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Unità-L'Università muore per legge-di Nicola Tranfaglia

Il mondo universitario italiano è, da alcune settimane, in grande agitazione e si succedono in questi giorni, dopo il monito inascoltato del Consiglio Universitario nazionale del 16 settembre, du...

02/10/2004
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l'Unità

Il mondo universitario italiano è, da alcune settimane, in grande agitazione e si succedono in questi giorni, dopo il monito inascoltato del Consiglio Universitario nazionale del 16 settembre, dure prese di posizione dei senati accademici di università piccole e grandi (dalla Sapienza di Roma e dalla "Federico II" di Napoli a quelle di Firenze, di Lecce, di Siena, di Milano) contro le misure che il governo Berlusconi si appresta a varare sullo stato giuridico dei docenti e l'assetto futuro della didattica e della ricerca. Per la prima volta, dopo molti anni, le diverse categorie di docenti (ricercatori, associati, ordinari) e lavoratori tecnico-amministrativi la pensano allo stesso modo.
È stata indetta a Firenze, ma si estenderà probabilmente in tutto il Paese, una settimana di particolare mobilitazione dal 18 al 23 ottobre che prevede discussioni di tutte le componenti universitarie e la sospensione dell'attività didattica.
Chi ha ascoltato dieci giorni fa a Roma il presidente della Conferenza dei Rettori Luciano Tosi, alla presenza di centinaia di rappresentanti degli atenei, è stato colpito dal tono angosciato e dalla chiarezza delle critiche espresse alla politica generale del ministro Moratti e del governo in carica. Ma anche degli applausi convinti che hanno interrotto più volte il discorso di Tosi da parte dei rappresentanti delle varie università elevisioni e giornali non hanno dedicato un minimo di attenzione né al discorso di Tosi né alle prese di posizione degli organismi universitari e si capisce perché. Da una parte l'università è immersa da quasi un decennio in tentativi di riforme e di cambiamenti che non hanno dato finora risultati particolarmente incoraggianti. La stessa applicazione del cosiddetto "3+2" (che pure rispondeva, a mio avviso, a esigenze fondate) si è rivelata assai discutibile e per certi aspetti rovinosa, come sostenuto da studiosi dimolte università italiane tra i quali Gianluigi Beccaria e Raffaele Simone in un libro appena uscito da Garzanti polemicamente intitolato "3+2=0". Dall'altra, i mezzi di comunicazione, nella loro maggioranza, sono occupati da altre urgenze oltre al fatto di non voler creare altri problemi al governo Berlusconi già sottoposto a critiche per quel che riguarda la missione in Iraq e la "mirabolante" legge Finanziaria. Si tratta tuttavia di una disattenzione colpevole giacché riguarda milioni di giovani che affluiscono agli studi superiori ma anche il destino di uno dei motori riconosciuti dello sviluppo economico e sociale del Paese. Ebbene, il disegno di legge Moratti - per la delega al governo di una legge sullo stato giuridico dei professori - abolisce il ruolo dei ricercatori e precarizza tutta la carriera universitaria, prevedendo per il futuro due ruoli (associati e ordinari) sottoposti a loro volta a contratti a tempo determinato che potranno essere rinnovati soltanto se gli atenei disporranno delle risorse necessarie. L'effetto pressoché sicuro di una simile precarizzazione - che ha inizio subito dopo la laurea specialistica e accompagna i giovani per otto anni nella prima parte della loro carriera seguita, una volta entrati nel ruolo degli associati o degli ordinari, da contratti contratti triennali - è quella immaginabile nell'Italia di oggi che vede una grave carenza di risorse in tutto il settore pubblico e, particolarmente, in quello dell'istruzione e della ricerca: vale a dire l'allontanamento dei migliori, per preparazione culturale e umana, dal lavoro in questo campo. Il secondo aspetto allarmante della legge delega è la vaghezza delle regole prevista per i concorsi nazionali di idoneità alle due fasce di cosiddetto ruolo (visto che i contratti previsti non garantiscono nessuna continuità ai vincitori): "Non si vede - ha detto Tosi - come i previsti contratti potranno contrastare la tendenza, già in atto, all'allontanamento dalla ricerca universitaria dei giovani più dotati, soprattutto in quei settori dove le sollecitazioni esterne, di imprese o di università straniere, sono più forti". Il terzo aspetto, per molti versi paradossale, è la fine della distinzione tra tempo pieno e tempo definito per i docenti universitari. Una simile misura ha due effetti paralleli. La prima è l'onere sul finanziamento del sistema universitario di circa 55 milioni di euro all'anno: una misura che grida vendetta in un sistema così avaro di risorse erogate dallo Stato per la ricerca scientifica. Ma il secondo effetto è perfino peggiore giacché è prevedibile un ulteriore peggioramento per la didattica che resterebbe affidata quasi totalmente alla parte dei docenti che non rientra nelle due fasce cosiddette di ruolo, cioè i professori aggiunti, che sarebbe poi la nuova e inconsistente qualifica per gli attuali ricercatori. A queste critiche di fondo il governo, in sede parlamentare e nei rapporti con il Consiglio Universitario Nazionale e con la Conferenza dei Rettori ha risposto con assicurazioni generiche che non si sono tradutte in nessun emendamento sul testo legislativo che sta per essere approvato. Da questo punto di vista chi lavora nell'università, non soltanto i giovani che aspirano a percorrere quel cammino ma anche chi insegna da alcuni decenni, ha il dovere di far tutto quello che può per evitare che l'università diventi il terreno di scorrerie per chi antepone la professione libera all'insegnamento e per un sistema di reclutamento che favorisce le università private a quelle pubbliche e non assicura alle nuove generazioni le condizioni minime per scegliere la ricerca ad ogni altra professione. Ma i tempi stringono, come mostrano gli inviti dei senati accademici a una vera mobilitazione nazionale.


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