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Una docenza indecente. A due anni dall'entrata in vigore della legge che ha mutato le norme di reclutamento dei professori universitari, il bilancio è disastroso.

E se la stampa italiana tace, quella svizzera si pronuncia duramente

30/12/2000
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Il Manifesto

Una docenza indecente. A due anni dall'entrata in vigore della legge che ha mutato le norme di reclutamento dei professori universitari, il bilancio è disastroso.

E se la stampa italiana tace, quella svizzera si pronuncia duramente (30/12/00)

REMO CESERANI

Qualche mese fa (il 1 agosto) ho scritto per questo giornale un articolo sul sistema di reclutamento dei professori universitari introdotto in Italia, ormai sono due anni, da una legge pasticciata e incredibile, votata dal parlamento durante un governo di centro sinistra e subita passivamente da un ministro riformatore come Berlinguer, che aveva per mesi proposto e sostenuto, confortato dal parere di molti esperti, un sistema completamente diverso, molto più giusto, molto più adatto a formare, per la nostra Università, un corpo docente competente, adatto alle esigenze nuove, aperto ai giovani e ai migliori.

Non sto qui a ripetere quali sono stati, in due anni, i risultati disastrosi del nuovo sistema: basta visitare i siti delle università italiane, che riportano scrupolosamente i verbali delle commissioni di tutti i concorsi organizzati localmente, per rendersi conto di quali siano stati i criteri che hanno presieduto all'espletamento di quasi tutti (direi tutti) i concorsi: l'interesse dei singoli candidati locali e delle corporazioni disciplinari, una vasta e sistematica rete di accordi fra i commissari che hanno ridotto ridicolmente il numero degli aspiranti ai singoli concorsi anche per posti prestigiosi e ambitissimi (di norma tre candidati per tre posti, uno riservato al vincitore, l'altro ai cosiddetti "idonei", per i quali era già pronto un posto nella loro università), una prevedibilità assoluta dei risultati di ogni concorso una volta pubblicata la commissione, ecc. ecc.

Quando ho scritto quell'articolo, in piena estate, non mi aspettavo di suscitare grandi consensi e nemmeno una vera reazione. Distratti dalle vacanze, implicati tutti (compreso ovviamente il sottoscritto) o come commissari o come candidati in qualche prossimo concorso, gran parte dei professori italiani hanno scelto o il silenzio o l'invio di un messaggio di silenziosa solidarietà e di rassegnato pessimismo: "hai assolutamente ragione, è una vicenda scandalosa, bisognerebbe fare qualcosa, cosa si può fare?". Qualcuno, come Pietro Gibellini, ha scritto un articolo di appoggio e consenso sull'"Avvenire" del 24 novembre. Qualcun altro, come Nicola Merola ha proposto da Arcavacata di raccogliere firme sotto un manifesto assai efficace di protesta, ma ne ha raccolte, purtroppo, assai poche. Qualcun altro ancora, come il coordinatore di un'interessante lista di discussione elettronica, Emilio Speciale, che dopo anni di insegnamento in America si trova ora a insegnare in Svizzera, ha provato ad aprire una discussione pubblica, rivolgendosi a tutti gli interessati, senza con ciò riuscire a smuovere il generale torpore e le colpevoli rimozioni.

Ma ecco ora uscire, sull'autorevolissimo quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung (2 dicembre), un articolo di Franz Haas, che denuncia con efficace sarcasmo gli aspetti più deleteri del sistema concorsuale inaugurato in Italia. Il suo giudizio è tagliente e severissimo. Nessun giornale italiano, forse per la diffusa ignoranza del tedesco, o più probabilmente per connivenza con il nostro sistema accademico e di governo, ha ripreso l'articolo, nemmeno per difendere l'onore nazionale così ferocemente offeso.

L'articolo di Haas andrebbe tradotto integralmente. Devo, purtroppo, riportarne solo alcuni passi.

"Negli ultimi dodici mesi sono state create nelle Università italiane e nelle diverse discipline più cattedre che nei dodici anni precedenti. Sembra la realizzazione di uno spot pubblicitario dell'imprenditore Berlusconi, il quale quando entrò per la prima volta in politica promise di compiere il miracolo della creazione di un milione di posti di lavoro. E però questo dubbio miracolo non ha niente a che fare con il breve periodo di governo del magnate delle televisioni. Esso appartiene all'attività riformatrice di tre governi di centro-sinistra (Prodi, D'Alema, Amato), che sulla carta hanno concesso maggiore autonomia ai singoli atenei, nella pratica hanno prodotto un commercio incontrollato di posti. Le vittime maggiori saranno l'insegnamento e le generazioni del futuro, poiché la pacchia non può durare a lungo e per almeno vent'anni non ci saranno più posti.

È sempre stato difficile spiegare a un collega straniero come si diventa professore universitario in Italia. Ora è diventato ancor più difficile, ancor più incredibile. Finora c'erano a intervalli da cinque a otto anni dei bandi di concorso amministrati dal centro, uguali per tutte le discipline. Questi giganteschi concorsi funzionavano sulla base di una combinazione di fattori: la burocrazia, molti bizantinismi, un pò di competenza e un pò di fortuna.

Con la recente riforma i tempi dei concorsi limitati nel numero sono ormai finiti. Certo la competenza non sarà anche in futuro un ostacolo, ma l'unica cosa che conta veramente sono le relazioni. Da qualcosa più di un anno i primi posti sono stati assegnati sulla base della nuova legge. Ora si può trarre un primo, devastante bilancio e si può affermare che i buoni propositi del legislatore non sono stati realizzati, battuti dalle cattive abitudini del nepotismo. Il nuovo modello funziona in questo modo: l'università XY ha un giovane speranzoso assistente di 'Storia della lingua ungheresè e quindi bandisce un concorso per la disciplina corrispondente, nomina il capo della commissione, il quale a sua volta sceglie gli altri membri della stessa, attraverso una rete complicata di amicizie e ricatti. Da una prova così decisamente farsesca non sortisce solo un vincitore, che bene o male deriva la sua forza dall'essere di casa. Anche altri due candidati vengono nominati 'idoneì, i quali in seguito verranno chiamati da un'altra (la loro) università. La pratica ha dimostrato che questa procedura funziona in modo così scorrevole, che tutti gli 'idoneì hanno ricevuto a loro volta in breve tempo i loro posti, poiché anch'essi già avevano un piede nella porta, come assistenti o incaricati di insegnamento.

Il posto in un solo colpo si è triplicato. Ancora un paio di colpi come questo e la Storia della lingua ungheresè è ampiamente provvista di personale per altri trent'anni.

Non c'è nessuno fra i partecipanti che non si lamenti di questo disastro, e tuttavia la legge è la legge, e tutti si devono adattare." Già posso prevedere come verranno prese e interpretate le parole durissime, e purtroppo nella sostanza vere, del giornalista svizzero. Molto silenzio, qualche correzione di alcune imprecisioni nel descrivere il nostro indescrivibile sistema, l'accusa di conservatorismo, una generale scrollata di spalle.. Nessuno sembra disposto a riconoscere che, nello spirito stesso della riforma dell'Università, quale si va configurando nei tanti suoi aspetti, andrebbe coraggiosamente ripensato il sistema di reclutamento dei professori.

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