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Secolo XiX-L'assalto del centrodestra alla memoria storica

L'assalto del centrodestra alla memoria storica E La Regione Liguria insidia gli Istituti liguri della Resistenza Nel mirino la festa del 25 aprile e i libri di storia Tre notizie, in ordine...

22/12/2002
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Il Secolo XIX

L'assalto del centrodestra alla memoria storica
E La Regione Liguria insidia gli Istituti liguri della Resistenza
Nel mirino la festa del 25 aprile e i libri di storia

Tre notizie, in ordine di tempo. La prima: Gianni Baget Bozzo, autorevole consulente del presidente del Consiglio, nel corso di un'occasione ufficiale (un convegno nazionale di Forza Italia), esprime il proposito di abolire, appena possibile, la festa del 25 aprile.
La seconda: la maggioranza (Casa delle Libertà) della commissione cultura della Camera, approva una risoluzione che chiede al governo di mettere sotto controllo i libri di testo di storia contemporanea.
La terza: una proposta di legge di Alleanza Nazionale nel consiglio regionale ligure prevede, nella prima versione, l'abolizione (tramite la fine dei finanziamenti) degli istituti liguri di Storia della Resistenza e dell'età contemporanea e la promozione ex novo, a loro posto, di un Istituto Regionale di Storia Contemporanea, nella seconda (più pudicamente) la nascita di questo senza la soppressione degli altri.
C'è in queste notizie un filo di collegamento evidente. Concerne non la storia ma la politica della memoria, e configura un attacco molto grave alle basi stesse della nostra repubblica, di cui gli esponenti della maggioranza devono assumersi fino in fondo la responsabilità.
Abolire la festa del 25 aprile significa cancellare dalla memoria collettiva la rottura, dolorosa e tragica, che fu necessaria agli italiani per uscire dal tunnel in cui il fascismo li aveva cacciati con venti anni di dittatura e una guerra dissennata. Per Genova questo ha una valenza speciale: significa colpire la sua identità profonda, il cemento che ne ha tenuto insieme, anche in momenti di divisione politica lacerante, le componenti più lontane e che ha nutrito il meglio della sua cultura. Quello stesso cemento che aveva legato i politici e i partigiani comunisti, socialisti, azionisti, liberali e quelli cattolici come Aldo Gastaldi Bisagno e Paolo Emilio Taviani.
Taviani aveva scritto numerosi libri sul 25 aprile e della Liberazione di Genova aveva fatto addirittura un mito. Baget Bozzo non si è mai trovato bene in questa Genova, l'ha sentita, giustamente, ostile e lo ha detto più volte: ha sempre coltivato la speranza che possa un giorno essere cancellata, sostituita con una Genova dimentica del 25 aprile, del fascismo e dell'antifascismo.
Sarei curioso di sapere se il ministro Scajola, presente alla riunione in cui Baget ha espresso il suo proposito, è d'accordo col suo compagno di partito o col suo maestro Taviani.
Sul controllo dei libri di testo, non basta che il governo abbia detto no per bocca del ministro Giovanardi. Intanto siamo ancora di fronte (se non sbaglio) al silenzio del ministro più direttamente interessato, la Moratti, che fa il paio col silenzio del suo sottosegretario, Valentina Aprea (come ricordava questo giornale il 13 dicembre). Il sottosegretario all'Istruzione tace, il ministro dell'istruzione tace, nel momento in cui la loro maggioranza approva una risoluzione illiberale, giudicata da altri esponenti dello stesso schieramento un'idiozia e valutata poi, tardivamente, dal governo come irricevibile. Quale cultura politica ha nutrito simili silenzi e simile approvazione? Una cultura in cui la storia non è altro che un arnese da guerra fredda, in cui l'esecutivo può imporre una versione ufficiale della storia stessa, secondo le più pure tradizioni fasciste e staliniste. Una cultura che non sapendo scrivere e pubblicare buoni libri, cerca di censurare quelli degli altri. Quel che Baget Bozzo vorrebbe ottenere abolendo la festa del 25 aprile, la maggioranza parlamentare di centrodestra persegue attraverso la censura ministeriale dei libri di testo.
Infine, gli istituti storici della Resistenza. Questi istituti sono nati, dopo la Liberazione, per conservare la documentazione e la memoria di quell'evento, per promuoverne lo studio, per capirne il senso nella complessiva storia d'Italia.
La loro legittimità deriva idealmente dalla Costituzione, scritta dagli antifascisti e fondata sull'antifascismo, sul ripudio del totalitarismo nella forma che gli italiani avevano conosciuto meglio e purtroppo approvato in larga parte. E' una pura favola che la storiografia revisionista sia stata ostacolata e impedita dall'egemonia culturale della sinistra: il maggiore storico revisionista, Renzo De Felice, ha pubblicato un libro monumentale in più volumi (che gli studenti di Lettere conoscono bene, magari solo di vista) con la più qualificata casa editrice di ispirazione antifascista, cioè Einaudi. Sempre da Einaudi è da poco uscito uno straordinario strumento di lavoro come il Dizionario del fascismo curato da Sergio Luzzatto e Victoria De Grazia, che non si stanca di rivedere ogni cosa.
Sul piano propriamente storiografico, la discussione è aperta e continuerà. Ma insidiare gli istituti storici della Resistenza significa ancora una volta cercare di cancellare o di confondere la memoria del passato: quella memoria che - lo ripeto - non è garantita dagli storici, i quali devono continuare a discutere liberamente, ma è incarnata nella Costituzione. Risponde alla stessa tentazione, al sogno proibito di Baget Bozzo, degli eredi del Movimento Sociale e dei censori della maggioranza, ossia fare tabula rasa del taglio netto, sancito dal 25 aprile: di qua l'idea di una società più libera e più giusta, di là le ragioni del dominio schiavistico e della gerarchia razziale. E' grazie a quel taglio che oggi siamo qui a discutere.

ANTONIO GIBELLI
22/12/2002


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