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Corriere: «Si presentino, se hanno il coraggio Saranno fischiati non solo dagli studenti»

Nelle Università

15/12/2006
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Corriere della sera

ROMA — «No, non è che se un ministro si presentasse a trovarci non lo riceveremmo. Certo, se avesse il coraggio di presentarsi, non so i fischi... degli studenti, anche. Qualcuno del governo se li è già presi». Secondo il rettore dell'Università di Ancona Marco Pacetti, comunque lo scopo della singolare protesta delle Università italiane è fare clamore, non «dichiarare una guerra tra istituzioni».
E se anche lui e i suoi colleghi non vogliono chiamarlo «sgarbo istituzionale», ben poco ci manca: premier, ministri e sottosegretari sono indesiderati. «Abbiamo certificato che dopo quello che è successo con questa Finanziaria, sono interrotti i rapporti e non potrebbe essere altrimenti — aggiunge Enrico Decleva, rettore della Statale di Milano —. Ma lo facciamo per cercare di farci sentire, sperando che il governo faccia un gesto per poter riprendere il dialogo con le università italiane. Per ridiscutere la legge Bersani c'è ancora un po' di tempo». Già, ma intanto la Finanziaria è andata e i finanziamenti tanto insistentemente chiesti non ci sono: «Ma noi rettori non siamo una lobby, non facciamo politica, non siamo pro o contro qualcuno: siamo semplicemente delusi». Molto delusi e non solo: amareggiati, sfiduciati e decisamente arrabbiati. «Siamo arrivati ad un limite tecnico, funzionale: gli atenei più grandi rischiano di non andare più avanti. E tutto questo proprio mentre con Mussi stavamo ragionando di riordino, di taglio del numero dei corsi, di novità per il futuro, di valorizzazione del merito, di incremento della ricerca. Ma con questi tagli, temo che non andremo da nessuna parte», si lamenta Patrizio Bianchi, rettore dell'Università di Ferrara.
Vittime del fuoco amico, come dice Decleva, perché «si sa che l'87 per cento della Conferenza dei rettori ha votato centrosinistra». Si sentono schiaffeggiati, umiliati dopo tante promesse, sfidati e puniti: «Io chiederò, provocatoriamente, al prossimo consiglio di amministrazione di chiudere l'ateneo per un paio di mesi d'inverno — annuncia Pacetti per la sua università di Ancona —. Così potremo far fronte ai tagli della legge Bersani e risparmiare sul riscaldamento». L'alternativa — c'è chi tra i rettori lo sussurra e chi lo dice apertamente — è una sola: «Aumentare le tasse agli studenti, che sono l'altra forma di finanziamento della nostra attività», annuncia Pacetti, sollevando una questione che finora nessuno aveva messo sul tavolo delle possibili soluzioni per riempire le casse vuote.
Per questo, perché nel testo del maxiemendamento manca la revoca del «tagliaspese» per quanto riguarda l'università, i rettori chiudono le porte al governo: «Abbiamo ritirato gli ambasciatori, congelato i nostri rapporti con Palazzo Chigi». In attesa che «qualcuno ci ascolti e ci spieghi perché ci hanno voluto punire».
Una protesta insolita: «Sì, una volta scrivevamo documenti. Oggi abbiamo anche noi imparato a comunicare e a farci sentire, senza fischiare», argomenta Bianchi. Non ce l'hanno con Mussi i rettori: «Anzi, il ministro ci sembra proprio una vittima» e adesso «sarà in grande difficoltà politica perché aveva annunciato le sue dimissioni se non fosse stato accontentato nelle sue richieste di finanziamenti per l'università», come ricorda Pacetti. Loro ce l'hanno con Prodi e Padoa-Schioppa, che «non hanno ascoltato il ministro e le sue richieste, che sono anche le nostre». Sono loro che oggi agli occhi dei rettori assomigliano tanto a Tremonti e alla Moratti. «Invece io Mussi l'ho già ospitato e spero di rifarlo presto...», aggiunge Bianchi. Ma si ipotizzano anche trame politiche, a giustificare le scelte dell'Unione: «Temiamo che l'università sia finita nei giochi di corrente dei ds, non si voleva dare soddisfazione al candidato alternativo a Piero Fassino per la segreteria della Quercia...», spiega Decleva.
A condividere la delusione dei suoi colleghi è anche Biagio De Giovanni, già europarlamentare diessino e titolare della cattedra Jean Monnet a Napoli: «Grande era la speranza, dopo anni difficili, e dunque grande è la delusione. Tecnicamente poi anche le aggiunte promesse con gli emendamenti della Finanziaria hanno soltanto ridistribuito fondi che sarebbero comunque stati destinati all'università: i miei colleghi hanno ragione, l'Italia rischia adesso l'emarginazione dalla società della conoscenza».


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