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Unità-Difendere la Costituzione non è uno slogan

Difendere la Costituzione non è uno slogan di Furio Colombo Questo giornale è stato più volte sgridato per avere permesso che autorevoli commentatori si rivolgessero, sulle nostre pagine, al c...

22/12/2002
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l'Unità

Difendere la Costituzione non è uno slogan
di Furio Colombo

Questo giornale è stato più volte sgridato per avere permesso che autorevoli commentatori si rivolgessero, sulle nostre pagine, al capo dello Stato in momenti di rischio per la Repubblica.
Erano - tutte quelle che abbiamo pubblicato su "L'Unità" - dichiarazioni di fiducia. Dicevano: noi sappiamo che il presidente della Repubblica è al di sopra delle parti. Mai detto, ma neppure pensato che il presidente debba confortare l'Ulivo o la sinistra nelle sue ambasce di identità, nelle sue dispute sulle colpe della sconfitta, nelle sue incertezze sulla leadership e sulle regole. Mai immaginato che una certa idea o proposta o campagna della opposizione avrebbe tratto beneficio da una parola in più, anche solo un incoraggiamento implicito del capo dello Stato.

Coloro che dalle pagine dell'Unità si sono rivolti - magari con linguaggio appassionato e irrituale - a Carlo Azeglio Ciampi, lo hanno fatto sempre e soltanto perché a molti di noi era sembrato che queste Governo e questa maggioranza - legittimi finché si vuole dal punto di vista del voto che li ha insediati - stavano vandalizzando parti, principi e valori della Costituzione repubblicana e antifascista, cioè del patto stipulato con i cittadini. Quel patto è in vigore dal momento in cui il fascismo è stato battuto e cancellato dalla storia, ed è nata la democrazia italiana.

Che cosa conti un simile patto e quanto vincoli governi e maggioranze - pena il crearsi di condizioni di emergenza per la legalità - ce lo dice in questi giorni un evento americano. Il senatore Trent Lott, capo della maggioranza repubblicana (il partito del presidente Bush, il partito di Governo) ha detto che "tanti problemi sarebbero stati risparmiati al Paese se Truman non fosse stato eletto presidente" nel 1948. Truman è il presidente democratico degli Stati Uniti che per primo ha iniziato ad abbattere le barriere del razzismo americano. Alla fine del percorso (ma dopo la rivoluzione dei diritti civili e l'assassinio di Martin Luther King) c'è stata la liberazione legale e giuridica dei neri, la parità, almeno formale, dei diritti.

Quello di Trent Lott è stato appena un accenno di nostalgia per il razzismo. Ma quell'accenno, da parte di chi guida la maggioranza al Senato, ha scosso cittadini, media, partiti (incluso il partito di Trent Lott), Camere, istituzioni e persino il presidente degli Stati Uniti, repubblicano come Lott, e a cui il sostegno del leader del Senato è indispensabile in questo momento di disputa rovente sulla guerra in Iraq.

Le scuse dell'interessato continuano, ma non sono bastate. Voci autorevoli di tutti i livelli e di tutte le parti politiche hanno insistito nel chiedere le sue dimissioni. Venerdì scorso il senatore Trent Lott ha dovuto rinunciare. Ha lasciato la carica prestigiosissima di capo della maggioranza repubblicana al Senato. Lo ha fatto perché aveva detto una frase che non poteva essere perdonata. Lo scandalo è la rottura del patto. La repubblica americana è fondata sui diritti civili, ovvero l'eguaglianza razziale come principio vincolante. Se quel patto viene rinnegato, anche in un solo punto, perde presa e valore. Si rompe la trama essenziale che tiene insieme il Paese.

Così è la Costituzione in Italia. Intaccare il fondamento democratico dei tre poteri indipendenti - esecutivo, legislativo, giudiziario - attraverso la pretesa berlusconiana di asservire i giudici e di usare Camera e Senato come squadre di pronto intervento del Governo è stata una grave rottura del patto. Abolire l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte al giudice attraverso leggi personali fatte per salvare alcuni (tra cui il presidente del Consiglio) da legittimi processi, per poi mettere quelle stesse leggi (come la Cirami) a disposizione di potenti personaggi del crimine organizzato, scortati da batterie di costosissimi avvocati in grado di usare al meglio la nuova procedura scaccia-giudici, è una grave manomissione dei fondamenti della Costituzione. Spezzare il Paese, il suo disegno costituzionale ma anche la sua possibilità pratica di funzionare, attraverso una legge detta "devolution" che attribuisce alle Regioni impossibili poteri locali, tra cui quello di polizia, che diventano arbitrari e fondati sul vuoto, in mancanza di un disegno costituzionale coerente, è una spinta al caos attraverso percorsi di secessione e di balcanizzazione del Paese.

Noi non ci vanteremo di avere visto un po' prima la qualità estremamente pericolosa di questi disegni, la loro natura distruttiva, l'intento di devastazione che fa seguito alle due ossessioni: fare largo al potere personale di Berlusconi, usare le richieste del gruppo para-fascista e lepenista di Bossi come strumento di distruzione. A noi basta che tante voci - politiche e mediatiche - si aggiungano adesso. E che l'Italia democratica si raccolga intorno al capo dello Stato. Ci sembra esemplare che il punto di rivelazione e di rottura sia stato il tentativo di nascondere nella legge finanziaria un progetto di esonero e salvezza per delitti anche gravi - come i profitti economici e le relative evasioni fiscali - del crimine organizzato.
Noi non facciamo festa vantandoci di averlo detto, ripetuto, gridato anche quando ci giungevano rimproveri severi e sarcastici non solo da destra. Noi diciamo che - di fronte a questa rivelazione, a questo punto di confronto col pericolo - non ci sono piazzole di sosta per picnic bipartisan né cauti ritorni al dialogo camuffato da nuovi pretesti.

Il presidente della Repubblica sta intimando alla maggioranza, al Governo, a Berlusconi di non continuare in un gioco che è fuori della legge. Tocca alla Sinistra, all'Ulivo, all'Opposizione proteggere la Costituzione italiana dagli attacchi del governo e della sua succube maggioranza e dunque proteggere la democrazia italiana.

Ora che tanti possono constatare il rischio, altri si uniranno perché la Costituzione è di tutti e la democrazia è una sola. Ma questo avverrà non perché qualcuno dirà una parola di destra accanto a una parola di sinistra. Ma perché si capirà - dal comportamento chiaro, costante, coerente - chi sostiene la Costituzione, i diritti fondamentali a nome di tutti, nel momento in cui diventa evidente per tutti (come ha dimostrato un presidente-padrone che aggredisce in pubblico e insulta malamente un giovane giornalista de l'Unità) che libertà fondamentali sono in pericolo.


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