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“Io, maestra di frontiera continuerò a lottare qui perché lo Stato siamo noi”

Polemica su Profumo: “Era in città ma non èvenuto ascuola”

07/12/2012
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la Repubblica

Se c’è una cosa che l’ha inchiodata qui, dice, «è il fattore umano». Quello che il degrado e le faide non ti lasciano mai vedere. «Ma esiste e — scherza — ti frega ».
Maria Chiummariello è una solida signora, cinquant’anni. Responsabile della elementare “Il giardino di Montale”, che sta proprio di fronte all’asilo della paura, e a pochi metri dalle altre strutture del Quinto circolo: 1200 ragazzi, 120 docenti. «Non mi chiami prof, non ci sono abituata, sono la maestra e basta. Chi resta, è chiaro che ha fatto una scelta di vita».
Lei, perché lo ha fatto?
«Sono venuta a fare l’educatrice qui nel 1987, 25 anni fa. Poi ho preso casa a pochi metri, in uno di quei parchi dove c’è tanto sole, spazio e comfort. Dove, al di qua dei cancelli telecomandati, magari ci illudiamo di vivere bene e sicuri, in una Scampia che in fondo è un posto come un altro del paese: che deve guardarsi le spalle da solo. Ma quando ho messo piede a scuola abbiamo dovuto cominciare dai nomi».
In che senso?
«Nel senso che tutto era impersonale e respingente. Tutto da queste parti — persone, cose, luoghi — erano numeri, sigle, pura burocrazia. Lontani, abbandonati. Così come le Vele erano solo le Vele e gli alloggi popolari erano Lotto P, anche le nostre scuole, materne ed elementari, avevano delle sigle. Noi eravamo il “K 11”, l’altra scuola era la “6 W”. Capisce
quanta strada da fare? E sa da quanto tempo abbiamo un nome? Solo da cinque mesi».
Che cosa vi manca di più?
«In fondo, quello che manca in tante scuole: se non avessimo il contributo volontario di 11 euro all’anno da parte dei genitori, questi bambini non avrebbero l’assicurazione. Dipende, certo, dalle casse a secco di Comune e Regione, un enorme problema, soltanto da pochi giorni è partita la refezione, i riscaldamenti funzionano solo da poche ore. Ma non ci manca la motivazione dei bambini, non il rispetto delle famiglie, perfino di quelle segnate dal degrado: ché, anzi, spesso loro sono più educati dei genitori della “Napoli bene”».
Dovesse raccontare con la voce di un suo alunno, il quartiere?
«Le farei sentire quello che mi ha detto una ragazzina di 11 anni, l’altro giorno. “Perché non sono venuta a scuola? Maestra, ho un solo paio di stivaletti, erano inzuppati di pioggia dal giorno prima e non potevo uscire”. La povertà la vedo, sta peggiorando. Ma vorrei anche dirle che la dispersione scolastica sta diminuendo, e che le associazioni, i centri ai aggregazioni, come la palestra del campione di judo Maddaloni, qui fanno un lavoro sociale fantastico, davvero speciale ».
Cosa le hanno detto i genitori, dopo la sparatoria?
«Che erano preoccupati, ma
che hanno bisogno di noi, della scuola. Ci riconoscono come uno dei volti dello Stato che tende la mano, che anzi cammina con loro. E noi, proprio per questo, abbiamo bisogno del loro sostegno ».
E lei, ora, può rispondere che non si deve aver paura?
«Io stessa sono turbata. Mai avrei immaginato di affacciarmi una mattina nel vialone dove ogni giorno passano 200 bambini e di essere costretta a ritrarre lo sguardo
da un cadavere. Ma, con la stessa franchezza, devo dire che mai come in questo periodo ho visto la presenza e la dedizione di poliziotti, carabinieri, finanzieri. Sono ovunque e non vincono loro. E di chi è la colpa? Sono presenti, ma forse non sono loro l’unico rimedio?».
I problemi di una maestra a Scampia, faida a parte, perché sono diversi da quelli di altri educatori
italiani?
«Difatti, le differenze non sono
poi tante. Forse, un po’ di solitudine in più, certe volte...»
Per esempio?
«Per esempio, mi dicono che l’altra sera, nello stesso giorno della sparatoria, c’era il ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, all’inaugurazione della stagione lirica al San Carlo...».
È un’immagine che ha turbato altri docenti e genitori.
«In fondo, quanti chilometri separano il nostro quartiere dal teatro San Carlo? La nostra testimonianza, il mestiere di educatori è fatto soprattutto di presenza, anche fisica, e di ascolto. È fatto di piccoli esempi quotidiani. Il ministro non può certo risolvere la faida di Scampia con una visita, ma avrebbe dimostrato vicinanza, un piccolo ingrediente che serve a infondere fiducia. Qui siamo tutti assetati di fiducia. Ma mica a Scampia: nel Paese, intendo».
 


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