni che arrivano sul provvedimento ci consegnano un quadro piuttosto deludente rispetto alle indicazioni contenute nella delega. Su governance, reclutamento e autonomia nella gestione finanziaria siamo al nulla di fatto.

Sembra comunque evitato il rischio, anche grazie alla mobilitazione degli scorsi mesi del mondo della ricerca, che il provvedimento disintegrasse definitivamente gli equilibri del sistema, come si è temuto leggendo le bozze circolate nei mesi scorsi, che, nel tentativo di copiare gli aspetti peggiori della riforma Gelmini dell’università, avrebbero comportato la definitiva precarizzazione del settore e il rischio concreto di licenziare migliaia di lavoratori con contratto a termine.

Permangono in ogni caso, novità tutt’altro che positive nel testo uscito da Palazzo Chigi se verranno confermate le informazioni oggi in nostro possesso. Si ricorderà che una delle maggiori criticità nelle bozze di decreto predisposte negli scorsi mesi era la separazione netta tra il personale tecnico-amministrativo da una parte, ricercatori e tecnologi dall’altra, risultato evidentemente della scarsa conoscenza da parte degli estensori del funzionamento degli enti, in cui il ruolo del personale tecnico e amministrativo è essenziale nelle attività di ricerca. A quanto sembra, si continua a dividere le sorti del personale di ricerca. La chiave per aumentare le posizioni da ricercatore del ministro Giannini sembra essere nella versione finale del decreto, quella di imporre un limite, il 30% delle spese per il personale, alla possibilità di assumere tecnici e amministrativi. Dunque si sottrae capacità di autodeterminare persino i fabbisogni alle amministrazioni degli Enti, alterando retroattivamente la programmazione delle attività già in svolgimento e mettendo simmetricamente in pericolo alcune migliaia di tecnici precari il cui apporto è fondamentale per lo svolgimento dei processi di Ricerca.

Il mondo della ricerca ha bisogno di un decreto legislativo che sia di reale aiuto per le attività correnti di enti importanti per lo sviluppo del Paese. Da qui a novembre quando sarà completato l’iter approvativo con il relativo passaggio nelle commissioni parlamentari competenti, la FLC CGIL si aspetta che siano presenti e ampliate nel provvedimento le norme utili per gli enti, verso una maggiore omogeneità del settore, una più forte autonomia e una reale semplificazione delle regole, non solo per quanto riguarda il reclutamento. Ci aspettiamo poi, che quanto di buono abbiamo letto nelle bozze dei mesi scorsi sia presenti nel testo finale .

Ciò è necessario ma lo è ancora di più che la prossima legge finanziaria preveda risorse aggiuntive per aumentare i fondi ordinari degli enti di ricerca, per stabilizzare i precari e assumere nuovo personale di ricerca. Serve un investimento straordinario dello stato nella ricerca pubblica altrimenti il resto sono solo piccoli aggiustamenti nella migliore delle ipotesi.

Ci riserviamo nei prossimi giorni, una volta recepito il testo ufficiale, una valutazione politica e tecnica approfondita del provvedimento anche in vista dell’incontro del 6 settembre al MIUR, quando sono state convocate le organizzazioni sindacali.