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Repubblica-IL FOSCO APPUNTAMENTO CON LA GUERRA IRACHENA

IL FOSCO APPUNTAMENTO CON LA GUERRA IRACHENA EUGENIO SCALFARI FINE gennaio: dispiegamento completo della forza d'attacco angloamericana, notti senza luna, clima generalmente favorevole, Con...

22/12/2002
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la Repubblica

IL FOSCO APPUNTAMENTO CON LA GUERRA IRACHENA
EUGENIO SCALFARI
FINE gennaio: dispiegamento completo della forza d'attacco angloamericana, notti senza luna, clima generalmente favorevole, Consiglio di sicurezza dell'Onu probabilmente unanime nell'autorizzare con una seconda e definitiva risoluzione il blitz di George W. Bush contro il regime di Saddam Hussein.
Non restano dunque che quattro settimane per scongiurare la guerra, ma in realtà nessuno crede a questa possibilità. Il gioco è andato troppo oltre, l'immagine dell'America, del suo presidente, dell'intero gruppo dirigente di Washington senza più distinzioni tra falchi e colombe, non consente più ritirate. Gran parte dell'opinione pubblica è favorevole a una punizione esemplare del rais di Bagdad. Dalla Russia non verranno intralci poiché Putin ha ottenuto le garanzie che chiedeva: mantenimento degli accordi di favore stipulati a suo tempo con Saddam Hussein sul petrolio iracheno e aiuti veri da Washington in termini di crediti e forniture. Chirac punterà i piedi sul ruolo "legale" dell'Onu ma sembra difficile che sia lui da solo a porre il veto della Francia per bloccare il consiglio di sicurezza spingendo Bush a un'azione unilaterale. I sauditi non daranno probabilmente le basi alle truppe Usa ma non andranno oltre questa dimostrazione di autonomia panaraba.
La sola reale possibilità di evitare il conflitto armato resta dunque la fuga del despota iracheno giusto alla vigilia dell'invasione. È realistica questa ipotesi?
Diciamo che ha dalla sua il 50 per cento di chance; dipende dalla valutazione di Saddam di sopravvivere fisicamente alle sue dimissioni oppure di poter contare sulla reale resistenza del suo apparato militare e della popolazione civile delle grandi città (sostanzialmente di Bagdad) di difendere il territorio nazionale "casa per casa" imponendo così un costo di vite all'esercito invasore e tempi talmente lunghi che l'opinione pubblica occidentale non sarebbe in grado di sopportare.
Ipotesi assai poco realistica. Dove potrebbe riparare Saddam, di chi potrebbe veramente fidarsi una volta abbandonato il suo sistema di potere? E Bush gli lascerebbe il tempo di scomparire senza combattere? Tutto fa ragionevolmente supporre che una ritirata di Saddam sia improbabile per entrambe le parti prima che almeno il primo colpo sia stato sferrato
A questo punto dunque il solo tema che rimane sul tavolo delle previsioni riguarda la durata del conflitto: poche ore, pochi giorni, poche settimane oppure qualche mese? Solo l'ultima di queste ipotesi potrebbe creare a Bush serie difficoltà, specie se fosse accompagnata da una controffensiva in grande stile del terrorismo internazionale e di quello palestinese contro Israele.
Se questo è il quadro per quanto riguarda specificamente il conflitto iracheno, le questioni da esaminare restano le seguenti: 1) l'impatto di un'eventuale controffensiva terroristica sull'opinione pubblica occidentale. 2) L'impatto d'una reciproca "escalation" del conflitto medio orientale sull'opinione pubblica europea. 3) L'impatto di una guerra "casa per casa" a Bagdad sull'opinione pubblica araba e musulmana. 4) L'impatto dell'intera vicenda sull'economia occidentale.
* * *
L'opinione pubblica occidentale - ma, diciamo meglio, europea poiché di questa essenzialmente si tratta dato che l'Europa non è coinvolta nella sindrome imperiale americana - non ha tuttavia alcun peso sulla conduzione della campagna militare Usa una volta che essa sia cominciata. Una controffensiva terroristica che avesse di mira anche obiettivi europei accrescerebbe presumibilmente i sentimenti pacifisti già largamente presenti in molti paesi del nostro continente. Le tensioni sociali e politiche che ne deriverebbero nei suddetti paesi potrebbero avere effetti molto seri sui rispettivi governi e sulle stesse istituzioni democratiche, il cui corretto funzionamento potrebbe correre notevoli rischi e dar luogo ad alcune alterazioni di carattere autoritario.
L'ulteriore inasprimento del conflitto tra Israele e palestinesi, specie se accompagnato da massiccio spargimento di sangue in Iraq, creerebbe analoghi problemi di gestione politico-sociale in Arabia Saudita, in Egitto, in Algeria, in Giordania e anche in Europa.
L'insieme di queste tensioni si scaricherebbe sull'andamento del ciclo economico e sulle sue conseguenze sociali sia in Europa sia nella regione medio orientale sia negli stessi Usa a causa delle interdipendenze esistenti tra queste diverse aree.
Un ruolo particolare da questo punto di vista concerne l'approvvigionamento del petrolio e il suo prezzo. Allo stato dei fatti le riserve strategiche di petrolio assicurano agli Stati Uniti 53 giorni e al complesso dei paesi dell'Unione europea 90 giorni di autonomia. Ma in realtà il problema della disponibilità del greggio non sembra preoccupante pur tenendo conto delle difficoltà produttive che in questa fase di torbidi politici mettono in parte fuori gioco la produzione del Venezuela. Ma il discorso è assai diverso per quanto riguarda il prezzo.
Dalla fine di ottobre ad oggi il prezzo del greggio a New York e sul mercato europeo è passato da 23 a 30 dollari il barile, un aumento di oltre il 25 per cento in poco più di un mese. È lecito prevedere che potrebbe rapidamente raggiungere i 50 dollari nelle prime settimane del conflitto iracheno per poi attestarsi sul livello dei 40 dollari per molti mesi a seguire.
È vero che una volta sconfitto Saddam e instaurato in Iraq una qualche sorta di protettorato americano, arriverebbe sul mercato un flusso notevole di greggio iracheno, ma affinché questa modifica strutturale possa avvenire in misura adeguata a compensare le probabili restrizioni nell'offerta petrolifera dei paesi Opec passerà un tempo tecnico di almeno due anni. Né è pensabile che l'offerta di greggio da parte della Russia dia luogo a svendita dell'unica materia prima di cui Putin dispone con relativa abbondanza.
Un livello medio sopra i 40 dollari il barile fino a tutto il 2004 rientra dunque nel calcolo delle probabilità, con conseguente peggioramento delle ragioni di scambio dei paesi importatori, aumento dei costi di produzione, spinta dell'inflazione importata, depressione dei valori di Borsa in tutto il settore manifatturiero e turistico.
* * *
L'influenza negativa d'un rincaro del barile di greggio non è d'altra parte il solo aspetto che il conflitto Usa-Iraq metterà in moto. Come ogni conflitto militare che avvenga in un'area strategica del pianeta, anche questo influirà negativamente sull'andamento dei consumi, del turismo, degli investimenti, della solvibilità del sistema bancario, delle Borse. La crescita del Pil tenderà verso lo zero se non addirittura al di sotto, visto il già piatto livello del Pil attuale. La finanza pubblica dei paesi Ocse incontrerà ulteriori difficoltà che renderanno molto difficile se non addirittura impossibile la politica anticiclica in tutte le sue possibili manifestazioni a cominciare da quella d'una sostanziale diminuzione della pressione tributaria.
La politica monetaria sarà costretta ad orientarsi verso una ripresa all'aumento dei tassi di interesse dopo la lunga fase di ribasso; le conseguenze saranno particolarmente sgradevoli per i paesi con elevato debito pubblico e richiederanno nuove fonti di entrata che, allo stato attuale, potranno esser trovate soltanto con robusti tagli del Welfare.
Politiche di questo genere susciteranno ulteriori tensioni sociali che andranno ad intrecciarsi e a sovrapporsi a quelle derivanti dal bellicismo imperiale.
* * *
Si dirà che questo scenario - tanto più veridico per il nostro paese, vero vaso di coccio tra vasi di ferro - è eccessivamente pessimistico e che un'altra lettura strategica, militare, economica è possibile.
La lettura è questa: guerra autorizzata dall'Onu, brevissima, efficace e sostanzialmente incruenta; assenza di una grande controffensiva terroristica; ascesa di un nuovo gruppo dirigente palestinese al posto di Arafat e ripresa con buone prospettive del negoziato di pace in Medio Oriente; diminuzione del prezzo del petrolio a livello dei 18-20 dollari il barile; rilancio impetuoso del Pil, delle Borse, della produzione manifatturiera e delle telecomunicazioni a partire dal secondo semestre del 2003; circolo virtuoso tra diminuzione della pressione tributaria e domanda interna e internazionale.
Questo scenario non è affatto impossibile ma non è affatto probabile.
Facciamo ovviamente voti affinché si verifichi. Purtroppo uno scenario simile era già stato delineato nel 2000, poi nel 2001 fino all'11 settembre (attentato alle Torri Gemelle), poi nei primissimi mesi del 2002, infine a metà dell'anno. Non si è mai verificato. E' anzi andato in scena lo scenario opposto nonostante la rocciosa testardaggine di chi lo sosteneva a non prendere atto che una cosa sono i sogni e i miracoli ed un'altra la realtà dei fatti.
Personalmente credo che lo scenario ottimistico si verificherà solo a partire dal 2006 per chi riuscirà ad arrivare a quella data in condizioni di accettabile vitalità. Parecchi morti e feriti resteranno sul terreno. Alcuni per cattiva sorte, altri per testarda insipienza, altri ancora per aver anteposto i propri interessi al bene comune.
Con questi ultimi non c'è dialogo possibile poiché se non si sono resi conto fino ad ora di quanto è accaduto è segno che non hanno occhi per vedere né orecchi per intendere. Miracolarli mi sembra francamente al di fuori delle umane possibilità.


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