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Unità: Ma al summit nessun fallimento

La febbre del pianeta

01/12/2009
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l'Unità

Copenaghen non sarà un fallimento. Il bicchiere della lotta ai cambiamenti climatici nella capitale danese è già mezzo pieno. Di più: quel bicchiere non era mai stato così pieno. Tutti i Paesi ormai si riconoscono in sei diverse proposizioni. È in atto un aumento significativo della temperatura media del pianeta. L’aumento non è desiderabile. L’aumento è largamente causato dall’uomo. Di conseguenza bisogna agire. Tutti insieme. Ciascuno per la propria parte. Non è mai stato così. Non era così, solo un anno fa. Fosse stata tenuta nel 2008, invece che nel 2009, a Copenaghen avremmo assistito a una conferenza in cui il più grande inquinatore storico, gli Usa, ancora negava l’esistenza stessa di un problema. E, in ogni caso, erano indisponibile a mettere in discussione – per dirla con Bush padre – lo stile di vita degli americani per salvare il pianeta. Avremmo trovato un fronte dei Paesi a economia emergente, guidati dalla Cina e dall’India, indisponibile a sua volta a mettere in discussione il proprio sviluppo per tappare i buchi aperti da altri. Avremmo trovato il Giappone e la Russia ancora esitanti. E molti Paesi europei – l’Italia in primis – riottosi ad accettare la linea dell’intera Unione, l’unica grande area del mondo disponibile a battersi, anche con azioni unilaterali, contro i cambiamenti climatici. Oggi lo scenario è completamente cambiato. Tutti i Paesi si dicono disponibili a un’azione drastica, almeno in linea di principio. C’è la possibilità di un accordo per abbattere del 50% le emissioni di carbonio entro il 2050. Di più. Lo sviluppo delle energie rinnovabili sta diventando la nuova frontiera della competizione tecnoscientifica tra le potenze mondiali. Certo il bicchiere della lotta efficace ai cambiamenti climatici non è ancora pieno a sufficienza. Ma sta a noi, opinione pubblica del pianeta Terra, tenere il fiato sul collo dei governi.


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