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Mancano le firme: no al referendum contro la Buona Scuola di Renzi

La Cassazione: per i quattro quesiti referendari sono state raccolte poco meno delle 500.000 firme valide. Il Comitato referendario: noi andiamo avanti

13/10/2016
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Corriere della sera

Il referendum contro la Legge 107 - la cosiddetta Buona Scuola - non si farà. La Corte di Cassazione ha comunicato al Comitato referendario che per i quattro quesiti referendari - contro il bonus premiale ai prof, contro la chiamata diretta dei docenti da parte del preside, contro i finanziamenti privati alle scuole e l’alternanza scuola-lavoro - sono state raccolte poco meno delle 500.000 firme valide. «È stata comunque una straordinaria esperienza di confronto - si legge nella nota del Comitato - e che ha dato voce a centinaia di migliaia di cittadini che con la loro firma hanno manifestato contrarietà per i contenuti di una legge che snatura il valore costituzionale della scuola pubblica». «Il consenso alle nostre battaglie - continua la nota - ci invita ad andare avanti, non arretrare. Le associazioni e le organizzazioni sindacali che hanno dato vita alla campagna referendaria proseguiranno nel contrasto alla legge 107 e alle sue nefaste conseguenze per la scuola della Costituzione». Soddisfatta, invece, la responsabile scuola del Pd Francesca Puglisi: «La Cassazione certifica che sulla Buona scuola non sono sufficienti le firme per il referendum abrogativo». «D’altronde è evidente - continua Puglisi - che pensare di abrogare una norma come quella sull’alternanza scuola-lavoro o negare la possibilità di prendersi cura di un bene comune come la scuola con donazioni non incontra il favore della maggioranza degli italiani».

I quattro quesiti bocciati

Ma quali erano, nel dettaglio, i quattro quesiti proposti dal Comitato e le ragioni di contrarietà su ciascuno di essi? I punti più controversi della legge 107, ovvero in primo luogo il «famigerato» bonus ai prof, che nelle intenzioni della legge dovrebbe servire a premiare le iniziative dei docenti più volonterosi e innovativi, mentre secondo i suoi tanti detrattori rischia di finire ostaggio del comitato di valutazione, leggi: del preside o peggio ancora di genitori e studenti. I sindacati contestano anche il fatto che in quanto salario accessorio dovrebbe essere oggetto di contrattazione. Il secondo quesito riguardava la «chiamata diretta» dei prof da parte dei presidi che - sostengono i promotori del referendum - potrebbe generare fratture tra scuole d’eccellenza e scuole di scarto, dove andranno a finire i docenti che nessun preside vuole (il testo di legge prevede che qualora un docente non venga chiamato da nessuna scuola, venga comunque assegnato di autorità dall’Ufficio scolastico regionale). Un altro quesito mirava ad abrogare le norme sui finanziamenti privati a singole scuole, anche in questo caso nel timore che si creino odiose disparità fra scuole ricche e povere. L’ultimo, ad eliminare l’obbligo di almeno 200-400 ore di alternanza scuola-lavoro (a seconda che si tratti di licei e istituti tecnici e professionali), che secondo i suoi oppositori finisce per togliere spazio alle materie curricolari costringendo docenti e studenti a faticosi equilibrismi nel triennio delle superiori.


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