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All'Italia mancano 45 mila dottori ma il nodo sono le specializzazioni

eliminare dalle facoltà di medicina il numero chiuso dall'oggi al domani non risolverebbe il problema, perché comunque resterebbe il tappo delle borse di specializzazione, passo indispensabile successivo alla Laurea

17/10/2018
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Il Messaggero

C'è un paradosso: nei prossimi cinque anni, a causa dei pensionamenti, verranno a mancare 45 mila medici. Addirittura si rischia che molte famiglie si ritrovino senza il medico di base. Eppure, eliminare dalle facoltà di medicina il numero chiuso dall'oggi al domani non risolverebbe il problema, perché comunque resterebbe il tappo delle borse di specializzazione, passo indispensabile successivo alla Laurea, che oggi in Italia conta 6.200 posti.
IL RETTORE DELLA SAPIENZALo spiega il rettore della Sapienza, Eugenio Gaudio, già preside di Medicina: «In realtà oggi non c'è il numero chiuso, ma il numero programmato. Deriva da una serie di valutazioni delle università che danno disponibilità al ministero sulla base del numero docenti, delle aule, dei laboratori, delle attrezzature, delle possibilità di formazione in corsia. Da questo calcolo si è arrivati alla programmazione di 9.800 posti. Poiché però poi serve la specializzazione, non tutti possono accedere alle 6.200 borse disponibili. E questo è il primo problema. Decidere di aprire a tutti i 65 mila che ogni anno in media sostengono il test di Medicina, anche immaginando che alla laurea ne arrivino poi 50 mila, servirebbe a poco, è evidente». E aumenterebbe il divario rispetto ai 6.200 posti di specializzazione disponibili. 
In sintesi: la tesi del rettore Gaudio è che si aumenterebbero i disoccupati, ma non si risolverebbe il problema della carenza di medici negli studi e in corsia per i prossimi anni. Per questo, secondo Gaudio, al tavolo con i ministri si potrebbe pensare ad altro: a un processo graduale e sostenibile anche per il sistema universitario, che aumenti fino a 15 mila i posti a Medicina. Al contempo vanno incrementate le possibilità per le specializzazione. «Ma pensare che in un ristorante con 10 posti possano mangiare in 70 è sbagliato - conclude Gaudio - anche perché oggi i medici italiani sono tra i più preparati e stimati. Per questo oggi ho apprezzato molto le dichiarazioni dei ministri che parlano di un processo graduale. Studieremo un percorso, nell'interesse dei giovani, e dei malati che hanno diritto ad avere medici preparati». 
LA REVISIONEUna revisione del sistema sia necessaria è comunque necessaria perché secondo Fimmg (federazione italiana dei medici di medicina generale) solo per quanto riguarda i medici di famiglia, nel prossimo lustro andranno in pensione 15.000, con 14 milioni di italiani che non saprebbero a chi rivolgersi. Le regioni con le previsioni più allarmanti, dove ci saranno molti più medici di base in uscita di quelli in entrata, sono la Sicilia, la Lombardia, la Campania e il Lazio. «Basti pensare - ricorda Pierluigi Bartoletti, vicepresidente dell'Ordine dei medici di Roma - che nella Capitale e nelle altre quattro province della regione nel giro di due anni ci troveremo con 700 medici di base in meno». Anche qui il problema non è tanto rappresentato dal numero chiuso per iscriversi a Medicina, ma dal tappo delle borse per il corso di formazione in medicina generale, 1.100 all'anno su base nazionale. 
SOLUZIONE IMPRATICABILESintesi finale di Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli Odontoiatri: «Non bisogna creare illusioni nei giovani: l'abolizione del numero chiuso alle facoltà di Medicina è impraticabile e porterebbe all'unico risultato di creare migliaia di giovani laureati che rimarrebbero disoccupati. La soluzione per far fronte alla carenza di medici non è l'accesso libero. Oggi il vero problema sono le borse di specializzazione in Medicina che non bastano. Al 2017, si contano infatti oltre 15mila laureati al palo e inoccupati, perché si ritrovano in un limbo: sono laureati in Medicina che non sono riusciti ad ottenere né l'accesso ad una borsa per la Specializzazione né al corso di Medicina di famiglia».
Mauro Evangelisti