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Il Mattino-Padova-L'esame di maturità non deve avere un futuro

L'esame di maturità non deve avere un futuro Filippo Franciosi Insegnante di Padova Nell'articolo sugli esami di maturità (il mattino del 19 giugno) Adina Agugiaro illustra da par suo quale si...

23/06/2002
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Il Mattino

L'esame di maturità non deve avere un futuro

Filippo Franciosi Insegnante di Padova

Nell'articolo sugli esami di maturità (il mattino del 19 giugno) Adina Agugiaro illustra da par suo quale significato e funzione essi abbiano nel percorso esistenziale dei giovani. Perché l'analisi fosse veramente completa ci sarebbe voluta, a mio modesto parere, un'ultima valutazione: qual è per un giovane che affronta un passaggio di carattere "iniziatico" l'effetto o l'impatto che egli riceve dal constatare che la prova è troppo facile (non diciamo, per ora, risibile) rispetto a come gli era stata presentata e alla tensione emotiva nonché all'impegno messi nell'affrontarla.
Tenuta come valida e preliminare l'impostazione antropologica della signora Agugiaro completata dalla risposta che i competenti volessero dare alla mia domanda, mi permetto di venire ad aspetti del nuovo esame più inerenti alla valutazione di quanti, come il sottoscritto, vivono nella scuola o, più in generale, a quella del comune cittadino. I piani su cui ragionare, pur comunicanti tra loro, mi sembrano tre: uno di carattere politico generale, uno più strettamente scolastico, uno chiamiamolo "sociale". Sul primo piano questo esame, o per meglio dire la sostanziale nullificazione degli esami di Maturità, dà una spinta potente alla deriva privatistica, in atto da tempo, della scuola pubblica. Altro che il problema scuola pubblica/scuola privata posto in modo restrittivo e fuorviante del bonus e via dicendo: qui si va alla polverizzazione del sistema scolastico in una miriade di pseudo-aziende fai da te, per le quali facilità degli esami e voti finali alti saranno due tra i mezzi per attirare "clienti" per gli anni successivi. Né servirà il tentativo, già fallito per esempio in Inghilterra, di garantire l'uniformità mediante un carrozzone valutativo centralizzato.
Sul piano scolastico le cose sono più complesse, e coinvolgono il piano etico, quello della vivibilità per gli insegnanti, e, ovviamente, quello pedagogico-didattico. Già verso la fine dell'anno scolastico si avevano notizie di prèsidi che premevano sugli insegnanti perché largheggiassero in voti e medie nell'ottica di mercato cui accennavo. Non parliamo dell'autoriduzione di programmi da parte di insegnanti o meno coscienziosi o pressati da alunni ben consapevoli di essere poi esaminati dai loro stessi docenti: chi anche volesse resistere a sollecitazioni in questo senso, come alla lunga lo potrà fare, quando nella sezione vicina o nell'altra scuola si cede? E gli alunni non cominceranno a premere per sapere in anticipo che cosa verrà loro chiesto all'orale?
E anche qui come vivrà l'insegnante che si rifiutasse di venire incontro, o che per dimenticanza chiedesse poi qualche cosa di diverso da ciò che aveva anticipato o lasciato intuire? L'esame è stato ridotto come quello di terza media, ma con conseguenze peggiori, perché i ragazzi sono più grandi e, come vedremo, la posta in gioco è maggiore.
E qui viene il terzo piano, quello che abbiamo detto "sociale", ma che per la sua natura si lega con i primi due. Mentre l'esame di terza media ormai significa poco, perché non conclude più nemmeno la fase dell'obbligo scolastico e, quale che sia il giudizio riportato (sufficiente, buono, ecc.), uno può comunque andare dove vuole (o dove i genitori lo mandano), l'esame di maturità è conclusivo del percorso di studi e porta alla soglia dell'università. E qui le cose si complicano. O il voto d'esame non conta nulla, venendo la vera selezione demandata alle prove d'ingresso alle facoltà (per esempio Medicina). E' chiaro che in questo caso gli alunni (e i genitori) interessati opereranno nell'ultimo anno delle superiori, ma anche prima, una specie di selezione tra le materie ritenute immediatamente utili per il test d'ammissione e quelle che secondo loro non lo sono, anzi fanno perdere tempo ed energie: così gli alunni tireranno a campare su queste, si dedicheranno più alle prime, il tutto con le conseguenze che si possono immaginare sulla vita di classe e sulla formazione complessiva; ridurranno la frequenza a scuola per dedicarsi a preparare il test, andando anche, chi se lo può permettere, a lezione da privati, docenti o istituti, pagando bene. La cosa è ben praticata all'estero, ove non scandalizza nessuno, raggiungendo punte parossistiche nei paesi dell'Estremo Oriente (assai istruttiva un'intervista registrata in Corea e trasmessa dal GR2 la mattina del 21 giugno alle 7.30).
Tuttavia in generale negli altri Paesi vale come correttivo il fatto che il voto di maturità ha nell'ammissione all'università un suo peso, che può arrivare anche al 50%. Immaginiamo che domani così avvenga anche da noi, con questo esame. Quanti insegnanti potranno resistere alle pressioni ricevute perché non neghino punti che potrebbero essere decisivi per l'ammissione a una data facoltà, specialmente in certi ambienti o contesti? E' chiaro che l'unico modo per uscirne sarebbe intanto quello di premunirsi dando voti alti all'ammissione, per poter poi darne di alti all'esame. Potrei continuare, ma mi pare di aver prospettato una parte già consistente delle problematiche poste da questo esame che, per il bene della scuola e della società italiane, non deve avere futuro.


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