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Manifesto-Università-Il catalogo è questo

UNIVERSITA' Il catalogo è questo REMO CESERANI Temo che la situazione dell'università italiana, dopo i maldestri tentativi di riforma attuati negli ultimi anni - ultimo, in ordine di tempo, lo sg...

30/09/2005
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il manifesto

UNIVERSITA'
Il catalogo è questo
REMO CESERANI
Temo che la situazione dell'università italiana, dopo i maldestri tentativi di riforma attuati negli ultimi anni - ultimo, in ordine di tempo, lo sgangherato maxiemendamento (!) al decreto sullo stato giuridico dei docenti approvato ieri dalla camera - sia ormai forse giunta a un punto di non ritorno. Chiunque prenderà in mano la situazione, dopo quanto è stato combinato da un ministro incompetente e fortemente ideologizzato e da consiglieri competenti ma accecati da modelli di organizzazione universitaria totalmente estranei alla grande tradizione europea (ma anche, purtroppo, dai ministri precedenti), avrà davanti una situazione fortemente compromessa, forse irrecuperabile. È il caso di ripetere ancora una volta quali sono, per punti essenziali, i problemi ormai incancreniti delle nostre università?

1. La forte dispersione delle strutture e delle risorse, con la continua creazione di piccole università di provincia, prive di tradizione, di laboratori, di biblioteche, di personale preparato, e lo squilibrio fra questi microatenei e i mastodontici, ingovernabili maxiatenei che hanno misure oltre ogni limite di funzionalità. Tutto questo all'interno di una generale tendenza a restringere l'investimento pubblico sulla ricerca e sull'università, con effetti drammatici.

2. Il crescente squilibrio fra università statali e università private, fortemente appoggiate queste ultime dal ministro Moratti in nome di una malintesa ideologia del mercato dei saperi e della formazione. A ciò si aggiunga la crescente confusione delle risorse di bilancio, provenienti da finanziamenti pubblici, di amministrazioni locali, di privati, in una giungla di interessi e condizionamenti.
3. Lo squilibrio, anch'esso crescente, tra le aree disciplinari che fanno la forza di un ateneo moderno (le scienze pure, fisico-naturali e umanistiche) e le discipline un tempo di contorno e applicative (un tempo spesso collocate fuori dall'università, presso istituzioni apposite, come le Hochschulen tedesche, i politecnici, ecc.). Ne fa prova il convogliamente sempre più rilevante delle risorse verso le applicazioni tecniche, le scuole professionali, le business schools, le scuole di management, i masters, i corsi di preparazione alle più varie professioni, generalmente a basso livello culturale,. 4. La persistente incertezza nello scegliere fra forme organizzative di tipo accentrante (con restrizioni, regolamenti, legislazioni minuziose che regolano tutto dal centro) e forme reali di autonomia e responsabilizzazione degli organi di governo e delle forme di iniziativa dei singoli atenei.

5. L'aver attuato, e continuamente rafforzato, un'organizzazione della didattica che ha paurosamente spezzettato tutte le forme di apprendimento, con uno sminuzzamente incontrollato dei corsi, soprattutto nelle facoltà umanistiche, e una continua confusione tra corsi propedeutici, corsi di preparazione di base e corsi di approfondimento e specializzazione. Di questo portano responsabilità gli organi ministeriali, che hanno imposto modelli molto rigidi (e molto confusi) delle classi e dei corsi per ogni facoltà, ma anche i componenti delle facoltà e le corporazioni disciplinari, che hanno preteso di avere ciascuno un ampio spazio nei corsi a tutti i livelli e hanno impedito l'individuazione di percorsi semplici, organici e affrontati con la necessaria gradualità di approfondimento.

6. Un ulteriore squilibrio è stato introdotto dalla scelta ideologica di privilegiare, e ampiamente finanziare, le cosiddette "scuole di eccellenza" (parola quantomai ideologica e ingannatrice). Le comunità universitarie, per tradizione luoghi di condivisione e crescita collettiva dei saperi, sono state drammaticamente spaccate dalla distinzione fra pochi luoghi di privilegio e abbondanza di risorse (scelti senza nessuna procedura democratica) e il panorama depresso delle altre realtà universitarie.

7. Tutto questo ha fortemente squilibrato il rapporto fra attività di ricerca e di insegnamento dei docenti, ha generalmente ridotto la qualità del loro impegno, ha aumentato il peso dei carichi burocratici, ha creato vere e proprie crisi di rigetto, con frequenti pensionamenti anticipati.

8. L'effetto combinato di una pessima legge sul reclutamento e di forti lobbies corporative ha dato il via a una stagione di concorsi che si possono tranquillamente considerare i peggiori, per la qualità dei risultati della selezione, fra quelli avvenuti negli ultimi decenni. Hanno prevalso ampiamente le logiche locali, clientelari, familiari, con un danno fortissimo alle aspirazione dei giovani, un aumento della piaga del precariato, un drammatico incremento della fuga dei cervelli.


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