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Cari studenti, capisco contro cosa protestate ma non contro chi

Riflessione pubblica di una studiosa che, donna, a 47 anni è professore ordinario

19/12/2010
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l'Unità

Nicla Vassallo - docente di filosofia teoretica

Le manifestazioni a favore della conoscenza: i giovani temono che venga loro sottratta per sempre, manifestazioni né di destra, né di sinistra, piuttosto lezioni di civiltà in un paese incivile, in cui imperversa sovrabbondante ignoranza e maleducazione al potere. Ma se capisco contro cosa i giovani protestano, mi sfugge a tratti contro chi. I baroni, forse? Se tale io sono, pure contro di me. Dopo un lungo precariato, professore ordinario, tra i più giovani, forse il più giovane, delmio settore (filosofia teoretica). Come accade che a quarantasette anni suonati viva ancora un’eterna giovinezza? Pietra filosofale, Sacro Graal, Peter Pan, Dorian Gray? Oscar Wilde fa affermare e domandare: «Now, wherever you go, you charm the world. Will it always be so?». In un certo qual senso, non dovrei più incantare; il compito di incantarci, di sorprenderci con idee e scoperte toccherebbe ai giovani reali. Ma a troppi conviene che io rimanga giovane, così i giovani reali attenderanno a lungo il loro «turno», mentre i reali anziani nutriranno l’illusione che la gerontocrazia non esiste. Qualcosa non funziona. Insieme al paese, l’università non si rinnova, anzi si chiude alla linfa vitale. Un’università senza tempo, come si addice a un paese senza tempo. Parecchi anni orsono, l’università immette troppi ricercatori, mediocri e validi, immobilizzandosi, ripiegandosi su stessa. Grazie a una serie di concorsi, molti di quei ricercatori diventano professori; hanno oggi, di norma, sessanta e più anni; occupano spesso cariche accademiche di rilievo. Non io. Al potere della carica (da gestirsi con competenze di cui non si dispone), preferisco la ricerca, il potere della conoscenza, il potere della qualifica. Se i baroni sono coloro che amano il potere in sé e per sé, che puntano aun potere sempre più alto, fino ad aspirare a quello del rettore- re-sole,nonfaccio parte della categoria, pur da professore ordinario. Una privilegiata? Avete mai contato i professori ordinari donne?Mosche bianche, soprattutto se «giovani ». Le pari opportunità, in un’università senza tempo, in un paese senza tempo? Non scherziamo. Una mia giornata tipo inizia all’alba sulla scrivania e sulla scrivania termina in tarda serata: in mezzo molto; il lusso: un’ora di palestra – vi risparmio i dettagli, ma pronta a fornirli. Barone io? Non so cosa significhi il quasi nullafacente, che guadagna fuor di misura, delega docenza e ricerca a qualche «anonimo» tiranneggiato, gestisce il potere e trama per esso, sguazza nelle varie parentopoli, promuove qualche stupido nel timore di venir messo in ombra, realizza cooptazioni, snobba gli studenti, ha una scarsa/media produzione scientifica, non si aggiorna, crea corsi e insegnamenti qui e là, propone e riceve lauree honoris causa, usa il computer a mala pena, è supponente, indisponente, si dichiara innocente, razzola male, accarezza intrighi e politiche, e così via. Il barone chi è? Ovvio che il barone non coincide necessariamente col professore ordinario, mentre può coincidere col professore associato e col ricercatore. Allora gli studenti manifestano anche contro i ricercatori. Ebbene sì, e dovrebbero farlo, perché alcuni ricercatori anziani, dotati dell’egoismo proprio dell’anziano, pretendono di diventare professori, nonostante curricula spesso inesistenti. Se la gerontocrazia vincerà, l’università tornerà a sbarrare le porte ai giovani meritevoli, e lo stesso accadrà se a venire cooptati saranno i soliti imparentati, portaborse, yesmen (o yeswomen), cari a chi detiene le redini del comando. La riforma Gelmini vi collaborerà? Chissà. Contro essa non manifesto, non sciopero, non salgo sui tetti. Continuo ad adoperarmi per l’università, la ricerca, la didattica, nonostante la leggenda metropolitana voglia che il mio  carico lavorativo settimanale non superi le tre ore – invito chi vi crede a trascorrere con me un solo «perfect day». Non so se la riforma ci condurrà definitivamente e irrimediabilmente verso il baratro. I nostri atenei vengono di già considerati e classificati piuttosto male in base agli standard internazionali, non attraggono docenti e studenti stranieri, invogliano i propri a fuggire all’estero, richiamano i «cervelli», che non sempre risultano tali, li maltrattano non appena valicano il confine. Come ogni riforma, conterrà qualcosa di buono, si proporrà di migliorare la situazione, sebbene senza investire risorse, anzi. Una riforma che razionalizza e depatologizza? Chi? Che cosa? Oppure una riforma irrazionale e patologica? Vedremo. Però, attenzione, considerati i recenti avvenimenti, non facciamo di ogni erba un fascio, evitiamo etiche e tuttologi, non richiamiamoci a valori aleatori,non discettiamo di violenza senza competenze in filosofia politica e scienze politiche, non difendiamo l’indifendibile. Se proprio vogliamo, ragioniamo su cosa comporta la zona rossa che sancisce lo strappo spietato del palazzo dalla piazza. Chiediamoci cosa deve garantire un paese all’università, per non risultare l’uno lo specchio dell’altra, e viceversa, per fare sì che le compravendite non riguardino la conoscenza. L’università deve essere posta nelle condizioni di svolgere la propria funzione formativa, attraverso corsi di studio sensati, attraverso la buona didattica e ricerca; dimostrarsi meritevole per attestare ai giovani che il merito conta, non altro; assicurare pregio a lauree e titoli, dottorato di ricerca incluso; garantire a ogni giovane sapere e serietà, senza l’angoscia di un futuro che non ci sarà, senza la necessità di trasformarsi in yesmen e yeswomen, senza l’invidia per chi ha scelto mestieri dai facili guadagni, senza la rabbia nei confronti del malato egoismo di molti potenti anziani. Ragionare/indottrinare Questa nostra università deve promettere a tutti ragionamento (con la propria testa), non indottrinamento. L’università pubblica con le finanze pubbliche, quella privata con quelle private. Garanzie minime, quasi banali. Chissà. In questo paese senza tempo, ci troviamo di fronte a un bivio: il potere del denaro che tutto compra e svende, o il potere della conoscenza che nutre la mente e ci rende esseri umani? Una lettura per giovani e anziani: l’Apologia di Socrate. Chi non l’ha presente, ha già scelto senza dignità, sempre che sappia scegliere chi non dispone delle conoscenze per farlo.


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