FLC CGIL
Iscriviti alla FLC CGIL

http://www.flcgil.it/@3826067
Home » Università » Rifondazione Comunista: Riflessioni per un programma di riforma dell'Università

Rifondazione Comunista: Riflessioni per un programma di riforma dell'Università

Nell'Università come nella scuola in generale il principio cardine di una politica alternativa è l'assunzione della domanda sociale d'istruzione e di cultura come un dato positivo da promuovere aldilà di ogni subordinazione a logiche mercantili e al quale offrire la risposta di un'offerta ricca e articolata e in costante espansione conformemente ai ritmi di una società avanzata e democratica.

08/03/2001
Decrease text size Increase  text size

Domenico Iervolino

Nell'Università come nella scuola in generale il principio cardine di una politica alternativa è l'assunzione della domanda sociale d'istruzione e di cultura come un dato positivo da promuovere aldilà di ogni subordinazione a logiche mercantili e al quale offrire la risposta di un'offerta ricca e articolata e in costante espansione conformemente ai ritmi di una società avanzata e democratica.

Le riforme promosse dal centro-sinistra in questi anni non si ispirano a questa chiara indicazione di marcia ma lasciano aperte le porte a processi di compressione della domanda sociale d'istruzione e di mero adeguamento a modelli aziendalistici peraltro concepiti spesso in termini riduttivi e immediatistici.

La politica del centro-sinistra, tra l'altro, non ha risolto i nodi della democratizzazione dell'Università e della sua docenza, a partire dai meccanismi di reclutamento. Non è affatto indifferente che un'istituzione decisiva nel bene e nel male per il futuro della società sia ispirata da logiche democratiche e oppure autoritarie e di mera occupazione del potere.

È quindi importante rilanciare alcune opzioni limpidamente riformatrici che non sono da inventare ma solo da riprendere da decenni di lotte di settori minoritari o subordinati della docenza legati al movimento sindacale o comunque a forme di associazionismo democratico. Non è certo privo di significato che ormai in questo comparto della società si sia creato un fronte unitario fra sindacati confederali, e no, ed associazionismo: purtroppo all'unità corrisponde la debolezza complessiva di questo schieramento riformatore rispetto al potere accademico e alle sue fin troppo vistose collusioni col potere politico. Solo Rifondazione ha sostenuto fino in fondo le richieste unitarie di sindacati ed associazioni, come si è visto in occasione del tormentato iter parlamentare della legge sulla terza fascia docente.

È necessario quindi innanzitutto operare per superare questa debolezza: la via maestra è rappresentata dal collegamento con le esigenze degli studenti e delle forze sociali diffuse sul territorio che debbono essere viste come il principale referente dell'istituzione universitaria che esiste per rendere agli studenti e alla società tutta un servizio pubblico che è quello della trasmissione e della promozione del sapere, della ricerca e della formazione superiore. Battersi quindi contro un'università autoreferenziale che coinciderebbe inevitabilmente con un complesso di corporazioni in cerca di sponsor e di finanziamenti. L'autonomia delle università non deve impedire una programmazione nazionale che ha soprattutto il compito di individuare e soddisfare le esigenze didattiche e scientifiche del sistema universitario concepito come servizio pubblico.

L'opposizione al numero chiuso deve valere anche per i titoli accademici di livello superiore alla laurea, in particolare per il dottorato dove l'attuale sistema impone già a livello di ammissione ai corsi una selezione fra giovani studiosi nella quale troppo spesso prevalgono sulle valutazioni di merito le appartenenze accademiche. Occorre quindi un dottorato aperto a tutti coloro che mostrino idoneità alla ricerca scientifica e che abbia la consistenza di un vero corso di studi con l'acquisizione di competenze e di esperienze anche attraverso periodi di soggiorno all'estero.

Il dottorato così riformato dovrebbe essere la condizione normale per intraprendere la carriera accademica nella quale si può ipotizzare un primo grado di formazione, limitato nel tempo e soggetto a una verifica finale, e un secondo grado corrispondente al ruolo unico dei docenti.

Al ruolo unico si accede mediante concorsi nazionali, che potrebbero essere gestiti localmente con le procedure previste per gli attuali concorsi a ricercatore. Ma sarebbe opportuno, per correggere il rischio di un reclutamento troppo condizionato da fattori locali, che ci fosse una quota di posti da reclutare con concorsi di tipo centralizzato i cui vincitori andrebbero a riequilibrare le dotazioni organiche delle singole università secondo le esigenze della programmazione didattica nazionale. Gli appartenenti al ruolo unico dei docenti dovrebbero avere tutti eguali diritti e doveri e sarebbero tenuti a sottoporsi a verifiche periodiche nel corso della loro carriera.

La programmazione didattica nazionale dovrebbe anche incentivare la mobilità dei docenti e degli studiosi sul territorio nazionale e a livello internazionale. Tale mobilità, indispensabile per il progresso della ricerca, col sistema attuale rischia di ridursi quasi a zero, data la convenienza economica delle singole università a reclutare personale docente promuovendo quello già in servizio in quella stessa sede.

Come norma transitoria si potrebbe riprendere una vecchia idea del movimento riformatore: trasformare in figure ad esaurimento gli attuali ordinari (con la conservazione del trattamento economico acquisito come assegno ad personam) partire dagli associati per costruire il ruolo unico, parificando giuridicamente ordinari e associati la cui distinzione contrasta con l'unicità delle funzioni effettivamente svolte; consentire ai ricercatori (o professori di terza fascia) che abbiano un certo periodo di anzianità nel proprio ruolo attuale di sottoporsi ad un giudizio nazionale di idoneità all'insegnamento universitario che segnerebbe la loro entrata in funzione come professori del ruolo unico. Un'ipotesi riformatrice meno radicale ma certamente anch'essa benefica sarebbe quella di conservare all'interno del ruolo unico le attuali fasce docenti ma a condizione che sia chiaro che si tratti di un solo ruolo e di tappe di una stessa carriera senza numero chiuso, subordinate al superamento di quelle verifiche periodiche che comunque andrebbero previste. La terza fascia avrebbe in questo caso il significato di fascia d'ingresso con il passaggio dopo un certo numero di anni alla seconda in seguito a verifica e giudizio d'idoneità. In ogni caso, la realizzazione del ruolo unico avrebbe un immediato effetto positivo: se si considera che ora nelle nostre facoltà gran parte del tempo e delle energie del corpo docente vengono spese per preparare o realizzare concorsi, verrebbero liberati tempo ed energie per la didattica e la ricerca.

Come si comprende una democratizzazione della docenza e del reclutamento non risolverebbe tutti i problemi ma rappresenta la precondizione per un diverso funzionamento dell'università. Un corpo docente finalmente liberato dalle logiche feudali di subordinazione personale potrà dare il senso giusto all'autogoverno universitario e potrà permettere ad essa di progettare democraticamente il proprio futuro.

In ogni caso va mantenuto il fondamentale rapporto università-ricerca. Sganciare la ricerca dall'università e rompere il nesso didattica-ricerca potrebbe essere funzionale solo a un progetto di dequalificazione degli studi. Anche negli istituti preposti alla ricerca e alla produzione culturale va perseguita una linea di democratizzazione e di apertura al sociale, sviluppando a pieno le potenzialità del nostro paese non solo nel campo della ricerca applicata, ma anche in quello della ricerca di base, delle scienze umane e sociali, della protezione dell'ambiente e del patrimonio artistico-culturale, della sanità pubblica e della tutela dei consumatori, e destinando a tali settori fondi consistenti secondo logiche che non guardino a contingenti interessi corporativi o aziendali.