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“Il sindacato adesso, il sindacato domani”: continua l’incontro della FLC CGIL con i giovani

Ancora una tappa, questa volta a Roma, del nostro lungo percorso verso i giovani, il lavoro non standardizzato, le forme nuove di organizzazione e di rappresentanza. Il sindacato interroga se stesso preparandosi al congresso.

22/02/2014
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“Ci hanno stupito quando hanno detto che non immaginavano che la Cgil fosse così”. Maurizio Lembo della segreteria nazionale della FLC CGIL ricostruisce il lungo percorso dell’incontro del sindacato con i giovani, intitolato non a caso “Adesso e domani”, nell’ultima tappa prima del congresso. Il 21 febbraio a Roma un incontro per tirare le fila di questo progetto che ha avvicinato la FLC a tanti giovani con l’intento soprattutto di ascoltare. E infatti Lembo cita le tante voci che hanno parlato con un linguaggio diverso da quello a cui il sindacato è abituato e che hanno posto problemi inediti per un sindacato che tradizionalmente si rivolge a lavoratori dentro posti di lavoro “strutturati” e fisicamente individuabili. Da questo incontro il sindacato ha imparato a conoscere un mondo del lavoro frammentato, spesso molto qualificato, quasi sempre precario, non riconducibile nell’alveo della contrattazione tra le parti e impossibile da tutelare nell’ambito dell’attuale legislazione sociale. “Dopo ogni incontro abbiamo preso degli impegni concreti” e qui Lembo cita la campagna per un “welfare universale” basato sul diritto di cittadinanza e la tutela del lavoro precario nei contratti collettivi. Il congresso di aprile non potrà non considerare questo percorso e i tanti giovani che vi hanno preso parte e quello che ha significato. “Il rinnovamento – ha concluso Lembo – non è solo anagrafico, ma soprattutto culturale, nei contenuti e nei linguaggi”.

Fabrizio Stocchi del centro nazionale della FLC ha introdotto la prima tavola rotonda spiegando che negli incontri e nelle inchieste che hanno costellato il progetto “Adesso e domani” il sindacato ha toccato con mano le trasformazioni profonde avvenute nel lavoro ma anche la propria capacità di adeguarsi alle nuove esigenze di questo mondo. E si è interrogato sulla contrattazione inclusiva e la generalizzazione di diritti fondamentali come quello alla salute, alla previdenza, alla maternità…

Introducendo gli ospiti – Giuseppe Bronzini giudice di Cassazione ed esponente di Basic Income Network, Vincenzo Susca direttore di “Les Cahiers europeens de l’Immaginaire” e Domenico Pantaleo, segretario generale della FLC CGIL – Stocchi ha posto una serie di interrogativi: come costruire uno statuto dei nuovi lavori, visto che specialmente nei settori della conoscenza, il posto di lavoro è oltre la dimensione formale, si diffondono microidentità professionali, la professione si esplica anche nelle reti sociali e le tecnologie digitali flessibili sono il fulcro del lavoro disperso. Si è chiesto infine se, dato questo scenario, si può parlare di cultura di rete.

Bronzini ha ricordato come negli ultimi 15 anni vi sia stata una regressione anche normativa che ha messo in discussione il garantismo sociale. Oggi 1 contratto di lavoro su 10 è standard, gli altri sono anomali. Per come si è venuto a modificare il mercato del lavoro, il diritto del lavoro dovrebbe poggiare su 3 colonne: dare garanzie a tutti i tipi di lavoro, compresi quelli non standard, dare servizi alla cittadinanza, tutelare il lavoro standard. In fondo era quanto auspicato nell’Agenda di Lisbona: costruire coperture universali minime per offrire una schermatura individuale, quindi un reddito minimo, offrire servizi, offrire formazione. Tutti elementi fondativi di un nuovo welfare. Laddove questa sorta flexsecurity è stata adottata non c’è precarietà e la disoccupazione è a livelli accettabili. Non in Italia, dove gli squilibri e le diseguaglianza sono altissime. L’Europa non ha avuto il coraggio di imporre un social pact, che oggi diventa indispensabile per salvare l’unione e l’euro. Infine, alle tante forme di lavoro autonomo che si vanno affermando - che non devono essere combattute in quanto tali - va dato uno statuto ad hoc.

Di quanto il rapporto tra nuove tecnologie e nuovi soggetti sociali abbia cambiato tutti i paradigmi, compresa la costruzione delle identità ha parlato Susca. Di questi cambiamenti bisogna prendere atto. Un discorso duro da digerire per chi affonda il proprio sistema di valori in identità collettive con forti radici culturali, politiche e anche ideologiche. Oggi facciamo i conti con identità non codificate, ma cangianti e con essa cambiano anche i principi di rappresentanza e rappresentazione, lo si può osservare nei social network. Siamo al cospetto di microtribù che non si uniscono intorno a un contratto sociale (identità collettiva, appunto) ma intorno a stili di vita, passioni, non su un progetto ma su una pulsione. Non c’è l’adesione razionale a un demos astratto, ma la comunione basata sulla comunicazione del gruppo. Il patto nel gruppo è più forte della legge e crea nuove forme di potere. Non possiamo più parlare di “opinione pubblica”, ma di “emozione pubblica”. Queste nuove forme “socialità” sono l’interfaccia delle forme elettroniche, le quali, a loro volta, sono lo specchio di questa realtà. Sono espressioni “dal basso” che non accettano le forme sociali codificate e mettono in crisi la trasmissione della conoscenza dall’alto verso il basso. Bisogna fare molta attenzione, avverte Susca, perché non è possibile impedire o modificare il corso della storia (quando lo si fa si arriva a pesanti distorsioni). Il nostro compito è capire questi processi e accompagnarli, comprendere l’intelligenza di questa forma nuova di socialità per evitare che dia sfogo ai peggiori populismi e che venga mercificata.

Pantaleo ha parlato di crisi della rappresentanza che deriva dalla frammentazione del lavoro creata dalla globalizzazione e dal liberismo. Una situazione che mette in crisi di conseguenza anche il ruolo del sindacato confederale che è nato su istanza di unificazione e ricomposizione. Non basta qualche diritto in più di fronte la lavoro che diventa una variabile dipendente da fattori diversi dalla produzione, di fronte alla rottura tra lavoro e salario, ai lavori poveri, di fronte al fatto che l’istruzione non è più garanzia di buona occupazione… Il sindacato se vuole vivere deve uscire dalla cultura industrialista, perché le tutele contrattuali non bastano più e il lavoro non porta più automaticamente diritti di cittadinanza. Non si può più separare il reddito dal lavoro dalla formazione. E il reddito minimo non è da considerare un misura assistenziale ma un fatto di civiltà e di democrazia. Il sindacato per parlare e farsi carico di questo mondo frammentato deve cambiare modalità di intervento e anche le forme della democrazia rappresentativa. Vanno sperimentate nuove forme di partecipazione e di democrazia diretta. Dare una diversa centralità al territorio, visto che il luogo di lavoro non è sempre individuabile e raggiungibile, superando anche una stretta visione di categoria. Pantaleo rilancia il ruolo delle Camere del Lavoro, come luoghi aperti di incontro e di iniziativa.

Agganciandosi a questa idea di nuove forme di organizzazione e autorganizzazione Claudia Pratelli del centro nazionale della FLC ha introdotto la seconda tavola rotonda a cui partecipavano Valery Alzaga, del sindacato americano Change to win, Roberto Covolo del laboratorio sociale ex Fadda di S. Vito dei Normanni in Puglia, Valerio Gatto Buonami del teatro Valle di Roma occupato, Andrea Brunetti responsabile delle politiche giovanili della Cgil. La questione di fondo è come aggregare lavoratori che non hanno contratti collettivi e come la società civile può promuovere in forme autonome, solidali e mutualistiche iniziative imprenditoriali e culturali e far funzionare spazi collettivi comuni.

“Se il lavoratore non va al sindacato, il sindacato va dal lavoratore”, questa in estrema sintesi la filosofia con cui Chance to win ha organizzato i lavoratori delle pulizie negli Stati Uniti.
Il laboratorio sociale ex Fadda nasce dalla riorganizzazione di un’area industriale dismessa con la partecipazione della comunità alla progettazione degli spazi. I cittadini non sono gli utenti ma i protagonisti delle attività. Ruolo sociale dell’impresa, fiducia, cooperazione, ognuno dà quella che ha.
Una interessante esperienza di autorganizzazione anche quella del Teatro Valle di Roma, occupato da attori e lavoratori dello spettacolo quando il Comune decise di privatizzarlo. Ne è nata una comunità aperta e una piazza sociale.
Brunetti ha ricordato le nuove forme di organizzazione e aggregazione giovanili nata su input della Cgil, a partire dalla campagna “giovani non + disposti a tutto” che ha messo in evidenza, tra l’altro, lo sfruttamento nei call center e negli stage, fino alla sperimentazione di spazi aperti nelle Camere del Lavoro, come il progetto Plas a Firenze, che ne ha fatto luoghi di incontro e di iniziativa non solo per lavoratori standard.

Nella discussione che è seguita, Igor Piotto della FLC CGIL di Torino ha raccontato dell’esperienza in un quartiere periferico della sua città, il “Progetto Controluce”, per il recupero di ragazzi che lasciano prematuramente la scuola. Piotto ha spiegato che non viene offerto solo istruzione, ma musica e sport e ha spiegato l’importanza delle arti marziali per insegnare la controllare la violenza e l’aggressività che montano tra chi vive ai margini.

Di sportelli di consulenza nelle università hanno poi parlato Fabio Ingrosso ed Elena Rubino.