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Le pagelle degli atenei

Poche risorse nella ricerca e legami troppo deboli con il mondo del lavoro: così le università italiane non entrano nelle top 100

10/10/2015
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Corriere della sera

A fine agosto e in settembre sono state pubblicate due tra le più autorevoli classifiche sulle migliori università mondiali, quella dell’università di Shanghai e quella della QS Intelligence unit. Nulla di nuovo rispetto alle passate edizioni. Le prime 10 sono più o meno le stesse di sempre (in gran parte Usa) e tra le top 100 continuano a mancare le italiane: nella classifica di Shanghai ci sono 9 inglesi, 4 svizzere, francesi, tedesche e giapponesi, 51 americane.
Non serve riaprire l’eterno dibattito se è colpa dei bassi finanziamenti pubblici all’università. Semmai è più utile cercare di chiarire se queste classifiche hanno un senso, a chi servono e quale è la vera posizione delle università italiane. Lo abbiamo fatto con il contributo di Giovanni Azzone (Politecnico), Roberto Cingolani (Iit), Roberto Perotti (Bocconi) e Luca D’Agnese (co-autore di La ricreazione è finita, scegliere la scuola trovare il lavoro ).
Chiariamo subito che queste classifiche sono ambigue e parziali. È vero che cercano misure obiettive (per esempio quanti premi Nobel o citazioni internazionali dei ricercatori), ma alla fine la valutazione e il peso dato a queste variabili risultano inevitabilmente arbitrari. Soprattutto quando si comincia a scendere nella classifica perché le posizioni che interessano sono le prime e le classifiche si preoccupano poco di posizionare correttamente la Sapienza (la prima delle italiane nella classifica di Shanghai, tra il 150° e il 200° posto, premiata in gran parte per le sue dimensioni) o Pavia (tra il 401° e il 500°). Non può essere altrimenti. Un’università è una grande comunità composta di docenti, ricercatori, studenti, alumni, partner scientifici e industriali, finanziatori e ha obbiettivi diversi: produrre ricerca, formare le persone per il lavoro, certificare le competenze, partecipare a dibattiti su idee ed è evidente che classifiche complessive su queste variabili hanno poco senso, come hanno poco senso quelle sulla qualità della vita nelle città. Ha invece più senso cercare di valutare le università su tre dimensioni ben separate: il prestigio, la qualità della ricerca scientifica e la formazione al lavoro.
Il prestigio di un’università si fonda sulla sua storia, sulla qualità della sua ricerca scientifica e sul successo dei suoi alumni — il che è a sua volta collegato con la qualità della formazione, ma non è un sinonimo. Il modo più sicuro per avere alumni di successo non è soltanto quello di formarli bene, ma quello di selezionare quelli con più opportunità: intelligenti, determinati e anche con il network giusto di relazioni. È poi necessaria la qualità, nella ricerca scientifica e nel profilo degli alumni, ma serve anche quantità: una piccolissima università che produce pochi articoli scientifici di grande importanza in una materia specialistica non avrà mai il prestigio di Harvard o Oxford. Sembra la cosa più vicina a quanto misurato dalle classifiche di Shanghai e di QS.
A chi interessa una classifica sul prestigio? A chi vuole mettere nel proprio Cv una laurea che apra le migliori opportunità a livello globale o associarsi ad un ente prestigioso in un progetto cui dare la massima credibilità e visibilità. E serve alle università che possono così contare su una domanda di ottimi studenti di tutto il mondo e risorse finanziarie da parte di donor e partner industriali globali. Crea così una posizione competitiva quasi inattaccabile che negli ultimi anni si è andata rafforzando per le migliori. È per questo che le migliori università Usa aumentano le rette ma la domanda per i loro corsi aumenta invece di diminuire. Su questa dimensione le nostre migliori università non sono messe benissimo. Sono più note in Europa o in una facoltà specifica: la prima delle italiane secondo QS, il Politecnico di Milano, è solo al 180° posto della classifica generale ma è tra le prime 30 in Ingegneria e i suoi laureati sono molto apprezzati dai datori di lavoro di tutto il mondo; la Bocconi ha un prestigio internazionale grazie ad alcuni dei suoi docenti come Giavazzi, Alesina e Monti. Aumentano studenti e docenti stranieri ma ci vorrà del tempo per arrivare al top e la meritocrazia conterà più dei finanziamenti pubblici.
La seconda dimensione è la qualità della ricerca scientifica. Non è la stessa cosa del prestigio. Università e centri di ricerca di dimensioni modeste possono ottenere ottimi risultati se si specializzano e riescono ad attrarre ricercatori internazionali di talento. In Italia abbiamo qualche caso di questo genere come l’Iit, la fondazione Mach e il Sincrotrone di Trieste. A chi interessa questa classifica? Agli studenti interessati a una carriera di studio accademico e scientifico, che sin da prima della laurea si trovano inseriti in un ambiente produttivo; ad aziende interessate a partner di ricerca specializzati in ambiti specifici e allo Stato che deve distribuire risorse pubbliche per la ricerca. Cosa che in Italia non si riesce a fare da 25 anni, in gran parte per l’opposizione delle lobby universitarie. E restano i tradizionali finanziamenti «a pioggia» alla ricerca.
La terza dimensione, la qualità della formazione è una delle più difficili da misurare. Alcuni provano a farlo con la facilità di trovare un lavoro e il livello di stipendio. Sotto questi aspetti alcune università italiane sono molto meglio di altre e la scelta dell’ateneo è oggi quasi più importante della scelta della facoltà. Ma manca ancora la necessaria trasparenza per gli studenti e anche qui continuano i finanziamenti «a pioggia».
Ma c’è ancora un problema meno noto. Se un ateneo vanta tassi di occupazione dei propri laureati molto più alti della media, vuole dire che la sua didattica è migliore? Non proprio perché la realtà è che attrae le migliori matricole grazie alla sua reputazione in Italia e alla fine si distingue più per la sua capacità di selezione che per la sua didattica. Ma la didattica conta e quella del 21° secolo sarà molto diversa, il mondo del lavoro apprezza sempre più le «competenze della vita» (saper risolvere problemi, avere spirito critico, saper lavorare in team, comunicare). Diverse università e centri di formazione di vario tipo nel mondo stanno facendo interessanti esperimenti e fanno discutere casi come ingegneria triennale all’Olin College dove la lezione tradizionale è sostituita da progetti, spesso con aziende e si studia anche arte e scienze sociali. E i datori di lavoro apprezzano Olin College quasi quanto il leggendario Mit. Su questa dimensione, in Italia siamo veramente molto indietro, come ammettono onestamente i rettori delle migliori università.
Sono questi i veri problemi delle università italiane, non le classifiche di Shanghai e QS.
meritocrazia@corriere.it
 


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