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Unità-L’Italia ha bisogno di innovazione: politica e tecnologica

Presentato a Milano «Le tecnologie emergenti». «Il cambiamento deve partire dalla scuola, la riforma Moratti ha sbagliato tutto»

28/03/2006
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l'Unità

ALESSANDRO OVIPresentato a Milano «Le tecnologie emergenti». «Il cambiamento deve partire dalla scuola, la riforma Moratti ha sbagliato tutto»

L’Italia ha bisogno di innovazione: politica e tecnologica

di Laura Matteucci

«L’Italia non può essere solo ville e casali, inchiodata alla linea del lusso. Dobbiamo tornare a fare ricerca, a investire nell’innovazione. Ad insegnare ai ragazzi ad amare la tecnologia». Alessandro Ovi, ingegnere nucleare, direttore della «Technology Review», la rivista del Mit, è rimasto un ragazzo con la passione per «Le tecnologie emergenti», che è poi il titolo del suo ultimo libro, edizioni Luiss University press. Il libro presenta venti tecnologie (bio, nano e digitali) che potrebbero avere un’importanza determinante nel prossimo futuro, selezionate negli ultimi tre anni.
Innovazione, parola complessa; secondo lei, che cosa significa oggi fare innovazione?
«Io concordo con quanto scrive Nicholas Negroponte nell’introduzione: essere innovativi è l’opposto di quello che i genitori si aspettano dai figli, i dirigenti dai dipendenti, i capi di stato dai loro paesi. Le persone innovative sono scomode. Il loro terreno fertile è una cultura eterogenea, che vive di diversità. Ci vuole passione, e anche trasgressione. Peraltro, avendo sempre ben chiaro il valore etico della ricerca».
E che altro ci vuole?
«Una scuola che alimenti la cultura tecnologica. Il contrario di quello che vuole la riforma Moratti, che di fatto elimina gli istituti tecnici. E poi, bisogna sviluppare una cultura che non punisce gli errori. Si è colpevoli se non si prova, non se, provando, si sbaglia. Anche rilanciare i grandi progetti è importante: crea entusiasmi, strutture e indotto».
Una vera rivoluzione culturale. E gli imprenditori italiani, che spendono in ricerca meno della metà della media dei paesi industrializzati, che ruolo dovrebbero avere?
«Da noi sono pochissimi i gruppi che investono: Enel, Eni, Telecom, St-Microelectronic. Negli Usa a fare la metà della ricerca privata sono almeno 160 aziende. È chiaro che in questa situazione, fatta di microaziende che non crescono mai abbastanza per poter investire nell’innovazione - e del resto che non facendo ricerca non riescono mai a crescere -, è difficile sviluppare una creatività davvero nuova. Noi infatti siamo bravi a perfezionare, ma di prodotti realmente nuovi non ne mettiamo quasi nessuno sul mercato. I finanziamenti, pubblici e privati, sono necessari. Ma non sufficienti».
Ci vogliono spazi aziendali dove poter sperimentare?
«Dei campus aziendali, certo. Laboratori dove viene lasciata ai giovani libertà di sviluppare idee nuove. Come ha fatto Microsoft a Pechino, come fanno molte imprese negli Stati Uniti. Ho parlato di giovani perchè è a loro che deve venire affidato il compito di trainare l’innovazione, senza avere la pretesa di guidarli, ma ascoltandoli e lasciandoli fare. Come ho detto, lasciando anche spazio agli sbagli e agli sprechi, purchè portino ad un livello superiore di consapevolezza. Bisogna portare in azienda un po’ di quella libertà che si respira in università».
Quello delle strutture universitarie è un altro punto dolente.
«È un altro punto che va rilanciato. A partire dalla cooperazione tra università. Rendiamoci conto che non abbiamo quasi più stranieri che vengono a strudiare in Italia».


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