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Un prof per tre ore a settimana così la Toscana “tradisce” i disabili

Senza sostegno 330 studenti, gli insegnanti non bastano ancora

29/09/2013
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la Repubblica
MARIO NERI
PER Marco la scuola dura sei ore alla settimana. Le sole che gli hanno concesso di sostegno. «Lo Stato pretende che a un ragazzo autistico sulla sedia a rotelle basti un insegnante part time». Eppure lui, 18 anni, ha una vita di emozioni e intelligenza a tempo pieno. «Mi ha chiesto di lasciarlo a casa: “Mamma, non ne vale la pena, imparo più cose se sei tu a insegnarmele”». Così, addio ai compagni di terza al liceo pedagogico di Massa. Marco (i nomi sono di fantasia) è uno dei tanti studenti disabili per cui la nostra regione è fuori legge.
LA LEGGE
Sebbene pochi giorni fa il ministero dell’Istruzione abbia provato ad aggiustare il tiro, o meglio, ad evitare una valanga di ricorsi e polemiche, la Toscana non ha ancora raggiunto il limite minimo di un insegnante ogni due alunni. Sono arrivati 200 insegnanti di sostegno in più. Ora sono 5.481; 11.295 gli studenti disabili. «Il rapporto 1 a 2 non è ancora raggiunto – osserva Alessandro Rapezzi, segretario regionale Cgil scuola – ci sono 2,06 alunni per ogni insegnante». Solo in apparenza si tratta di decimali: 330 studenti sono lasciati soli, senza sostegno. Una triste contabilità, peraltro alterata dall’osservanza
burocratica: degli oltre 11 mila disabili, 4.296 sono gravi, per la Corte costituzionale avrebbero diritto a un insegnante individuale. «Genitori e scuole ci contattino, siamo pronti a dare assistenza legale a tutti».
LA CLASS ACTION
Lisa l’ha scritto in una lettera indirizzata all’Alberghiero e alle istituzioni di Massa. “Caro sindaco e cari prof, senza la maestra accanto non mi entra niente in testa, non riesco a seguirvi quando spiegate alla lavagna, ho deciso di non venire più”. «Le hanno assegnato appena 4 ore mentre avrebbe diritto ad averne 18», dice Guglielma Alberti, presidente di un comitato di genitori pronto a promuovere una sorta di class action. «I tagli hanno stravolto le gerarchie della solidarietà – racconta Corrado Menconi, insegnante di sostegno - Oggi anche la scuola pubblica ti lascia senza rete». L’ha fatto con Agata, iscritta ad una media del quartiere Varignano, uno dei più popolari di Viareggio. E con Gigi, tetraplegico, iscritto a un professionale di Livorno. Per lui, che si muove un po’ a scatti con le mani, l’educatrice era la penna che prendeva appunti sul quaderno. Ha gli occhi che brillano, Gigi, vorrebbe diventare ingegnere. «Mi sono licenziata per stare con lui a casa – racconta la madre – A scuola fanno 28 ore settimanali, lui di sostegno ne ha solo 9».
I RICORSI AL TAR
Da tempo l’unica strada per veder riconosciuti i propri diritti sembra il ricorso al Tar. «Ma spesso innesca una guerra tra poveri», racconta Laura Lombardi, segretaria Cgil scuola a Grosseto. «Quasi sempre il giudice dà ragione al ricorrente.
I provveditorati sono costretti a riassegnare un insegnante a tempo pieno, ma lo fanno sottraendo assistenza agli altri, figurarsi se dal Miur aumentano gli organici ». Così, i 572 disabili della Maremma hanno in media 3 ore a testa di supporto. Al comprensivo Sei di Grosseto ci sono bambine come Simona, affetta dalla sindrome di Rett che le offusca i pensieri e le congela la crescita, a cui sono
state assegnate appena 3 ore.
LA SCUOLA DI FRONTIERA
A Lucca, in un comprensivo del quartiere San Vito, periferia turbolenta a un passo dalle mura, la mancanza di insegnanti di sostegno è diventata il marchio del disagio
sociale. «Quasi di una ghettizzazione », racconta Antonella Pagliai, insegnante e rsu di istituto. «L’anno scorso abbiamo avuto un bambino di sei anni schizofrenico a cui non era stata riconosciuto
nulla». Quest’anno c’è Simone, 8 anni, costretto ancora alla materna. Non vede e non cammina, si muove ancora gattonando, gli hanno dato 12 ore, da solo non riesce neppure a mangiare. «Fare scuola è come varcare ogni giorno una frontiera». Poi c’è Paolo, sordo, che comunica con il linguaggio dei segni, ma per il resto è un tipo sveglio: «Siamo riusciti a raggranellare 16 ore di traduttore, ma solo togliendone a bambini con disturbi meno gravi. In questo modo, l’obiettivo dell’inclusione diventa una chimera. Anche chi, con un piccolo aiuto, potrebbe tenere il passo dei compagni, viene lasciato ai margini della società».

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