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«Quei ragazzi sono italiani. Con che coraggio si dice no?»

Intervista a Graziano Delrio. Il presidente dell’Anci e la cittadinanza agli immigrati nati nel nostro Paese

29/01/2012
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l'Unità

Il Parlamento guardi in faccia questi giovani e dica loro “voi non siete italiani”, così come gli uomini dovevano dire in faccia alle donne, “voi non votate” ».

 Graziano Delrio, sindaco di Reggio Emilia alle prese con il terremoto, presidente dell’Anci, è anche presidente del comitato promotore «L’Italia sono anch’io» per la legge sulla cittadinanza italiana ai figli di immigrati nati nel nostro Paese.

 Sta crescendo un fronte trasversale, ci sono tante proposte di legge,pensa che il Parlamento le recepirà? «Esiste un’azione forte dal basso di tante associazioni che chiedono al Parlamento di avere più coraggio e guardare in faccia la realtà: quasi un milione di giovani che si sentono a tutti gli effetti italiani».

Di quale fascia di età parla? «Da zero ai diciotto anni, parlo sia di chi è nato qua che di chi è arrivato da piccolo e ha concluso due cicli di studi. Bambini a tutti gli effetti italiani, parlano e studiano nella nostra lingua, vivono l’Italia come loro patria, invece a diciotto anni verranno trattati come stranieri. Noi produciamo stranieri con questa legislazione. Ma ora il tempo della paura iniziale, comprensibile per un’immigrazione rapida con un impatto forte, è finito, si deve fare un passo in avanti come in tutti i paesi europei. E affrontare il tema dell’immigrazione come “il tema” del Terzo Millennio».

 Come comitato promotore cosa farete? «Abbiamo messo insieme le anime più diverse, dalla Cgil all’Ugl, l’Arci e il centro studi gesuiti. Abbiamo raccolto 50mila firme per la proposta di legge popolari con banchetti in tutta Italia, trovando gli italiani più disponibili di quanto non si dica. Ora dobbiamo certificarle, poi depositeremo le proposte di legge in Parlamento; a febbraio chiederemo ai presidenti della Camera e del Senato e ai capigruppo di avviare un iter e un calendario per discuterle ».

Ci sarà la forza per mandarla avanti, secondo lei? «Credo che in Parlamento adesso ci siano le condizioni ideali per fare questo passo: sono caduti quelle paure e quei ricatti politici di chi minacciava di far cadere il governo».

Sono caduti del tutto? «Be’, con un governo concentrato sul fare dovrebbe esserci un Parlamento concentrato sul fare. E questo può fare in modo che la legislazione determini uno scatto di civiltà, riconosca diritti che ci sono già, e aiuto anche a far meglio i propri doveri. Perché chi è in grado di sentirsi cittadino può dare un contributo maggiore al proprio Paese».

La formula è quella dello ius soli. «Sì. Certo non siamo favorevoli al fatto che uno venga qui a partorire e diventi automaticamente cittadino italiano, non è questo il tema. Ma se nasce un bambino da genitori già legalmente soggiornanti in Italia, quindi da almeno cinque o sei anni, a questo bambino deve essere riconosciuta la cittadinanza. Oppure può avvenire dopo che ha concluso i primi due cicli di studi. Sarà il Parlamento a decidere, ma intanto deve guardare in faccia questi giovani, che io sento cantare l’Inno Nazionale, e dire loro “voi non siete italiani”. Come gli uomini dovevano dire alle donne “tu non hai il diritto di votare”, facile dirlo tra uomini, più difficile dirlo alle mogli. Per fortuna oggi c’è un’ampia sensibilità, grazie al presidente della Repubblica, al presidente della Camera, i partiti possono riconquistare molta credibilità se affrontano questi temi».

Come giudica le posizioni di Grillo? «Grillo ha fatto una lettura da politichese, “questo serve alla Lega... questo alla sinistra buonista...”. Questa legge non serve né a far aumentare il razzismo, né a farlo diminuire. E il buonismo non c’entra. È una scelta di migliore coesione della società e di qualità della vita anche nostra. Perché quando abbiamo concesso diritti non ci abbiamo mai rimesso ».

 Il governo non ha tolto l’aumento della tassa per il permesso di soggiorno. Pesano i ricatti della Lega, con il Pdl che non vuole rompere del tutto? «Non so,ma non c’è peggior politica

idi quella degli annunci. Una volta che si è detto sarebbe utile farlo; non dico che non debbano pagare, ma senza sovrattasse, un immigrato non deve sentirsi in colpa perché chiede il permesso di soggiorno».

Lei parla come se vivesse molto da vicino le storie di questi ragazzi. «Sì, tutti i sindaci le conoscono. Ho davanti agli occhi storie di ragazzine nate in Italia da genitori marocchini o ucraini che prendono nove in italiano emi dicono “la maestra è stupita, perché, io cos’ho di diverso dai miei compagni italiani?”.Mi scrivono tantissime lettere: ragazze bravissime in ginnastica, atlete quindicenni, che non possono essere scritturate da società professionistiche perché non hanno la cittadinanza. Ecco, il Parlamento dovrebbe avere davanti queste storie commoventi, più che i calcoli politici».❖


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