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Enti di Ricerca: i Presidenti prendono in giro l’Europa (e i ricercatori italiani)

Come (non) recepire la Carta Europea dei diritti dei ricercatori

25/11/2005
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L’11 marzo del 2005 la Commissione Europea ha emanato una Raccomandazione contenente “La carta europea per i ricercatori ed un codice di condotta per il reclutamento dei ricercatori”. Questa carta era stata del resto già precedentemente annunciata nell’ambito della costruzione di uno spazio europeo della ricerca.

Come FLC Cgil dichiarammo che, pur trattandosi solo di un primo passo, era comunque un fatto significativo di un percorso verso la valorizzazione del ruolo della ricerca per lo sviluppo dell’Europa.

I punti di maggior rilievo che allora sottolineammo sono:

1. La stabilità del posto di lavoro nell’ambito di qualunque realtà dove viene prodotta ricerca, associata con i diritti di copertura sociale e previdenziale, è un valore ed una condizione necessaria per perseguire sia livelli di efficienza che di eccellenza.

2. Il periodo di formazione per un ricercatore è il primo momento del suo percorso lavorativo, deve avere durata limitata e godere di diritti.

3. La partecipazione attiva agli organismi che assumono decisioni, accompagnata con garanzie dell’autonomia lavorativa, è un diritto di tutti coloro che svolgono attività di ricerca.

4. La competenza è l’elemento cardine per ricoprire ruoli e responsabilità.

A distanza di alcuni mesi il CNR dichiara di adottare tale carta ed aggiunge che la decisione “suggella un percorso già intrapreso” con la riforma, la definizione del nuovo assetto normativo, organizzativo e regolamentare.

Oggi i Presidenti di tutti i maggiori enti si apprestano a presentare ufficialmente il 13 dicembre presso il Campidoglio la loro adesione alla raccomandazione con una vera e propria Dichiarazione di Impegno ed un preambolo.

La FLC Cgil da almeno 7 anni ha chiesto l’emanazione di uno statuto della ricerca che definisse i diritti ed i doveri dei ricercatori attraverso un articolato di legge: saremmo molto lieti di festeggiare un’iniziativa in cui gli enti di ricerca si impegnassero in tale direzione.

Ma le cose stanno davvero così?

La Comunità Europea dichiara che il precariato danneggia la ricerca, ed il Ministro della ricerca continua ad accettare il blocco delle assunzioni e i nostri enti si riempiono di precari che non hanno diritti, non hanno futuro, ma sono tra coloro che più fanno ricerca.

La Comunità Europea afferma che la formazione deve avere durata limitata e godere di diritti, ma il Governo taglia i fondi per poter pagare i giovani in formazione e, anzi, moltiplica le forme giuridiche del rapporto tra i giovani ricercatori e gli Enti, rendendo precaria e vuota di ogni contenuto formativo la fase più feconda della vita scientifica

La Comunità Europea afferma, inoltre, il diritto di partecipare alla programmazione ed alle decisioni, ma negli enti passa un’organizzazione burocratica e gerarchica, l’autonomia nei posti di lavoro scompare e addirittura viene reso difficile, quando non impossibile, indirizzare le scelte finanziarie nei progetti i cui fondi sono acquisiti dai ricercatori.

Infine, la scelta di capi e capetti dall’alto sostituisce i criteri di competenza che per essere tali devono essere valutati con criteri oggettivi e non gerarchici.

A tutto questo dobbiamo aggiungere la nostra contrarietà quando veniamo a sapere che unanimemente gli enti (chi? I Presidenti?) hanno stabilito di inserire nel preambolo i seguenti principi irrinunciabili:

1. un richiamo al ruolo che le istituzioni e i ricercatori italiani hanno avuto nei secoli nello sviluppo della conoscenze scientifiche e di una cultura scientifica europea ed internazionale;

2. La piena rispondenza della Dichiarazione alla Strategia di Lisbona

3. La ricerca come stimolo alla competitività;

4. Uno specifico richiamo e sottolineatura sul ruolo di “Servizio” degli Enti di ricerca;

5. Per una uguaglianza di genere nella scienza;

6. La regolamentazione dei diritti di proprietà intellettuale;

7. L’impegno verso l’opinione pubblica ai fini di promuovere una maggiore diffusione della cultura scientifica.

Troviamo a dir poco strano che i Presidenti degli Enti ritengano necessario integrare la “Carta Europea” con un preambolo di principi irrinunciabili: ciò sia sul piano del metodo – non è certo ai Presidenti degli Enti che spetta di chiarire o interpretare il significato di una Carta di principi emanata dalla Comunità e ciò fa sorgere il legittimo sospetto che si tenti di reintrodurre dalla finestra ciò che forse si è tentato di introdurre nella Carta europea, ma che dall’Europa è stato rifiutato – ma ancor più nel merito.

Si tratta infatti di un curioso melànge di “principi” che tradisce forse fin troppo evidentemente la volontà di correggere in salsa italiana i principi stabiliti in sede europea: si mescolano infatti affermazioni condivisibili, ma di scarso contenuto pratico – come il richiamo al valore della scienza italiana o l’affermazione dell’uguaglianza di genere nel lavoro di ricerca – con altre il cui significato diventa esplicito alla luce delle modifiche normative e regolamentari introdotte negli Enti di ricerca nel recente passato.

Si tenta insomma di usare i principi definiti in sede europea a giustificazione (peraltro non richiesta e pertanto sospetta) dei propri comportamenti: come si potrebbe altrimenti interpretare la sottolineatura del valore della ricerca come stimolo alla competitività – affermazione peraltro discutibile se avulsa da un contesto di interventi di politica industriale, come ormai universalmente riconosciuto – o, ancor di più, quella riguardante il “valore di servizio” degli enti di ricerca?

Cicero pro domo sua, insomma, ma com’è noto le bugie hanno le gambe corte…

Nei prossimi giorni faremo sapere quali iniziative di mobilitazioni saranno prese.

Roma, 25 novembre 2005