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Tra Well-dire e Well-fare come è profondo il mare"

Andrea Ranieri: "Tra Well-dire e Well-fare come è profondo il mare" Articolo per Iter/Treccani Ci sono idee giuste, ma così giuste, che sembra impossibile che non divengano vere per il fat...

28/12/2002
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Andrea Ranieri: "Tra Well-dire e Well-fare come è profondo il mare"
Articolo per Iter/Treccani

Ci sono idee giuste, ma così giuste, che sembra impossibile che non divengano vere per il fatto stesso di averle enunciate. E così vengono ripetute, da un anno all'altro, escono dai confini degli addetti ai lavori, si propagano, trovano consenso, si allargano in maniera spesso proporzionale alla diminuzione di quanti effettivamente si occupano di renderle effettuali. I quali, spesso, rischiano di diventare noiosi, perché non si rassegnano al fatto che sia così grande e profondo il mare che divide le sponde del Well-dire e del Well-fare.
'Ma come, sei sempre lì a occuparti di lifelong learnig? Ma è un problema già risolto tre patti sociali fa'.
Nel frattempo le cose prendono le loro pieghe, le idee giuste si disperdono in pratiche minoritarie, alcune 'best', ma spesso vanamente 'best', perché manca chi le assuma come punto di riferimento per i processi di cambiamento necessari; gli ambiti di discussione e di applicazione si segmentano e si settorializzano, e quella che doveva essere l'idea di fondo per riformare in maniera coerente l'intero sistema di istruzione e formazione '#8211; la lifelong learning appunto '#8211; si trova ad essere citata di volta in volta a supporto di pensieri e di fatti che vanno in tutt'altra direzione, come ad esempio la pura e semplice riduzione della formazione continua per i lavoratori alla categoria degli ammortizzatori sociali, o ancora la presentazione di un canale separato di alternanza scuola-lavoro '#8211; vedere il disegno di legge Moratti '#8211; come realizzazione dell'integrazione fra scuola e lavoro.
Val la pena allora provare a ripercorrere e a tenere insieme le ragioni che fanno della formazione continua e dell'educazione degli adulti un'idea forza per ridefinire i diritti del lavoro e l'idea stessa di cittadinanza nel mondo che abbiamo davanti, e perché questa idea può e debba ridefinire l'insieme dei percorsi educativi. Se l'apprendimento dovrà durare tutta la vita, tutta la scuola '#8211; a partire dalla materna per arrivare all'Università '#8211; dovrà essere pensata e ripensata in relazione a questa prospettiva. ^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^
La necessità della formazione permanente viene di solito fatta risalire al cambiamento impetuoso delle tecnologie e delle organizzazioni che caratterizzano al tempo presente i luoghi di lavoro. Globalizzazione, innovazione scientifica e tecnologia, crescente imprevedibilità dei mercati, una domanda di beni e servizi che si fa sempre più personalizzata, fanno sì che il cambiamento, da evento eccezionale nella vita delle imprese, diventi una condizione 'normale', permanente. E' questa l'origine oggettiva della domanda di flessibilità, da governare e regolare. La forma di governo fondamentale per una gestione della flessibilità che non sia puranente deregolatoria, e che non abbia come effetto '#8211; al di là delle intenzioni conclamate '#8211; l'aumento delle disuguaglianze sociali e la riduzione effettiva degli spazi di libertà delle persone, è proprio la formazione continua del lavoratori, per evitare che il cambiamento, che molto spesso provoca un vero e proprio mutamento 'epistemologico' della basi culturali di molti mestieri e professioni, si traduca per migliaia di persone in obsolescenza professionale rapida. E' questa oggi la ragione di fondo di gran parte della disoccupazione 'adulta', purtroppo destinata, quando ha questa origine, a diventare disoccupazione di lunga durata.
La formazione continua è, in questo quadro, una misura fondamentale per prevenire la disoccupazione dei già occupati, e al contempo il baricentro di qualsiasi politica attiva del lavoro, sia per i giovani, per cui è essenziale, per il loro presente e per il loro futuro, che l'ingresso al lavoro sia accompagnato da un'esperienza formativa, sia per quanti il lavoro rischiano di perderlo.
Il cuore, insomma, di qualsiasi seria politica del lavoro, nell'economia della conoscenza, e del superamento delle 'stabilità' connesse al paradigma fordista, su cui si erano strutturate l'economia e lo Stato sociale.
Purtroppo, su questo terreno, stiamo assistendo a pesanti arretramenti.
Dopo un quasi decennio '#8211; dal patto sociale del 1993 '#8211; di priorità predicate, ma ahimè scarsamente praticate, la stessa 'predica' ha spostato il tiro dalla qualità delle risorse umane '#8211; dal libro bianco di Delors in poi chiave di volta di ogni discussione europea sull'occupazione ('in Europa crescita occupazionale e 'buona' occupazione non possono non andare insieme') - all'idea che il limite per la crescita occupazionale sia l'eccesso di regolazione, da rimuovere con una strategia di ulteriore flessibilizzazione non del lavoro, ma del mercato del lavoro, in cui la formazione è chiamata ad un ruolo sostanzialmente ancillare e di supporto ai processi di mobilità. La formazione continua, in questo quadro, va in coppia con gli ammortizzatori sociali, di cui costituisce l'indispensabile completamento se si vuole che gli ammortizzatori durante il periodo di disoccupazione servano a trovare nuovo lavoro. Sia chiaro: collegare il godimento delle indennità di disoccupazione alla partecipazione a processi formativi in vista di una prospettiva di reimpiego è eticamente giusto ed economicamente e socialmente necessario.
Ma bisogna essere consapevoli che la formazione collegata agli ammortizzatori funziona se la formazione è un momento davvero strutturale e permanente nella vita delle imprese e delle persone, e non un intervento eccezionale e necessitato dalla rottura del rapporto di lavoro.
Solo coloro per cui l'investimento in formazione è stato una costante della propria vita lavorativa, un elemento decisivo per crescere culturalmente e professionalmente, riescono a ricorrere utilmente alla formazione nei momenti di crisi più acuta della propria identità professionale e culturale, come d'altro canto solo le imprese che fanno dell'apprendimento un elemento cardine della propria strategia competitiva, sono in grado di proporre percorsi utili al reinvestimento occupazionale delle persone.
L'Italia ha su questo da affrontare due problemi connessi: di essere, fino ad oggi, il Paese d'Europa che spende meno in politiche attive del lavoro; e di essere, d'altro lato, il Paese il cui il numero delle imprese 'formatrici' è di gran lunga il più basso fra i Paesi industrialmente sviluppati. Nonostante gli accordi fra le parti, le innovazioni normative e legislative degli ultimi anni, questo problema è ancora lì, irrisolto, e non risolvibile se davvero tutti '#8211; Governo, sindacati, imprese '#8211; non assumono sul serio consapevolezza del fatto che questo non è un problema, tra i tanti, ma il problema fondamentale che il Paese ha davanti per affrontare, in un orizzonte di equità, la sfida competitiva che ci propone l'economia e la società della conoscenza.
Le imprese 'formatrici' sono tali se progettano se stesse come luogo di apprendimento, in funzione della capacità di rispondere tempestivamente alle innovazioni scientifiche e tecnologiche, e a un mercato sempre più variabile e personalizzato. (E' questa oggi una sfida per tutte le organizzazioni, anche quelle fornitrici di servizi 'pubblici', derivante dalla necessità '#8211; per ragioni di efficacia e di equità '#8211; di personalizzare il proprio intervento, rispetto ad un differenziarsi sempre più accentuato dei bisogni e dei desideri non solo dei 'clienti', ma dei cittadini).
La cura per le persone che lavorano, per l'aggiornamento continuo del loro sapere culturale e professionale, è elemento essenziale per essere davvero flessibili rispetto alla domanda variabile di beni e servizi.
D'altro canto è solo un'organizzazione che si pensa come luogo di apprendimento, che è capace di riconoscere e mantenere i saperi presenti al suo interno, quella che può porsi come sede di percorsi formativi in alternanza per i giovani.
Un'organizzazione che possiede una idea solo numerica, 'usa e getta', della flessibilità, che considera da rottamare i suoi cinquantenni obsoleti, difficilmente potrà essere la sede giusta per stage formativi, per accogliere giovani apprendisti, per progettare percorsi di alternanza scuola-lavoro.
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A rendere sempre più urgente la generalizzazione della formazione permanente non ci sta solo l'esigenza delle imprese di interagire positivamente con le dinamiche accelerate del mutamento tecnologico e dei mercati, ma un altro grande dato strutturale: il progressivo invecchiamento della popolazione in tutto il mondo sviluppato, dovuto insieme alla diminuzione del tasso di natalità e al prolungamento della attesa di vita delle persone. Il precoce ritiro dal lavoro - in Italia sono meno del 29% gli ultra 55enni presenti nel mercato del lavoro '#8211; diventa in questo contesto un fatto economicamente, socialmente e umanamente insostenibile. Ed appare sempre più evidente come il ritiro precoce del lavoro, sia strettamente connesso con una uscita dal sistema dell'istruzione con livelli bassi o inadeguati a reggere le dinamiche della domanda.
Dare a tutti una seconda chance per accrescere o rivisitare il proprio patrimonio di sapere diventa una necessità sociale di rilevanza primaria, sia per quanti sono entrati a lavorare precocemente, abbandonando gli studi, e che sono oggi la componente fondamentale dell'esercito dei disoccupati di lunga durata, sia a quanti hanno acquisito un titolo formale, ma che per le difficoltà del sistema formativo a internalizzare rapidamente innovazione, risulta così com'è difficilmente spendibile Pensiamo a quanti laureati escono ancora oggi dalle Università con competenze linguistiche ed informatiche assolutamente insufficienti.
E' questa una modalità di risarcimento sociale assolutamente prioritaria, se vogliamo davvero che il tempo in più che ci è dato vivere sia un prolungamento della vita attiva.
Occorre guardarsi, però, dall'identificare la vita attiva con la vita lavorativa: la propensione delle persone a investire su se stesse, sul proprio futuro, attraverso la formazione e il sapere, vive sempre, da anziani come da giovani, di un mix di motivazioni, in cui la stessa dimensione 'economica' dell'investimento regge e si sviluppa se si accompagna alla consapevolezza che il sapere è capace di potenziare e far durare l'insieme delle proprie capacità vitali.
La seconda chance riguarda non solo il lavoro, ma il modo di essere uomini e donne, di capire il mondo e i suoi problemi, di esercitare i diritti fondamentali di cittadinanza, in un'epoca in cui è lo sviluppo stesso del sapere a segnare per molti aspetti l'agenda della politica, a interrogare la democrazia sulla propria capacità di essere terreno di dibattito e di scelte su questioni inedite '#8211; le biotecnologie, la sostenibilità dello sviluppo, l'ingegneria genetica '#8211; che riguardano il futuro del pianeta e i fondamenti stessi dell'identità delle persone.
Il prolungarsi della vita fa diventare un incubo un'idea dell'esistenza rigidamente scandita per tappe e adempimenti, quell'idea che, alla fine del secolo scorso, un grande saggio sintetizzava più o meno così: 'Gli italiani si laureano per farla finita con gli studi, si cresimano per farla finita con la religione, si sposano per farla finita con l'amore'.
Del resto se è la persona che diventa sempre più importante nella stessa produzione di merci e servizi del post-fordismo, occorre sapere che l'autonomia della persona, la sua capacità di interagire attivamente col cambiamento, non è acquisibile '#8211; più che mai in età adulta '#8211; con pure tecniche di addestramento professionale al mutare dei contesti produttivi. L'ampliamento della sfera dell'educazione degli adulti, della capacità di rispondere alle domande di senso fondamentali delle persone, di costruire contesti collettivi di apprendimento disinteressato, è condizione per la stessa generalizzazione della formazione continua nei contesti lavorativi.
Con un ritorno economico fondamentale: la crescita dell'economia della conoscenza '#8211; come capacità di personalizzare beni e servizi, di spostare il baricentro dello sviluppo su prodotti ad alto tasso di innovazione e al alto valore aggiunto '#8211; è collegata alla crescita dei livelli culturali dei 'clienti' e dei cittadini, al fatto che diventi più intelligente e creativa non solo l'offerta, ma anche la domanda di beni e servizi.
Nello spazio globale dell'economia del sapere vincono i territori che possono contare sulla maggiore intelligenza diffusa, non solo nei luoghi del produrre, ma anche in quelli del vivere e del consumare. Tra l'altro è questa l'unica vittoria compatibile con la coesione sociale all'interno, e con l'apertura solidale all'esterno verso i Paesi e i territori in ritardo di sviluppo.
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L'integrazione è in questo quadro la parola decisiva per quel che riguarda la formazione nel lavoro e per il lavoro.
Integrazione istituzionale fra i soggetti impegnati nella formazione continua e nella educazione degli adulti; capacità di programmazione unitaria da parte delle regioni dei percorsi dell'offerta formativa, in connessione con le analisi bilaterali dei fabbisogni formativi delle parti sociali; capacità di leggere i crediti formativi come competenze, e soprattutto di riconoscere il sapere implicito ed esplicito che c'è nelle storie di lavoro e di vita, come imprenscindibile base di partenza per qualsiasi percorso formativo rivolto agli adulti.
E soprattutto '#8211; per quel che riguarda la formazione continua '#8211; capacità di integrare i bisogni connessi al cambiamento delle tecnologie e delle organizzazioni, alle motivazioni soggettive delle persone, ai loro progetti di lavoro e di vita.
Per il sindacato si apre la possibilità di rappresentare proprio il lato soggettivo della costruzione del percorso formativo, da far valere in confronto dialettico con le esigenze delle imprese nei contratti, negli accordi, nei piani formativi aziendali e territoriali, come fonte prioritaria di una nuova generazione di diritti capace di tenere insieme tutele e opportunità.
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La marginalizzazione della lifelong learning può avvenire anche quando si pensano e progettano percorsi di istruzione e Universitari come se potessero ancora essere percorsi autocentrati e terminali. L'esigenza di considerare i soggetti in formazione come 'pieni' di sapere e di esperienze, e non come lavagne vuote su cui scrivere, vale non solo per l'educazione degli adulti, ma per tutti i percorsi formativi, a partire dalla prima infanzia per arrivare all'Università; così come per tutti è necessario integrare sapere e saper fare, il sapere formale e quello tacito, il sapere della scuola e quello che la scuola può e deve imparare dal territorio e dal vissuto dei propri allievi.
Un recentissimo libro manifesto, scritto da un gruppo di persone che riflettono sulla scuola, a partire dal proprio lavoro e dalle proprie esperienze '#8211; 'La scuola deve cambiare' (Agora' editrice) '#8211; ci propone una lettura complessiva del sistema formativo a partire proprio dall'idea della formazione per tutto l'arco della vita, e da lì prova a fare proposte mirate a riprendere un dialogo che superi le semplificazioni e le contrapposizioni schematiche, che rischiano di affogare nel mare della ideologia le esigenze di cambiamento che hanno attraversato la scuola italiana in questi anni.
Le critiche ad alcune scelte contenute nella proposta di legge Moratti sono lì particolarmente pertinenti, perché nascono da persone che non mirano a conservare l'esistente, ma che si sono impegnate fino in fondo, con le mani e con la mente, nei percorsi di cambiamento.
Così la critica alla separazione precoce fra istruzione e formazione professionale, non è fatta in nome del mantenimento dell'autoreferenzialità dei percorsi d'istruzione rispetto alle contaminazioni delle imprese o del mercato, ma in base alla consapevolezza che l'intreccio del lavoro, con la operatività, deve riguardare la scuola di tutti, senza separazioni che rischiano di irrigidire non solo i percorsi di studio, ma la vita intera delle persone. Cosa tanto più inaccettabile in un mondo in cui diminuiscono i mestieri che durano tutta la vita, le professioni progettabili a tavolino e con anni di anticipo, mutano rapidamente le organizzazioni lavorative in cui i giovani saranno chiamati a inserirsi.
Il sistema duale a cui l'Italia in ritardo è chiamata ad avviarsi, era figlio del fordismo che tutti proclamano defunto, in cui netta era la separazione fra chi pensa e chi esegue, e in cui il sistema produttivo '#8211; attraverso la formazione professionale come canale separato '#8211; riproduceva se stesso e le condizioni della propria stabilità.
La separazione precoce rischia di fare due tipi di vittime: di consegnare all'addestramento professionale '#8211; per natura conservativa, modellato sull'esistente '#8211; i giovani ritenuti meno dotati, e di riaffidare alla classica lezione frontale, in aule ben chiuse ai contesti della vita e del lavoro, i giovani più capaci di rapportarsi al mondo formalizzato delle discipline.
Con risultati devastanti per il futuro di entrambi, se il futuro sarà segnato in gran parte dalla capacità di continuare ad imparare, di vivere come luoghi di apprendimento i luoghi del lavoro e della vita.
A quale mondo porti questa scelta è oggi chiaro, persino per evidenze statistiche.
L'indagine OCSE/PISA (Programm for International Student Assessment) che verifica in che misura la scuola prepari i giovani per la vita, 'fornisce loro le mappe e la bussola per orientarsi in un mondo complesso', pubblicata nel dicembre 2001, ci dice che le variazioni dei risultati degli studenti e l'entità delle differenze tra scuole tendono ad essere maggiori nei Paesi che incanalano presto gli studenti in diverse tipologie di scuole e programmi.
Con ripercussioni evidenti durante tutta la vita attiva, rendendo più difficile la mobilità sociale e l'esercizio degli stessi diritti di cittadinanza.
Scegliere un duale precoce, o ribadire l'obbligo scolastico per tutti fino al biennio della superiore, pur in percorsi diversificati e integrati con attività formative di orientamento al lavoro, è una decisione che ha a che fare con il grado di inclusività, di libertà e di eguaglianza della società del futuro.
Andrea Ranieri


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