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Repubblica-LA CONCORRENZA DEGLI ATENEI SENZA QUALITÀ

XVIII - Palermo LA CONCORRENZA DEGLI ATENEI SENZA QUALITÀ FILIPPO SALVIA Sino a poc...

23/05/2004
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la Repubblica

XVIII - Palermo
LA CONCORRENZA DEGLI ATENEI SENZA QUALITÀ
FILIPPO SALVIA


Sino a poco tempo fa il senso comune percepiva chiaramente, senza troppi sforzi, che non sempre la "quantità" equivale a "qualità" e che anzi spesso la prima è nemica della seconda. Ciò valeva soprattutto per l'istruzione, ove infatti non a caso veniva considerato un titolo di merito aver frequentato scuole o università selettive, o aver far fatto parte di ristrette comunità scientifiche. Le facoltà universitarie più prestigiose si attenevano generalmente a questi criteri per mantenere alta la qualità dell'insegnamento e della ricerca. In pochi anni, però, il mito della "managerialità" e della "produttività" (affidata alla "certificazione" di chi non ha la pur pallida idea della ricerca) ha fatto perdere questa filosofia (frutto di un esperienza secolare) e ha alimentato di contro la strana idea che la "quantità" debba essere vista sempre come il bene supremo: sia che si tratti di valutare la buona salute di una impresa addetta alla produzione di scarpe, sia che si tratti di accertare la validità di un programma televisivo, o la produttività di una facoltà universitaria.
L'esempio più chiaro del carattere vincente di questa nuova filosofia del "numero" è dato dai programmi televisivi, ove i diversi canali - nell'intento di acquisire il maggior numero possibile di ascolti (e quindi di pubblicità) - fanno a gara per stimolare i più bassi istinti, proponendo spettacoli di violenza, risse familiari, o mettendo di fronte al grosso pubblico gli aspetti più privati della vita individuale. Ciò ha contribuito - secondo un acuto saggio di Giovanni Sartori - a trasformare quello che per millenni era stato l'homo sapiens sapiens in homo videns stupidus stupidus.
La stessa pericolosa china, se non mi inganno, sta imboccando in questi anni il mondo universitario, il quale - spinto da improvvide leggi basate su una malintesa produttività - rischia paradossalmente di non... produrre più alcunché di valido, concentrando unicamente ogni sforzo nell'acquisizione del maggior numero possibile di studenti, spesso attraverso una ridicola concorrenza (fatta anche di spot sui giornali o sulla televisione) tra diversi atenei, diverse facoltà, diversi corsi di laurea. E la concorrenza, che secondo la scuola classica dovrebbe avvantaggiare il consumatore, si trasforma in un infernale meccanismo demagogico che spinge al "ribasso". In base a tale logica perversa si spiega la disinvolta proliferazione di poli didattici (anche in luoghi sperduti ) o di nuove facoltà universitarie, di lauree telematiche, di nuovi corsi di laurea privi di sbocchi lavorativi ma dai nomi suggestivi capaci di creare delle attese nei giovani.
La carenza di personale docente e amministrativo o l'assoluta assenza di supporti tecnici a sostegno delle nuove strutture (quali laboratori e biblioteche) non frena minimamente questa frenesia "del fare". Si è diffusa inoltre la favola che in Italia ci sarebbe ancora un gran bisogno di nuovi laureati. Ma questa esigenza - anche se spesso supportata dalla esibizione di dati statistici - non appare a lume di naso credibile, ove si pensi all'ormai cronico blocco dei concorsi e all'altissimo numero di lsu in attesa di stabilizzazione. Sarebbe bene, a mio avviso, che in occasione della ennesima riforma dell'università che si profila all'orizzonte - prima ancora di chiedere nuovi fondi - si rimeditasse la filosofia di una produttività basata sul "numero" che rischia di mettere a dura prova la tenuta dell'intero sistema universitario e della ricerca.


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