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Unità: La sindrome «mafiosa» dell’università italiana

Luigi Cancrini

24/12/2007
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l'Unità

Lettera firmata
Caro Cancrini,
per anni ho pensato che era giusto denunciare i soprusi, oggi purtroppo penso che la realtà universitaria ha uno stampo «mafioso» e che combattere da soli è inutile. Io non sono figlio di nessuno e i ricorsi che ho tentato di fare mi hanno soltanto danneggiato. Quello che vorrei dire però è che il gioco dei professori universitari è un gioco pesante, in cui non sono coinvolti soltanto loro. Quelli che stanno nell’università lo sanno bene ma nessuno denuncia e intanto le Università si riempiono di ricercatori e associati vincitori di concorso pilotato che non fanno praticamente nulla e che non sono nemmeno fisicamente presenti presso le sedi universitarie. Il lavoro viene portato avanti dai precari e le Università ricevono i finanziamenti in rapporto alla produzione scientifica di quest’ultimi. Perchè non siano soltanto parole ti invio per semplice curiosità il mio curriculum.

Alle cose che tu dici, caro lettore, penso ogni volta che passo davanti all’Università di Roma. Famosa in tutto il mondo, La Sapienza è un luogo in cui hanno lavorato e continuano a lavorare persone straordinarie che hanno dato lustro al nostro paese e contributi importanti al progresso delle scienze e della cultura in tutto il mondo. Quelli che si consumano all’interno della Sapienza, in modo sempre più triste e sistematico, d’altra parte, sono gli intrecci malati delle politiche basate sul potere accademico e sul modo in cui averlo permette di avere soldi e relazioni importanti fuori dell’università. Mafioso è il termine che tu usi parlando del clima che si respira dentro troppe università italiane e il termine mi sembra giusto perché davvero mafioso è il sistema che regola gli accessi a tutti i livelli, dal dottorato di ricerca al concorso per professore ordinario.
Quello che è pericoloso per te raccontare, tuttavia, non lo è per me ed io spero che tu ti riconosca nella storia di uno che è stato escluso per decisione politica, in quanto aderente al partito comunista italiano da tutti i concorsi che ha fatto quando i suoi titoli di studio e di carriera gli avrebbero dovuto permettere di diventare professore ordinario. La decisione mi fu comunicata direttamente, a voce, con un avvertimento che non avrebbe potuto essere più di così «mafioso» e i candidati che vinsero al posto mio mi cercarono per scusarsi. «Avevi molti più titoli di noi, mi dissero, toccava a te ma non siamo stati noi a decidere». Io feci ricorso come era naturale ma gli avvocati mi spiegarono bene due cose: il Tribunale Amministrativo non sarebbe entrato nel merito della decisione ma avrebbe valutato solo se erano stati fatti degli errori formali, prima di tutto; semmai mi fosse stata data ragione, in secondo luogo, ciò non sarebbe stato prima di quattro anni e tutto quello che avrei ottenuto era una pura e semplice ripetizione del concorso. Denunciai la cosa ai giornali e feci un esposto alla Procura della Repubblica ma non accadde assolutamente nulla. Persi solo dei soldi e del tempo.
La tua lettera mi ha fatto ripensare, inevitabilmente, a quelle vicende. Guardandole dal luogo in cui mi trovo ora, in pensione per ciò che riguarda l’Università e dunque libero professionista, attivo in particolare nell’insegnamento della psicoterapia e nella direzione scientifica di strutture che operano nel campo delle tossicodipendenze e del maltrattamento all’infanzia, tuttavia, quella che sento con sempre maggiore forza è la mancanza di qualsiasi genere di rimpianto. C’è una singolare ma in fondo naturale coincidenza, in un settore come il mio e in tanti altri, fra la chiusura a riccio che è una caratteristica inevitabile di tutti i sistemi mafiosi e la povertà dei contributi culturali a cui essi danno luogo. Si respira sempre male nelle stanze chiuse, dove l’aria non entra, e le attività accademiche in cui il ricambio si basa solo sulla produzione di persone incapaci di dissentire e di muoversi in modo libero e originale nel campo della ricerca risente della mancanza di aria. Non produce niente. Con il risultato, paradossale ma inevitabile, di ribaltare la situazione.
L’esclusione delle teste pensanti dall’università si è tradotta lentamente negli anni, infatti, in una esclusione di fatto dell’università, nei settori in cui ciò accade, dal mondo della ricerca e della cultura. L’abbassamento che si è determinato, in poco più di trentanni, nella stima di cui godono i professori universitari ha trasformato quelli che un tempo erano dei riferimenti culturali in macchiette: detentori di un potere «baronale» desueto utile solo a sistemare i loro figli e nipoti e a guadagnare soldi: lavorando altrove, come tu giustamente noti, ma continuando ad esercitare un potere cieco ed assoluto sulle persone giovani che nell’università con la U maiuscola credono ancora. Soprattutto se hanno, come nel tuo caso, un curriculum importante: testimonianza del fatto che diventerebbero, se li si facesse entrare, scomodi sul piano etico e imbarazzanti sul piano scientifico
So bene che esistono eccezioni importanti: a Roma, nella tua città e in tante altre. Il problema, tuttavia, è che le isole funzionanti sono, appunto, eccezioni che riguardano, in particolare, alcune facoltà scientifiche. Con un punto di debolezza che va particolarmente sottolineato anche al loro livello, tuttavia, perché la fuga dei cervelli dal nostro paese dipende anche da questo, dal fatto che quelli che lavorano in queste isole senza tentare di trarne vantaggi fuori sono pagati molto di meno dei loro colleghi stranieri.
I rimedi (te lo dico da deputato) sono lontani. I poteri accademici hanno in comune con la mafiosità anche questo, la capacità di essere presenti nei luoghi della politica dove si dovrebbe (ma non si può) decidere contro di loro. Basterebbe nel merito, infatti, dare seguito alle osservazioni contenute nella tua lettera obbligando i docenti alla presenza sui luoghi di lavoro. Escludendo dall’attività e dai concorsi quelli che non la assicurano. Affidandosi ad esperti stranieri ed a sedute pubbliche per i concorsi, magari, o a criteri standardizzati (come accade ormai in tutto il mondo) per la valutazione delle attività scientifiche e di insegnamento. Facendo, cioè, delle cose semplici e normali. Quelle per cui serve quella volontà politica che manca solo nei casi in cui conviene a chi comanda dare ascolto ai «mafiosi» in grado di condizionarlo.


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