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Universitari in piazza contro il nuovo Isee: «taglia alloggi e borse di studio»

Cortei e manifestazioni in tutta Italia contro la Buona Scuola e per l’istruzione aperta a tutti. A metà ottobre un tavolo di confronto con il Miur

10/10/2015
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Corriere della sera

Antonella De Gregorio


Vogliono studiare, tutti. Eliminando le storture prodotte dai nuovi criteri adottati per concedere borse di studio e alloggi, servizi mensa e sussidi per trasporti e materiale didattico. E sono scesi in piazza, venerdì, insieme ai «fratellini» delle superiori, contro «le politiche che stanno smantellando l’istruzione pubblica, rendendola sempre più elitaria». Da una parte le proteste contro la riforma della scuola, approvata dal governo Renzi. Dall’altra l’appello «a non smantellare l’università pubblica, a sanare le disuguaglianze tra Nord e Sud del Paese».

In piazza

Rete degli studenti e Udu parlano di 50mila persone divise in decine e decine di cortei, lungo tutta la Penisola. Esultano: «Abbiamo dimostrato quanto la legge 107 non sia voluta dalla maggioranza della popolazione studentesca», dicono. E gli Universitari affermano che «scuola e università devono essere unite nel processo di riforma». Ma soprattutto ribadiscono che «nel momento in cui anche il diritto allo studio universitario viene messo ancora più in dubbio a causa di tagli ai finanziamenti noi rispondiamo che l’accesso all’università deve essere garantito a tutti e tutte senza impedimenti di tipo economico o sbarramenti in entrata come il numero chiuso ed il numero programmato».

Il resto d’Europa

Nel resto d’Europa gli aiuti agli studenti sono considerati un investimento e in molti Paesi le tasse universitarie sono più basse delle nostre. Al di qua delle Alpi però non tira aria buona per chi vuole costruirsi una carriera studiando: terza nel Continente per tasse universitarie, l’Italia nel diritto allo studio è in coda alla classifica. Brava a chiedere, meno a dare. Nei Paesi scandinavi, per esempio, lo Stato paga per ogni studente dai 15 ai 20mila euro, da noi la spesa statale è in media di 5mila euro e l’università raccoglie circa 1.200 euro. E quando si guarda al numero di beneficiari di sostegno pubblico sul totale degli studenti, da noi sono il 2,4%, in Francia il 18, in Germania il 21%. In Svezia si supera il 70%, in Olanda il 90.

Trentamila senza benefici

Roma, ma anche Firenze, Milano, Torino, Bologna. E poi Salerno, Catania, Pescara, Venezia, Genova: l’elenco delle città dove gli studenti hanno manifestato si è allungato di ora in ora, nei giorni scorsi. Insieme alle proteste, man mano che venivano pubblicate le graduatorie territoriali per l’assegnazione e il rinnovo delle borse di studio e degli altri benefici. Un dato complessivo ancora non c’è, ma come avevano preannunciato i movimenti degli studenti, i nuovi metodi per il calcolo dell’ISEE – lo strumento che misura la ricchezza delle famiglie per formare le liste di accesso ai servizi sociali - (e il nuovo «Ispe», che valuta diversamente il patrimonio immobiliare) stanno facendo crollare i numeri degli idonei ad ottenere un contributo economico. Trentamila, stimano i movimenti degli universitari, gli studenti non più considerati meritevoli, pur non avendo cambiato fascia di reddito rispetto all’anno scorso. In Toscana non avranno aiuti in denaro 2.729 studenti: il 18% in meno. Il 20% in Lombardia. Undicimila gli esclusi nel Lazio. Il 22% a Cagliari, il 28% ad Ancona, il 18% a Macerata.

Borse solo per il 2,4%

Secondo Link Coordinamento Universitario, il bilancio è ancora più pesante: non c’è solo chi perde l’idoneità, ma tutti quelli che non presentano nemmeno più la domanda. Il 25% in Toscana, il 30% in Puglia, in Emilia il 18%. Senza contare che il sistema di diritto allo studio, delegato alle Regioni, vede già una forte disparità di trattamento da una Regione all’altra e che molti studenti risultano «idonei non beneficiari», cioè senza accesso agli incentivi cui avrebbero diritto per reddito e merito, a causa dei tagli al sistema universitario e alle Regioni. La situazione di partenza è già critica, sostiene l’Udu: «In Italia, solo il 2,4% degli studenti percepisce una borsa di studio; erano 137.487 nell’anno accademico 2013/2014, contro 322.753 in Spagna, 423.842 in Germania e 639.884 in Francia». Negli ultimi cinque anni, calcolano le associazioni universitarie, i tagli al diritto allo studio hanno privato di aiuti 40mila ragazzi. Con la riforma degli indicatori Isee, c’è chi dice che il diritto allo studio è definitivamente morto.

Le richieste

Gli universitari chiedono l’abolizione dell’Ispe, la rimodulazione della soglia Isee, in modo da mantenere una percentuale tra idonei e richiedenti in linea con quella dell’anno scorso. E soprattutto una sanatoria per gli esclusi di quest’anno.
Al termine del corteo romano sono stati ricevuti da rappresentanti del Miur, che sono stati ad ascoltarli, hanno prospettato soluzioni tampone, per far fronte all’emergenza, «ma non prima di aver ascoltato le Regioni e aver chiarito quali sono davvero i numeri degli ammessi e degli esclusi», dicono dallo staff del sottosegretario, Davide Faraone. «Un piccolo passo avanti - commenta Jacopo Dionisio, coordinatore nazionale dell’Unione degli Universitari - ma gli studenti chiedono certezze immediate, non palliativi messi in atto per rispondere alle manifestazioni di piazza». Finanziamenti supplementari, interventi legislativi atti ad aumentare le soglie per l’accesso ai benefici e nuovi bandi per gli universitari esclusi. «Non ci accontenteremo di nulla di meno», sostengono.

Tavolo Miur-Regioni

Vorrebbero la promessa di un decreto, che risolva in tempi brevi la situazione e la riapertura dei bandi. Ma anche un incremento delle risorse del Fondo integrativo per il diritto allo studio. Intanto, alcune Regioni come Toscana, Puglia e Piemonte hanno messo in campo i primi provvedimenti, innalzando di 2mila euro la soglia per accedere alle borse di studio. Qualche risposta potrebbe arrivare dal tavolo ministeriale del 16 ottobre, convocato dal ministero dell’Istruzione: Ci saranno sedie per rappresentanti della Conferenza delle Regioni, dell’ANDISU e del Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari.


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