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Unità: La scuola che in Italia ha fatto scuola

Oggi, venerdì 15, a Palazzo Strozzi, la Regione Toscana discuterà dello sviluppo dell’istruzione pubblica in Italia nel secondo dopoguerra e del ruolo che Tristano Codignola ha avuto in tale sviluppo Vi sono diversi aspetti per i quali le riflessioni che potranno essere svolte sono in rapporto molto stretto con le problematiche odierne

15/12/2006
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l'Unità

Oggi, venerdì 15, a Palazzo Strozzi, la Regione Toscana discuterà dello sviluppo dell’istruzione pubblica in Italia nel secondo dopoguerra e del ruolo che Tristano Codignola ha avuto in tale sviluppo.

Vi sono diversi aspetti per i quali le riflessioni che potranno essere svolte sono in rapporto molto stretto con le problematiche odierne. Ne cito alcuni.

Anzitutto, l’attenzione al ruolo decisivo che ha l’educazione democratica, affinché una democrazia possa essere pienamente tale. Era una considerazione al centro del programma, culturale e politico insieme, del Partito d’Azione, e si è concretata alla Costituente con la norma secondo cui «La Repubblica istituisce scuole statali per ogni ordine e grado». Si noti che per nessun intervento a carattere sociale (neppure, ad esempio, per la sanità, che pure ha sempre visto una prevalenza dell’intervento pubblico nel sistema ospedaliero) vi è una affermazione così puntuale: mettere a disposizione dei giovani la scuola pluralistica, la scuola di tutti, è un dovere dello Stato, mentre (si dice più oltre) offrire proprie scuole di parte, senza oneri per lo Stato, è solo un diritto di Enti e privati. Abbiamo qui una linea direttrice di particolare attualità nel momento in cui l’esigenza di far convivere positivamente cittadini di diverse etnie richiede una formazione che, nel rispetto di tutte le tradizioni compatibili con i diritti individuali, amalgami e non divida.

In seguito, l’unicità della scuola dell’obbligo. La norma costituzionale sull’istruzione «per almeno otto anni» era rimasta inapplicata fino a quando, col primo centrosinistra del 1962, la Scuola Media Unica non sostituì per la fascia di età 11-14 anni la precedente pluralità di scuole, una (la vecchia scuola media) di nobile cultura generale e altre «di avviamento professionale». Se si rileggono i dibattiti di allora, si vede che gli oppositori usavano gli identici argomenti che vengono proposti da chi, oggi che finalmente l’obbligo si estenderà, vorrebbe che ciò avvenisse in un doppio canale: si diceva che ci sono ragazzi che hanno tendenza alla praticità più che all’approfondimento teorico, che per loro può essere utile una formazione breve che dia immediate competenze per il mondo del lavoro... A distanza di quasi mezzo secolo, appare ormai indiscusso che l’aver respinto questa posizione ha fatto sì che l’educazione comune dei giovani di tutte le origini sociali desse un contributo decisivo alla riduzione delle separatezze sociali.

Un altro tema di riflessione è ancora più direttamente politico. Il conflitto, su queste problematiche, tra concezioni laiche e posizioni cattoliche ha origini antiche, che per l’Italia si riconducono alla nascita stessa dello Stato unitario. Ebbene, negli anni 60 si ebbe anche l’istituzione della Scuola Materna Statale, in un settore che fino ad allora aveva visto qualche isola felice di ottimo impegno dei Comuni in alcune città del centro-nord, ma per il resto un monopolio delle organizzazioni confessionali. Ciò avvenne, con la DC quasi al 40% del Parlamento, perché la fermezza politica dei partiti laici (non solo del PSI di Codignola, ma anche del piccolo PRI di La Malfa - il padre, si intende) provocò una frattura tra cattolici democratici e clericali integralisti: questi ultimi giunsero al punto di far cadere il secondo governo Moro proprio con l’azione dei franchi tiratori nella prima votazione sulla Scuola Materna Statale, ma furono poi sconfitti.

A livello culturale vi fu, da parte di cattolici come Predazzi, Gozzer, Scoppola, Paolo Prodi un pieno impegno nell’espansione della scuola pubblica in termini di programmazione, talora addirittura con una rivendicazione del valore “popolare” di essa quale superamento del carattere elitario della scuola costruita dal vecchio Stato liberale; credevano al valore del messaggio cristiano, e ritenevano perciò che fosse preferibile presentarlo in un ambiente aperto, nel quale avrebbe saputo far sentire la propria presenza, anziché rinchiuderlo in propri fortini. A livello politico, per governare, la DC dovette adeguarsi; né vi erano pesanti azioni pubbliche del Vaticano o dell’episcopato italiano, che certo copertamente si muovevano, con le persone a loro più obbedienti, per “ridurre il danno”, ma che evitavano interventi a gamba tesa perché ritenuti - fin allora - controproducenti. Quanto al finanziamento delle scuole private, non si tentava neppure di parlarne.

Ciò che più colpisce, oggi, è l’afasia dei cattolici non confessionali su tutte le tematiche sulle quali la gerarchia cattolica si contrappone alle esigenze di uno Stato che per essere di tutti deve fondarsi sul pluralismo: quest’ultimo viene etichettato come relativismo, e troppo pochi reagiscono con la necessaria durezza. Come dimostra il passato, la difesa convinta, puntigliosa quando occorre, delle istanze laiche non porta ad una negativa contrapposizione con i credenti; anzi, dà lo spazio ai non integralisti per far sentire, in autonomia, la propria voce, preziosa per puntare ad un progresso sociale condiviso. Tale spazio sparisce se chi dovrebbe affermare taluni valori alti, i valori della cittadinanza comune, si ritrae per il timore di rompere delicati equilibri di potere, per il prevalere della “politica” riduttivamente intesa come mero gioco tattico.

Romano Prodi ha detto, qualche tempo fa, di voler operare come cattolico adulto; fu brutalmente richiamato all’ordine. O l’area laica e di sinistra sceglierà di dialogare solo con gli adulti che stanno in piedi, e non con i genuflessi (magari, in alcuni casi, genuflettendosi essa stessa), o il futuro rischia di essere buio.


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