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L'intervento introduttivo di Enrico Panini all'Assemblea dei delegati sulla scuola del 30 gennaio

Carissime compagne e cari compagni, se un qualche rappresentante del Governo e del Ministero dell'Istruzione pensa di essere in grado di prenderci per stanchezza, o per rassegnazione, sappia che si s...

05/02/2003
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Carissime compagne e cari compagni,
se un qualche rappresentante del Governo e del Ministero dell'Istruzione pensa di essere in grado di prenderci per stanchezza, o per rassegnazione, sappia che si sta sbagliando, e di molto.
Noi non siamo quel tipo di persone e non siamo quel tipo di organizzazione.
E infatti veniamo da un anno pieno di soddisfazioni sul fronte della lotta, del consenso, dell'iniziativa.

La scuola, una questione generale
Nei mesi scorsi, per la prima volta, grazie alla nostra Confederazione e a noi, sulla scuola e sull'istruzione si sono mobilitate milioni di persone.
Di fronte ad una aggressione contro la scuola pubblica che non ha precedenti, ed avvertita come inedita e mortale, è scattato in tante persone il bisogno di farsi carico della difesa di un sistema di diritti oggetto di una pesante offensiva.
Questo dietro le bandiere della Cgil, i cui obiettivi di lotta su questi temi sono stati chiarissimi fin dall'inizio.
Abbiamo iniziato nel novembre del 2001, quando lo sciopero del nostro sindacato contro il primo pesante salasso attuato con la Finanziaria Berlusconi-Moratti registrò un'adesione molto consistente.
Vi ricordate l'imponente manifestazione del 23 marzo scorso che chiedeva il ritiro di alcune deleghe in discussione al Parlamento e fra queste la delega sulla scuola?
E dove mettiamo l'eccezionale adesione allo sciopero del 18 ottobre, nonostante tutti i boicottaggio messi in campo nel nostro comparto e consumati fino ad un secondo prima?
Nessun altro sindacato è in grado di poter dire la stessa cosa del proprio impegno per la scuola pubblica e di vantare gli stessi risultati.
Queste due giornate di lavoro di ieri e di oggi, l'Assemblea nazionale dei delegati sulla scuola, un evento unico nella storia della nostra Confederazione, testimoniano della centralità che l'istruzione e la formazione hanno nelle politiche della Cgil, e non da ora.
La presenza di Guglielmo Epifani, sempre attento e sensibile a questi temi, testimonia ulteriormente ciò di cui ognuno di voi può portare vanto.
Contemporaneamente alla nostra azione nelle scuole e nelle città assistiamo alla nascita di tanti gruppi e movimenti che promuovono discussioni ed azioni, iniziative per ribadire, contemporaneamente, le ragioni di una vera riforma della nostra scuola ed il rifiuto degli interventi del Governo.

Il nostro progetto
Noi sosteniamo una battaglia impegnativa sull'istruzione pubblica per tutti come un valore irrinunciabile.
Ciò è giusto in sé, contro ogni discriminazione e contro ogni ghettizzazione, ma lo è anche perché la nostra proposta, per evitare che il declino economico e sociale del nostro Paese sul versante economico, produttivo, sociale diventi irreversibile, rivendica uno sviluppo complessivo di qualità che deve poggiare necessariamente e solidamente su ricerca e istruzione, su sapere e formazione.
Affinché questo avvenga, e un altro sviluppo sia possibile nel nostro Paese, occorre fare esattamente il contrario di quello che ha fatto fino ad ora questo Governo.
Per questa ragione l'istruzione pubblica non può continuare a subire sottrazione di risorse, o essere oggetto di battute pecorecce circa presunti atteggiamenti antigovernativi degli insegnanti che utilizzerebbero a questi fini la loro alta funzione, né essere condannata al ruolo di chi dovrebbe cementare l'esclusione sociale per censo, per territorio di nascita, e, magari, per il colore della pelle considerato che un'ignobile Legge, la Bossi-Fini, caccia e riduce alla clandestinità un numero crescenti di persone.
Voglio usare qui l'imperativo pedagogico di tante scuole in questi anni: i bambini li vogliamo a scuola, non li vogliamo né a lavorare né a nascondersi.
La crisi della Fiat è il paradigma di quello che accadrà nel nostro Paese se non verrà fermata per tempo questa deriva: una grande impresa che ha smesso di investire, fare ricerca, competere sulla qualità e sull'innovazione; che ha pensato di affrontare la globalizzazione consegnandosi alla via bassa dello sviluppo.
Il disastro di quelle scelte sono sotto gli occhi di ognuno di noi. Quelle scelte le stanno già pagando gli operai ed il Paese.
Abbiamo un progetto preciso e proposte molto nette: vogliamo un investimento di risorse che arrivi al 6% del nostro Prodotto Interno Lordo sull'istruzione, formazione, università e ricerca; vogliamo la scuola dell'infanzia pubblica generalizzata in tutto il Paese e l'assorbimento di tutte le liste d'attesa, un obbligo scolastico di 10 anni per arrivare rapidamente ad un obbligo scolastico che arrivi al 18^ anno di età, vogliamo un incremento molto forte del numero dei diplomati e dei laureati, vogliamo una scuola sicura negli edifici, bella, pubblica, laica e felice.
Dico felice perché questi ci stanno togliendo anche il gusto di sorridere, fieri del nostro lavoro di docenti, di dirigenti, di ata.

I GATS
Pochi giorni fa a Porto Alegre abbiamo discusso con migliaia di delegati di altri Paesi su un'altra educazione possibile come la base indispensabile per un altro mondo.
Riprenderemo quei temi in Europa ed in vari appuntamenti che abbiamo in cantiere.
Entro la metà del mese di marzo verrà definita la posizione dell'Europa per quanto riguarda la revisione degli Accordi sul commercio (Gats). Una delle richieste in campo, avanzata in primis dagli Stati Uniti d'America, è che istruzione e sanità vengano considerate alla stregua di "'merce di scambio'', assoggettata quindi alle leggi del mercato, analogamente a qualunque altro bene.
Gli effetti sarebbero disastrosi e noi dobbiamo impedire che ciò avvenga chiedendo un pronunciamento chiaro all'Italia ed all'Europa. Nei prossimi giorni definiremo, con la Confederazione, le iniziative necessarie per conseguire questo risultato.
Pochi giorni fa Guglielmo, alla riunione della CES ha sostenuto la necessità di un impegno di tutto il movimento sindacale su questi obiettivi.

Il valore delle RSU
Voi, compagne e compagni eletti nelle RSU che in così gran numero ci onorate oggi della vostra presenza, rappresentate la parte più importante della nostra organizzazione. I risultati positivi che abbiamo messo in campo in questi anni recenti sono per grande parte merito vostro.
E non ci sono parole per dirvi della nostra gratitudine per il vostro lavoro e per il vostro sacrificio.
In questi anni avete realizzato una grande rivoluzione culturale nella nostra scuola per garantire il passaggio di centinaia di migliaia di persone dalla condizione di un impiegato che non ha diritti, ma che può aspettarsi gentili concessioni, a quella di un lavoratore fiero della propria professionalità e consapevole dei propri diritti.
Non è stato semplice. Anzi, è stato ed è per voi molto duro e faticoso perché ogni rivoluzione implica processi complessi e difficili, perché questi processi non sono un pranzo di gala.
Sono processi talmente veloci e radicali che, a volte, noi che operiamo nella struttura sindacale non siamo riusciti a stare al passo con i vostri bisogni e con le vostre intuizioni.
Sappiate che, dopo i cambiamenti conquistati con lo sciopero del 1972 - il cui esito fu sbloccato grazie alla minaccia di sciopero generale pronunciata da Luciano Lama nel Luglio 1972 - che portarono alla definizione dei Decreti Delegati cioè all'apertura di una stagione contrassegnata dagli Organi Collegiali, dallo Stato Giuridico e dalla sperimentazione nella scuola, voi rappresentate il più grande movimento di cambiamento mai realizzato.
Per questo dirvi grazie, compagne e compagni, è poco.

Il Governo
Vedo un Governo incerto e molto in difficoltà sulle sue stesse scelte in materia di istruzione.
Anzi, dietro la baldanza con la quale vengono affrontati alcuni temi scorgo i tratti di un crescente sgomento.
Siamo in presenza di uno stato confusionale. Basti pensare che si dichiara urgente l'approvazione della controriforma della scuola e, contemporaneamente, della devolution di Bossi. Due provvedimenti che non stanno insieme, come tutti, ma proprio tutti, sanno considerato che l'approvazione del progetto Bossi, ovvero il superamento di una scuola unitaria a favore della sua consegna alle maggioranze che governano le diverse regioni, determinerebbe l'obbligo di riscrivere integralmente la controriforma.
Ci sono alcune direttrici di marcia nell'azione del Governo che vale però la pena di riprendere.

L'attacco alla funzionalità delle scuole
La prima riguarda l'azione di progressivo strangolamento delle scuole, limitando e condizionando così l'offerta di istruzione pubblica. Anzi, l'inefficienza crescente che contraddistingue il sistema, frutto di scelte sbagliate e di scarsa competenza, è utilizzata per giustificare ulteriormente la necessità di privatizzare la scuola.
In pochi anni scompariranno 70.000 posti di lavoro fra personale docente, ata e dirigenti scolastici come risultato di Finanziarie contro le quali solo noi ci siamo opposti.
In realtà la riduzione effettiva riguarderà almeno 100.000 posti di lavoro (circa il 10%). Le conseguenze saranno pagate dal personale che perderà il posto, dai precari che saranno sempre più numerosi ma con sempre minori garanzie e certezze, dalle famiglie perché sarà limitata l'offerta formativa.
La scuola sta già diventando più rigida, più condizionata dalla mancanza di personale, più lontana dai bisogni delle famiglie.
Compagni, non siamo timidi: questo Ministero vuole devastare la scuola pubblica e vuole trasformarci in prestatori d'opera a cottimo.
Che cos'è se non questo l'insegnante tutor previsto dai documenti sulla riforma!
Uno comanda e gli altri tre o quattro stanno sotto, ovvero: zitti e pedalare. Altro che dimensione cooperativa dell'insegnamento o la scuola che educa alla riflessione. Altro che pari dignità professionale: questa è la cultura del cottimo.

L'educazione degli adulti sarà drasticamente ridimensionata, gli interventi sull'università viaggiano fra controriforma e controllo politico del personale, la ricerca molla gli ormeggi dell'ultima posizione in Europa per investimenti per sprofondare ulteriormente verso il basso.
Le politiche finanziarie stanno producendo una riduzione di oltre 2.000 miliardi di vecchie lire, si taglia su tutto e mediante il drenaggio della liquidità si impoveriscono le scuole: piene di pagherò da parte dello Stato, ma oberate dai debiti con le persone.
Una Direttrice amministrativa di un ricco Istituto di Parma ci scriveva alcuni mesi fa di essersi trovata improvvisamente povera e nei guai con le casse della scuola per far fronte a pagamenti.
Abbiamo documentato in una recente conferenza stampa tutto ciò.
Siamo oltre la frutta, se pensate che pochi giorni fa sono stati sottratti al bilancio del Ministero circa 700 miliardi di vecchie lire per ritardata registrazione dei provvedimenti da parte della Corte dei Conti.
Pensate, le carte sono state trasmesse al Tesoro i primi di novembre, questi le ha inviate alla Corte dei Conti il 27 dicembre e, visto che non sono state registrate entro il 31 dicembre, ha bloccato i fondi per l'handicap, le pulizie, gli straordinari, la privata.
Così si impoverisce il territorio e si condiziona pesantemente la capacità delle scuole, formalmente autonome ma in tutto condizionate dal Ministero.
La loro stessa iniziativa autonoma, la loro progettualità, se non diventa immediatamente movimento, costruzione di alleanze, protagonismo nelle piazze, insomma se non esce dalla scuola intesa come luogo fisico, ne risulta pesantemente condizionata.
Per i disabili il diritto all'integrazione sarà concretamente negato nei fatti e molti di loro sospinti verso gli istituti di assistenza.

Scuola privata
Il trasferimento alle scuole private di risorse e mezzi consistenti rappresenta l'altro filone di intervento, o meglio la ragione prima dell'agire del Governo.
Le risorse per la scuola privata sono le uniche che conoscono incrementi; non c'è lira (pardon, euro) della scuola pubblica che non venga esteso anche dalla scuola privata; le condizioni di riconoscimento della parità sono ormai tali che per non averla bisogna chiederlo espressamente!
Che poi ciò avvenga in modo non trasparente, mediante una forzatura (eufemismo) delle norme, con azioni per le quali non esiste sovente alcuna copertura giuridica sembra quasi essere un dettaglio insignificante.
Le private sono poi favorite dalle norme regionali che anziché intervenire sul diritto allo studio di tutti discriminano milioni di ragazzi per favorirne solo alcuni.
Buona ultima, richiesta dalla Compagnia delle Opere, la previsione di un consistente bonus fiscale nella Finanziaria 2003 per favorire chi iscrive i figli nella scuola privata.
La nostra scuola privata è come buona parte del nostro sistema produttivo: invoca il ricorso al mercato per tutti, ma vive solo con abbondanti sovvenzioni, con la respirazione bocca a bocca.

Il controllo
Il controllo politico del personale è l'ultimo aspetto che voglio rapidamente prendere in esame.
L'Istruzione è il Ministero nel quale è stata applicata nel modo più esteso la Legge Frattini con la conseguente espulsione dei Direttori generali rei di essere stati nominati dal Governo precedente.
Le pressioni sui Dirigenti scolastici sono sempre più forti, mentre aumentano le interpellanze parlamentare per denunciare presunti covi di oppositori in cattedra.
E' di pochi giorni fa la riproposizione di uno stato giuridico per i docenti.
Noterete con inquietudine, compagni e compagne, il recupero di un termine tipico degli anni '50 (stato giuridico), cioè di anni nei quali l'Amministrazione disponeva pienamente del dipendente al quale, al massimo, era ammesso chiedere l'ordine di servizio scritto in caso di un ordine controverso.
Dopo le azioni sulla magistratura e sull'informazione il Governo intende mettere sotto tutela i lavoratori della scuola. Gli obiettivi sono quelli di eliminare o ridurre in modo consistente la contrattazione e di arrivare ad assunzioni discrezionali da parte delle singole scuole ed è presumibile che nei prossimi mesi, a partire dal precariato, si assista proprio a questo.
La vicenda della censura dei libri di storia rappresenta, in questo inequivoco quadro, un episodio non casuale (una sorta di incidente) ma un tassello coerente con il quadro sopra delineato. Le censure ai libri di storia richieste dalle forze di maggioranza della Commissione Cultura della Camera sono insulse ed inaccettabili. Si tratta dell'ennesimo tentativo di svuotare la nostra Costituzione nella parte nella quale afferma che 'L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento'.
Quel principio noi lo ribadiamo con forza e lo sosteniamo come un valore irrinunciabile.
Non ne abbiamo mai abusato e respingiamo con sdegno accuse inaccettabili sulla qualità del nostro lavoro.
Questo Governo non ama la scuola pubblica e non si fida di chi ci lavora, questa è la sostanza.

La controriforma
E' di questi giorni la decisione dei partiti di maggioranza di considerare blindato il testo del Disegno di Legge di controriforma della scuola per poterlo approvare definitivamente alla Camera dei Deputati entro il mese di febbraio.
Sommessamente facciamo notare che il Ministro meno di quarantotto ore prima con il 'Siamo aperti ad accogliere proposte... ecc.' aveva dichiarato esattamente il contrario! Peccato che ad ogni affermazione circa presunte disponibilità facciano seguire un giro di chiave per chiudere qualsiasi, non dico spazio, ma spiraglio! .

Nelle prossime settimane produrremo una forte e capillare iniziativa di informazione e di mobilitazione in tutto il Paese e nelle scuole ed organizzeremo presidi davanti al Parlamento durante tutto il dibattito in Aula.
Se il Disegno di Legge verrà approvato in modo definitivo alla Camera noi metteremo in campo due azioni.
Per prima cosa solleveremo, nei modi previsti dalle norme, la questione di legittimità di questa legge presso la Corte Costituzionale.
Infatti, la controriforma Moratti è incostituzionale perché in materia di 'norme generali sull'istruzione' e di principi fondamentali , competenze previste dall'art.117, non è possibile operare in regime di delega al Governo ma deve decidere il Parlamento.
La Costituzione italiana affida, in materia di istruzione, alcune prerogative al Parlamento che non possono essere trasferite all'esecutivo. Non intendiamo transigere.
Sollevare l'incostituzionalità della delega risponde all'esigenza per noi irrinunciabile di evitare, nel rispetto di regole vigenti, peraltro approvate anche da una consultazione popolare, di percorrere scorciatoie pericolose per la tenuta stessa del sistema complessivo del Paese e di provocare lesioni, forse irreversibili, al principio della certezza del diritto da sempre elemento fondante di ogni stato democratico.
Con la seconda
Per quanto riguarda la seconda azione, scriveremo a tutti i Presidenti delle regioni affinché valutino, nella loro autonomia, il profilo di costituzionalità della controriforma sul versante delle prerogative che la Costituzione affida alle regioni.
Siamo certi di trovare nei Presidenti delle Regioni interlocutori attenti ed intransigenti per quanto riguarda la gelosa difesa delle prerogative che la Costituzione attribuisce alle Regioni. Siamo confortati in ciò anche l'alto numero di ricorsi già presentati dalle Regioni alla Corte su altri temi.

Se un qualcheduno pensa che l'eventuale approvazione della Legge possa spostare la nostra iniziativa e lo scontro sulla fase attuativa si sbaglia: le ragioni di fondo rimangono tutte inalterate.

Il nostro giudizio sulla controriforma
Noi riteniamo semplicemente disastrosa una proposta di modifica della scuola che produrrà un sicuro arretramento generalizzato del livello di istruzione del nostro Paese.
Quel testo non è mediabile perché non si può dare dignità e copertura ad una proposta che sottrarrà una quota molto consistente di istruzione, pubblica e qualificata, a milioni di persone.
Risparmiateci, lo dico anche a chi oggi '#8211; pur non avendone neanche più l'età - si è autoarruolato nel 'genio pontieri' dei cosiddetti 'bipartisan', almeno le solite stanche litanie: non avete la proposta; parliamo dei bambini e non di politica; non avete capito, ecc.
No, la nostra netta opposizione nasce proprio dal fatto che abbiamo capito molto bene; che pensiamo ai bambini ed ai loro diritti; che abbiamo proposte di riforma nettamente alternative.

Riportare la durata dell'obbligo al termine della scuola media riducendolo di un anno (evento che non ha precedenti nella storia dell'intero globo terracqueo!), eliminare il principio costituzionale dell'obbligo scolastico sostituendolo con un molto più conciliante diritto-dovere, prevedere che a 12 anni si separi chi frequenterà la scuola che conta e chi sarà condannato ad un rapido avvio al lavoro produrranno come conseguenza una riduzione della cultura individuale e collettiva.
Cambieranno così le fondamenta del nostro sviluppo, perché limitare l'accesso agli studi e al successo scolastico per un grande numero di ragazze e ragazzi di famiglie non economicamente agiate, o non culturalmente attrezzate, e destinarli ad un precoce inserimento lavorativo significa avere un Paese meno istruito, meno capace di sfidare sulla qualità, ridotto a rincorrere.
Così si riporta indietro l'orologio della storia del nostro Paese, quando studiare era un privilegio per pochi ed un lavoro precoce fin da ragazzi rappresentava una condanna per troppi.
Quella in discussione alla Camera è una legge che riduce tutto a merce, anche il tempo dell'infanzia.
Che dire, infatti, della durezza delle proposte che si mettono in campo sui bambini costringendoli ad andare a scuola prima per sperimentare su di loro l'accelerazione del tempo come una chance di successo. Dietro a tanta domanda di anticipo si nasconde una situazione sociale che vede asili nido o scuole dell'infanzia assenti o molto costose.
Mandarli a scuola prima, togliergli il diritto alla loro scuola per inserirli precocemente in una scuola formale è una risposta sbagliata.

Una scuola piccola piccola
Quella che si vuole realizzare è una scuola pubblica minima per un Paese minimo. Lo Stato fornirà un numero limitato di ore per coprire il modulo base, il resto sarà un'offerta integrativa o aggiuntiva, sicuramente con contribuzione delle famiglie o con possibilità di sostituire l'offerta con quanto dato dalle famiglie.
L'istruzione viene ridotta a merce e la scuola ad un servizio a domanda individuale.
Queste le conseguenze di una controriforma alle quali continueremo ad opporci.
E chi maschera il suo assenso più o meno esplicito a questa controriforma nascondendolo dietro 'grandi' proclami sui diritti dei lavoratori della scuola sappia che è illusorio pensare che in una scuola minima il ruolo dei lavoratori possa essere valorizzato, fosse anche solo dal punto di vista economico.
Non richiamerò, dopo averlo fatto in apertura, in modo dettagliato l'esigenza di una vera riforma della scuola ed i suoi contenuti semplicemente perché è la storia ed il futuro della nostra organizzazione che lo testimoniano abbondantemente.

Contratto
Da alcuni mesi siamo impegnati in una difficile trattativa contrattuale.
La Cgil Scuola vuole chiudere il contratto di un milione di dipendenti in tempi brevi perché le lentezze e le resistenze del Governo stanno allungando i tempi oltre ogni limite e perché il contratto è un diritto dei lavoratori.
Come sapete la nostra piattaforma contrattuale unitaria ha scelto tre direttrici di marcia:
a) la tutela del potere d'acquisto delle retribuzioni dei lavoratori secondo gli impegni strappati al Governo;
b) la prosecuzione del percorso di equiparazione delle nostre retribuzioni ai livelli degli altri Paesi europei, questione oggetto di un'aspra vertenza con il precedente Governo positivamente conclusa;
c) lo spostamento di poteri contrattuali e di risorse economiche verso le scuole dell'autonomia per consentire al lavoro dei docenti e del personale ata di avere a disposizione mezzi e strumenti per potersi dispiegare pienamente e perché la scuola è, con l'autonomia, una risorsa importante per il territorio.

Nessun contratto di transizione o di attesa, quindi, ma un contratto fortemente segnato dalla volontà di sostenere la qualità ed il lavoro appassionato e capace di migliaia di donne e uomini che ogni giorno consentono alla scuola pubblica di sostenere la sfida della qualità.
Un contratto per il quale, nel novembre del 2001, abbiamo scioperato da soli per rivendicare risorse economiche adeguate e per denunciare una manovra che destinava al contratto risorse risparmiate riducendo gli organici.
L'incontro di fine dicembre con il Ministro Moratti, che ha fatto seguito all'apertura di una mobilitazione unitaria, ha consentito di strappare alcuni impegni molto rilevanti:
1) la conferma di tutte le risorse aggiuntive alla tutela dei salari dall'inflazione stanziate dalla Legge Finanziaria per il rinnovo contrattuale senza alcuna limatura al ribasso;
2) l'individuazione di risorse specifiche per il personale ausiliario, tecnico ed amministrativo, oltre agli stanziamenti per il recupero dell'inflazione, non presenti nella Legge Finanziaria. Al riguardo incalzato dal nostro sindacato il Ministro aveva garantito un impegno economico superiore che poi è scomparso. Ma noi abbiamo la memoria lunga.
La base economica quindi è stata individuata con significativi spostamenti in avanti delle posizioni del Ministro.

Nonostante questo la trattativa non procede speditamente per le difficoltà frapposte per quanto riguarda la certificazione delle risorse dichiarate dal Ministro Moratti. Tremonti deve smetterla di mandare segnali di indisponibilità come sta facendo da settimane. Non è una questione di quantità, ampiamente certe. Alcuni Ministri paiono non intenzionati a far fare i contratti.
Se questa posizione dovesse prevalere il Governo si assumerà la responsabilità di non volere far fare i rinnovi contrattuali, ma noi non staremo con le mani in mano. Anzi, già si profila uno scontro durissimo.
Per chiudere il contratto, inoltre, è necessario che si mettano a tacere alcuni pasdaran che in queste settimane stanno elargendo indicazioni all'Aran al solo scopo di fare carta straccia dell'Atto di indirizzo, della contrattazione e delle leggi sulla rappresentanza.
La prossima settimana riprenderanno le trattative dopo una lunga pausa imposta dal Ministro dell'Istruzione e dall'Aran.
Per quanto ci riguarda chiederemo che siano rimosse tutte le titubanze, che siano dichiarate e convenute le condizioni che consentono la chiusura delle trattative.
Se così non fosse, vogliamo decidere con le altre organizzazioni le azioni di lotta, gli scioperi da mettere in campo per conquistare una rapida chiusura del contratto sapendo che su questo punto il sentire è comune.
Per dirla chiara, adesso basta con questa azione di allungamento della trattativa e diamo rapidamente un buon contratto di lavoro ad un milione di persone.
Infine, il contratto della scuola, per quanto ci riguarda, dovrà essere sottoposto ad una consultazione formale rivolta dalle Organizzazioni firmatarie all'insieme dei lavoratori.
Per noi questo rappresenta un impegno molto serio sul versante della democrazia perché il confronto con i lavoratori ed il loro giudizio devono rappresentare il mandato principale per decidere gli orientamenti dentro ad una stagione contrattuale che vogliamo chiudere rapidamente.

I dirigenti scolastici
Sul versante contrattuale le cose non vanno affatto bene per quanto riguarda il rinnovo contrattuale dei Dirigenti scolastici. La situazione vede tutte le voci in sofferenza: non sono state costituite le aree contrattuali; manca l'Atto di Indirizzo del Governo; la Finanziaria per il 2003 non prevede risorse. Abbiamo mobilitato la categoria e strappato una contrattazione con il Ministero. Dovremo insistere e ricorrere nuovamente alla lotta perché ciò che si profila sono lunghi mesi senza contratto per i dirigenti

Il 12 aprile
La Cgil, assieme ad un gruppo molto significativo ed autorevole di associazioni della società civile, di associazioni professionali, laiche, cattoliche e protestanti, ha deciso per il 12 aprile di manifestare a Roma per dire che sull'istruzione pubblica in questo Paese non si torna indietro e che vogliamo riprenderci il diritto ad avere una buona scuola pubblica.
Già ora, con il solo annuncio, siamo di fronte ad un appuntamento sulla scuola che non ha precedenti nella storia del nostro Paese.
Il 12 aprile, con le centinaia di migliaia di persone che marceranno a Roma, saremo di fronte alla più grande manifestazione per la scuola pubblica della storia del Sindacato.
Non ci sono precedenti, a testimoniare della nostra determinazione, ma anche, purtroppo, della gravità della situazione.
Lo schieramento è straordinario: persone e associazioni che, mosse da un unico comune sentire (il valore dell'istruzione per tutti, la modernità dei diritti, il calore della solidarietà) con un lavoro paziente hanno messo insieme un documento impegnativo ed importante.
Un modo nuovo e diverso di fare mobilitazione che vuole costruire consenso, partecipazione e protagonismo delle persone. Per questa ragione un impegnativo programma di discussione e tante iniziative ci porteranno al 12 aprile.
Ringrazio Guglielmo Epifani e la segreteria nazionale confederale tutta che hanno colto con forza questa necessità e che con l'intelligenza e la passione che li contraddistingue hanno deciso di schierare l'intera organizzazione.
Compagne e compagni, aprile avrà il colore delle nostre bandiere, avrà il volto ed i sorrisi di centinaia di migliaia di persone, avrà la determinazione di chi non rinuncia al futuro.
E perché non ci siano dubbi in ognuno di voi sulle nostre intenzioni abbiamo scelto Piazza San Giovanni per la nostra iniziativa, la piazza più grande, la più significativa come si addice ai fatti importanti.
Nell'informare per tempo gli altri sindacati di categoria delle decisioni che stavano maturando in ambito confederale abbiamo riconfermato tutta la nostra disponibilità a mantenere la manifestazione unitaria di fine febbraio già convocata. Ci è stata chiesta, al riguardo, una pausa di riflessione che spero si concluda positivamente. D'altronde le posizioni molto diverse sulla controriforma Moratti non consentono un'azione unitaria su questo punto.
Nelle prossime settimane lotteremo contro la desertificazione di intere zone del nostro Paese che saranno private della presenza della scuola in conseguenza di un taglio di personale conseguente alla Finanziaria per il 2002 che, nonostante furbizie ed alchimie per attutirne gli effetti, produrrà risultati molto pesanti.
Noi vogliamo riprenderci la nostra scuola e non accetteremo mai che essa si riduca o che peggiorino le sue condizioni di esercizio: dall'aumento del numero di alunni per classe, al mancato inserimento dei disabili, alla riduzione del tempo pieno o del tempo prolungato, ecc. Stiamo organizzando iniziative, manifestazioni e non avremo timore a scioperare anche da soli perché le nostre radici e la nostra identità ci faranno cittadini del mondo solo se sarà loro consentito di crescere e farsi valere.

La pace
L'ultima considerazione, ma essa è la prima in ordine di importanza, riguarda la pace ed il nostro rifiuto fermo e netto di ogni guerra, anche se avvallata da organismi internazionali.
Il 15 febbraio saremo a Roma per una manifestazione che, contemporaneamente alle manifestazioni che saranno in corso nelle altre capitali europee, ribadirà il nostro fermo no alla guerra, senza 'se' e senza 'ma'.
Quanto si sta profilando è un disastro di proporzioni immani.
Un paese, l'Irak, sarà probabilmente aggredito sulla base di un sospetto.
Tutta la macchina bellica è protesa a colpire e trovo agghiacciante che si dica, come si trattasse di noccioline, di 800 missili che in poche ore colpiranno quelle città.
E la gente? E le cose? E la prospettiva di uno sviluppo nel quale ognuno sia cittadino?
Trovo insopportabile una situazione nella quale c'è chi si arroga il diritto di imporsi con la supremazia delle armi. L'odio ed il dolore generano frutti avvelenati ed il nostro mondo rischia di avvitarsi in una spirale di odio, violenza, dolore.
La scuola è luogo di pace, il lavoro degli insegnanti è un lavoro di pace perché basato sul dialogo e sull'ascolto. Voi donne e uomini che tutti i giorni crescete con i vostri ragazzi siete i migliori testimoni di questi valori irrinunciabili.
Abbiamo gridato 'Nao a intervencao' all'apertura dei lavori del Forum mondiale sull'Educazione di Porto Alegre.
Grideremo 'No!' alla guerra il 15 febbraio per le vie di Roma insieme a centinaia e centinaia di migliaia di persone che lo faranno in tutta Europa.

Carissime compagne e cari compagni,
non rinunciamo neanche per un momento alle nostre idee ed ai nostri valori.
Essi sono, in primo luogo, i valori della nostra Costituzione.
Per questi stessi valori, e per niente di meno, non ci rassegneremo mai ad assistere alla riduzione della nostra scuola pubblica a merce.


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