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C’è tutta la vita per andare a scuola

Una ricerca: la “formazione continua” garantisce sviluppo e lavoro

02/12/2010
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La Stampa

Elena Lisa

Parola d’ordine: tornare a studiare. Adulti compresi. Anzi di più, soprattutto loro. E specie se italiani. La cosa giusta, a guardare in prospettiva, sarebbe stata mai smettere di farlo perché se è vero che l’educazione costa, l’ignoranza non è da meno. E al nostro Paese presenterà presto il conto.

Stando alle proiezioni del Cedefop, Centro europeo per lo sviluppo della formazione professionale, nel 2020 i due terzi dell’occupazione si concentreranno nel terziario, il settore che garantisce servizi alle famiglie, alle imprese, alla collettività in generale e che, quindi, ha bisogno di persone costantemente aggiornate, preparate al passo con i tempi, capaci di proporre soluzioni e pensare programmi non datati. In pratica, l’identikit del «lavoratore» tipico, dall’infermiere al consulente aziendale, sarà quello di chi ha fatto scorta di corsi ed è «affamato» di aggiornamenti per raggiungere competenze maggiori. Avrà alti livelli di conoscenze e un’abilità tecnica non indifferente. Istruzione e formazione saranno di ottimo livello. Requisito che varrà per ogni professione, pure per quelle che, oggi, vengono tradizionalmente considerate «elementari»: da chi pulisce le aule a scuola a chi si occupa di volontariato.

Fin qui, tutto bene. Certo non tutti apprezzeranno l’idea di non poter smettere di studiare, ma il tasto dolente è un altro: nemmeno a dirlo, dal punto di vista del «lifelong learning», appunto, il nostro paese rispetto all’ Europa è già in ritardo.

Ad affermarlo è «Treellle» che ha presentato un convegno a Roma sull’educazione e la formazione degli adulti nel continente. A coordinare gli interventi - tra gli altri quello del presidente dell’associazione Attilio Oliva, del ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maurizio Sacconi, del direttore della Caritas italiana, Don Vittorio Noza e del vice presidente di Confindustria per l’«educational» Gianfelice Rocca - è stato il presidente Mediaset, Fedele Confalonieri. Il quadro della situazione italiana tracciato è sconcertante: i dati sulla qualità della preparazione dei lavoratori italiani, rispetto a quella degli altri Stati dell’Ue sono allarmanti. Secondo le proiezioni, l’Italia avrà la maggiore percentuale di «forza lavoro» con bassi livelli di formazione e competenza: la media europea sarà del 19% quella italiana del 37.

Non è un caso se la popolazione adulta che da noi ha raggiunto al massimo il titolo di scuola media è il 48% mentre è il 29% nel resto d’Europa. E se l’età si abbassa, la situazione non migliora: gli italiani tra i 25 e 35 anni che hanno in mano un diploma secondario sono il 31%, in Francia sono il 17, in Germania il 15. Complessivamente il 35% della nostra popolazione vive in una situazione di sostanziale «illetteratismo»: e non padroneggiare la lettura, la scrittura e il calcolo, significa essere esclusi dalla vita sociale e professionale.

Si tratta di un deficit di «capitale umano» che mal si amalgama ai cambiamenti epocali in atto: la scarsa natalità, l’allungamento della vita, l’immigrazione, la mobilità di lavoro e lo sviluppo della tecnologia. Un’emergenza che rallenta lo sviluppo interno e la competizione con l’esterno. E che frena la spinta in avanti di un intero paese.


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