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Unità-La classe operaia non fa più notizia

La classe operaia non fa più notizia di Alberto Asor Rosa Da qualche giorno è sparita dalle pagine dei giornali la notizia riguardante le migliaia di cassaintegrati Fiat. Non c'è da stupirsene...

27/12/2002
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l'Unità

La classe operaia non fa più notizia
di Alberto Asor Rosa

Da qualche giorno è sparita dalle pagine dei giornali la notizia riguardante le migliaia di cassaintegrati Fiat. Non c'è da stupirsene. Siccome non è accaduto nulla di nuovo, e i cassintegrati sono destinati a rimaner tali, la notizia rapidamente s'è logorata, e in men che non si dica è uscita di scena.

C'è dell'altro, però. Insieme con il destino inevitabile di tutte le notizie che non cambiano e vengono perciò liquidate dall'incessante meccanismo "nuovista" dell'informazione, ci sono almeno altri due fattori ad agevolare tale scomparsa.
Innanzitutto, il generalizzato egoismo. È giocoforza ammettere che è ormai prevalso a livello di massa il senso per cui, se un avvenimento non ti tocca direttamente, resta fuori del tuo orizzonte mentale e psicologico.

Ora, capitalismo, media e cultura diffusa sono riusciti a fare della classe operaia - un tempo la "classe generale" per eccellenza - un fenomeno apparentemente marginale, addirittura per taluni residuale. Le sue sorti, soprattutto nel dolore e nella sconfitta, sembrano riguardare e interessare, al massimo, la cerchia degli affetti e delle solidarietà domestiche, con cui essa condivide le dure necessità della sopravvivenza. Si è perso, con la notizia che continuamente si rinnova, la percezione del legame stretto, di co-interessenza e dunque di solidarietà, che lega i produttori di beni durevoli e più in generale i lavoratori al resto della società.

In secondo luogo, è vero che la classe operaia di fabbrica, dai giorni dell'espansione poderosa degli anni 50-60, non ha visto che diminuire il suo peso specifico nel sociale circostante. Ma l'ideologia ha fatto il resto (dico "ideologia" nel senso proprio del termine). E l'ideologia di destra, naturalmente; ma anche quella di sinistra - e questo è stato davvero un po' più inverosimile e paradossale. A destra e a sinistra, infatti, si è convenuto che, per fare una politica economica liberale e intrecciare rapporti politici finalmente liberati dai tradizionali vincoli e impacci della "rappresentanza operaia", era molto meglio credere (o fingere di credere) che la classe operaia, la quale era, soggettivamente e oggettivamente, in seria difficoltà, fosse già e per sempre scomparsa dalla scena, riassorbita nella categoria, tanto più comoda e vasta, della "cittadinanza". Così lo "specifico operaio" è sparito anche dai programmi della sinistra, e la sponda politica rappresentata dal partito è stata soppiantata dalla supplenza sindacale - meglio che niente, beninteso, ma tale da non poter reggere il confronto con una rappresentanza di tipo politico, che è appunto generale e non contrattuale.

Come stupirsi se le migliaia di cassintegrati Fiat dopo dieci giorni non facciano più notizia, se per anni, da più parti, non si è fatto che persuaderci del tramonto degli operai come classe e delle straordinarie opportunità che ne sarebbero derivate ad una buona, intelligente politica riformista? Ma le cose non sono andate proprio per questo verso, e ora, forse, qualcuno comincia ad accorgersene.

C'è in giro, in Europa, una dolorosa disperazione operaia, che stenta a esprimersi nei canali tradizionali ma comunque minaccia tempesta. Nonostante le molteplici teorizzazioni degli intellettuali, che ci hanno costruito interi sistemi, la classe operaia è la meno ideologica che esista. Abituata a lottare per sopravvivere dentro ferrei rapporti di forza, il suo criterio di fedeltà è ancorato a una forte tutela dei propri interessi. Naturalmente, anche gli operai, quando votano, possono sbagliare. Ma è infallibile la loro percezione dei cedimenti e delle posizioni che si vengono rapidamente sguarnendo (come quelle di cui, nell'esperienza della sinistra italiana, sarebbe possibile stendere un elenco lungo e argomentato). E per loro non c'è interesse più preminente e vitale di quello che li riguarda in prima persona.

Voltato in positivo, questo discorso si potrebbe dire così. Se una società perde il suo nerbo industriale, rischia di ridursi a un corpo informe senza ossatura. Se una politica di sinistra perde il suo nocciolo operaio, si sposta necessariamente verso destra: il riformismo moderato, infatti, altro non è che una politica (più o meno illuminata) che ha messo tra parentesi la radice storica del movimento operaio. Se una cultura di sinistra perde la sua componente solidaristica, si confonderà presto con una qualsiasi forma, più o meno accentuata, di ideologia liberale e/o liberista.

Bisogna sforzarsi di tenere il caso dei cassintegrati Fiat in prima pagina, perché esso contiene tutte e tre queste problematiche. E per giunta ci mette di fronte a una situazione in cui, se uno è colpito, tutti sono colpiti. E se la coscienza di questo torna (un altro "se", a testimonianza di un discorso ahimé assai problematico), forse non saremo più così indifesi.


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