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Liberazione-A scuola di demolizione

Parte l'anno scolastico, il governo si dice ottimista: ma si scontra con una realtà ben diversa A scuola di demolizione Tiziano Tussi La riforma Moratti e la destrutturazione del servizio pub...

12/09/2002
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Liberazione

Parte l'anno scolastico, il governo si dice ottimista: ma si scontra con una realtà ben diversa
A scuola di demolizione
Tiziano Tussi
La riforma Moratti e la destrutturazione del servizio pubblico
Ricominciamo! Un altro anno scolastico. L'inizio si annuncia, come spesso è accaduto, pesante. Già ingolfato da problemi e questioni che il governo dice di avere già risolto mentre lo stato reale delle cose risponde il contrario: precari che risultano sempre più presenti ed indispensabili, stipendi degli insegnanti da rivedere, tagli amministrativi in ogni dove, sperimentazioni che non possono essere messe in atto. E su tutto aleggia una voglia di destrutturazione dell'istituzione, dalla scuola materna all'università, che per ora vede partire, con difficoltà, solo alcuni segnali che tastano il polso della società ma che evidenziano chiaramente una cecità di fondo del "dove si voglia andare a parare". Iniziamo da questo punto.
La diatriba tra pubblico e privato si sta sempre più acuendo senza che, siano stati fatti pregevoli passi in avanti da parte del settore privato per aumentare quantitativamente e qualitativamente la propria proposta culturale sul territorio. Tutto questo sbracciarsi per favorire la "scuola libera" - tipo quelle di Comunione e Liberazione - ha dato come risultato, e solo in poche regioni - Lombardia, Lazio, Emilia Romagna - alcune contrastate leggi di aiuto a famiglie che non ne avevano nessun bisogno, dato il loro più che buon livello economico, e poco altro. Cambiare radicalmente un servizio dello stato moderno in Italia, o addirittura abolirlo, per un sistema di scuole pubbliche e private con uguali opportunità rispetto le sovvenzioni dello stato implicherebbe un grande ribaltamento generale dell'intera infrastruttura territoriale.

I novelli dirigenti di destra, con in mente un modello di capitalismo che dovrebbe avere come inimitabile esempio l'arrembaggio piratesco di una formazione velocissima di profitto, certo non possono pensare di potere usare tale modello per un servizio che da frutti nel lungo periodo come appunto si configura essere la scuola. Si sventolano spessissimo esempi di altri paesi. Quasi sempre gli Usa fanno da lucciola di riferimento. Ebbene non è un mistero che la scuola che funziona negli Usa è sicuramente elitaria. Chi non può pagarsi scuole che funzionano si arrangia nei "parcheggi sociali" delle scuole pubbliche. Del resto la forma di capitalismo determina la forma dell'acculturazione, almeno tendenzialmente. Ma siccome noi in Europa, in Italia in particolare, stiamo assistendo sempre più all'intonazione di un peana ai valori democratico-borghesi, che sono stati immessi nella nostra storia dalla rivoluzione francese e per noi, più direttamente dal Risorgimento, entrambi fenomeni democratico-borghesi ed imperialisti - l'aggancio con il valore della democrazia, anche in forma borghese, dovrebbe guidare anche l'erogazione del servizio scolastico, che dovrebbe perciò tendere alla democrazia non all'esclusione. E democrazia significa almeno dare le stesso opportunità di partenza ad ognuno.

L'esempio degli Usa, società che viene organizzata e controllata da una militarizzazione forsennata, all'interno ed all'estero, non regge. La democrazia vuole altro che non la scuola "mordi e fuggi". Ma queste riflessioni paiono non fare parte della compagine ministeriale. Infatti il ministro Moratti non riesce neppure a mettere in cantiere una riforma che non incide in meglio sulla formazione cultuale dei giovani e non riesce neppure ad immettere nel sistema scolastico una equiparazione fra una scuola "fai da te" ed un capitalismo selvaggio, ad interim, in affitto. Anche questa seconda modalità stenta a decollare. Così come il nostro capitalismo si arrabatta tra sfruttamento selvaggio di mano d'opera extra comunitaria, fortemente ricattabile e grandi teorizzazioni sul "sistema paese". Ben vengano allora i boat people, anche se sono diplomati o laureati nei loro paesi d'origine, tanto qui debbono solo lavorare tanto ed avere paghe giornaliere ridicole per abbassare i costi di produzione e permettere ai padroncini del nord est italiano di fare concorrenza a Singapore, Taiwan ecc. Anche la scuola si dovrebbe adeguare. Ma è veramente una faticaccia da parte sia dei politici al potere sia degli uomini della Confindustria tentare di fare capire ai resistenti - studenti ed insegnanti - che "la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza" (George Orwell, 1984).

Ecco perciò spiegate le difficoltà per fare partire una riforma che non riesce neppure ad essere attuata nelle scuole campione, poche centinaia in tutta Italia; scioperi che si prospettano da subito - il caso della Lombardia -; una gabbia libera che vede l'autonomia scolastica cozzare contro una montagna di leggi che imbrigliano tutto. Insomma problemi enormi neppure sfiorati da possibilità di risoluzione, senza soldi da investire e con Tremonti che è pronto a tagliare laddove Moratti si dimenticasse. In questo guazzabuglio ancora una volta, ancora per un anno scolastico, saranno la voglia di impegno politico-culturale di studenti ed insegnanti a lavorare su temi di apprendimento e di rielaborazione a salvare, anche a dispetto di un ministro davvero contraddittorio, la scuola italiana.


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