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Scuole a tempo pieno e a spazio aperto? Le strade già ci sono Ma, in un contesto precario e di tagli, sono impercorribili

La realtà in cui intervenire è complessa, i fuochi di artificio durano solo la festa del patrono

08/07/2014
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ItaliaOggi

di Maurizio Tiriticco* *già ispettore Miur 

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Non è affatto un discorso nuovo quello dei tempi e degli spazi delle istituzioni scolastiche. È dal tempo dei decreti delegati – primi anni Settanta del secolo scorso – che abbiamo cominciato a porre il problema di una scuola che cessasse di essere chiusa in se stessa, per certi versi autoreferenziale, e che si cominciasse ad avviare un discorso tra scuola e società, o, se si vuole, più concretamente, tra scuola e territorio. Occorreva avviare la «partecipazione della gestione della scuola dando ad essa il carattere di una comunità che interagisce con la più vasta comunità sociale e civica» (dpr 416/74, art.1). Di lì nacquero gli organi collegiali, i consigli scolastici provinciali, i distretti scolastici. Furono anni di estremo interesse, anche per quanto riguarda le innovazioni: seguirono, infatti, la riforma della scuola media (i nuovi programmi del '79) e della scuola elementare (i nuovi programmi dell'85 e la legge 148/90). Per non dire degli Orientamenti del '91 per la scuola dell'infanzia e di tutte le sperimentazioni che hanno interessato licei e istituti tecnici e professionali. E non è un caso che furono proprio i quadri tecnici usciti dai nostri istituti che contribuirono al grande slancio economico e sociale che caratterizzò il nostro Paese per tutto lo scorcio del secolo. E furono moltissime le scuole che rimanevano aperte fino a sera per l'organizzazione dei corsi delle 150 ore (ex contratto dei metalmeccanici del 1970) per restituire a quanti avevano abbandonato gli studi precocemente quei livelli di conoscenze che li aiutassero non solo per lo sviluppo di carriera, ma anche per il personale sviluppo culturale e civile.

Più tempo scuola, quindi, e spazi aperti al sociale: l'istituto scolastico inteso come centro formativo e culturale. Un'idea di scuola diversa rispetto a quella ereditata dal passato, chiusa nella sua funzione istruttiva e basta. Poi venne l'autonomia delle istituzioni scolastiche (siamo alla fine del secolo scorso) e l'apertura al territorio viene ricordata e sancita più volte, per l'elaborazione del Pof, per l'orientamento degli studenti, e implicitamente per le attività di alternanza scuola-lavoro.

Le intenzioni e gli strumenti normativi non sono mai mancati per quanto riguarda l'apertura delle scuole. Quello che, invece, è venuto a mancare dalla fine del secolo ad oggi è stata la volontà operativa. Quando si cominciano a tagliare risorse, quando non si rinnovano i contratti del personale, quando non si agisce per liquidare il precariato e si inventano inutili e cervellotici concorsi, i tempi e gli spazisono tagliati anche questi. E si ripropongono di fatto le scuole di un tempo lontano, dedicate solo all'istruzione degli alunni. Però, sempre debole, se mancano l'alimento del territorio e le prospettive oggi anche transnazionali.

In un simile contesto, assolutamente precario, certe iniziative sulle aperture stagionali e serali degli istituti scolastici e sull'incremento orario dei docenti lasciano molto perplessi. Le scuole aperte a luglio e fino a sera inoltrata? E perché no anche ad agosto? Chi, quando, come e perché le deve aprire? E, soprattutto, per quali progetti? E chi paga le spese del personale e quelle di gestione? In una società sistemica e complessa non c'è attività che non si debba avviare e realizzare all'interno di un'Idea e di un Progetto, con tanto di maiuscole, che debbono anche essere lungimiranti e, soprattutto, condivisi. Si giunse ai Decreti delegati dopo anni di discussione. E lo stesso è accaduto per l'autonomia.

Chi ha rilanciato la proposta della scuola aperta 11 mesi su 12, dovrebbe conoscere la situazione di disagio in cui si trovano le scuole e il personale tutto, dovrebbe sapere che i dirigenti non hanno il tempo, e a volte neanche la voglia, di seguire la didattica per tutti gli adempimenti burocratici di cui devono rispondere. Per non dire dei molti istituti che devono presiedere, anche come reggenti. Per non parlare del fatto che gli insegnanti, almeno da quindici anni, ad ogni apertura d'anno scolastico si trovano di fronte a innovazioni di cui nulla sanno e di cui non sono mai stati partecipi. E questo a fronte di stipendi bloccati da anni, nonostante l'aumento del costo della vita.

Le 36 ore proposte – pare che saranno volontarie – potrebbero provocare corse e contenziosi a non finire. Tutto per l'offa di una ricompensa. Magra o grassa che sia. Da quante parti sono indicati quotidianamente i mali della nostra scuola? Su un corpo malato – le eccezioni ci sono, e tutte dovute alla buona volontà di tanti dirigenti e insegnanti – non si interviene con proposte apparentemente salvifiche. Come proporre i cento metri a uno sciancato. Intervenire sulla nostra scuola è estremamente necessario. Ma non abbiamo bisogno di fughe in avanti, di carote a cui poi seguiranno ineluttabilmente colpi di frusta! Abbiamo bisogno di discutere di questi temi, e con soggetti e tempi anche definiti, ovviamente. I fuochi di artificio durano solo la festa del patrono.


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