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Nuovo bando PRIN 2010-2011: molti i punti critici

Il MIUR emana il decreto con il nuovo regolamento sui Programmi di ricerca di Rilevante Interesse Nazionale. Le nostre considerazioni.

31/12/2011
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Con apposito Decreto Ministeriale, il 27 dicembre è stato pubblicato dal ministero il nuovo bando PRIN per gli anni 2010-2011, con scadenza 29 febbraio e 7 marzo 2012 rispettivamente per i responsabili di unità locali e per il coordinatore nazionale di progetto. Il nuovo bando modifica sostanzialmente le procedure di presentazione e valutazione dei progetti, è mostra gravissime criticità.

È certamente da cogliere con favore il fatto che tra i primi provvedimenti di questo governo vi sia stato lo sblocco di questi fondi e l'avvio dei bandi per i progetti FIRB sebbene sia da rimarcare che questo bando è connesso al biennio 2010-2011, nonostante si sia ormai agli inizi del 2012. Auspichiamo che nei primi mesi del 2012 possa venire approvato un nuovo bando per il biennio 2011-2012, atto che permetterebbe di colmare in gran parte il ritardo accumulato dai PRIN in attesa dell'avvio del nuovo fondo FIRST.

Attualmente i PRIN rappresentano l'unico strumento finanziario a supporto della ricerca liberamente proposta dalle Università nelle 14 aree disciplinari, e questo stanziamento, insieme con l'avvio dei FIRB, rappresenta una boccata d'ossigeno in un sistema che sconta i gravissimi tagli degli ultimi anni. Il bando mette a disposizione circa 175 milioni di euro, risorse che, è bene ricordare, derivano da fondi originariamente destinati allo sviluppo dell'edilizia universitaria e alle grandi attrezzature scientifiche in ambito universitario.

In primo luogo, data la scarsità di finanziamenti, non riteniamo condivisibile la trasformazione di questi progetti da biennali in triennali. Scelta che non sembra tanto dettata dalle necessità, comprensibili e giuste, di una maggiore durata di progetti scientifici, quanto dalla scelta di allungare i tempi dei progetti a parità di finanziamento.

Ancora più gravi sono le disposizioni per la preselezione di ateneo dei progetti e ai meccanismi di incentivazione per settori progettuali "strategici". Entrambe riducono gli spazi di partecipazione a favore di aree scientifiche che già oggi godono di maggiori opportunità di finanziamento e rendono più difficile per gruppi di ricerca appartenenti ad aree minoritarie negli atenei e nel sistema nazionale l'accesso ai finanziamenti.

In particolare, relativamente all'obbligo di preselezione dei progetti presentati dagli atenei capofila viene fissato per legge un tetto numerico di progetti ammissibili alla valutazione nazionale sulla base del numero dei professori e ricercatori di ogni ateneo. Data la penuria di risorse e i tempi ristretti, il rischio è che negli atenei molti ottimi progetti finiscano per essere scartati per ragioni non legate al progetto quanto alla collocazione accademica del proponente. Questa norma, peraltro, colpisce in maniera più dura gli atenei più piccoli. Ci sembra quindi pericolosa, irragionevole, viziata da un eccesso di delega, nonché aliena da qualsiasi forma di seria ed effettiva politica di valutazione o promozione scientifica la scelta di obbligare gli atenei a selezionare progetti sulla base di un tetto limite fissato per legge allo 0,75% del numero dei docenti di ruolo. In altri termini, fissando per legge i confini di ciò che è meritevole e di ciò che non lo è.

Siamo pure convinti che sia un errore favorire quei progetti riconducibili agli obiettivi di Horizon 2020, ossia "sostenere la posizione dell'UE nella classifica mondiale della scienza e contribuire ad affermare il primato industriale nell'innovazione con investimenti nelle tecnologie di punta e attraverso il sostegno ad alcune tematiche ritenute prioritarie: sanità, evoluzione demografica e benessere, sicurezza alimentare, agricoltura sostenibile, ricerca marina e marittima e bioeconomia, energia sicura pulita ed efficiente, trasporti intelligenti verdi e integrati, clima, efficienza nelle risorse e materie prime, società inclusive innovative e sicure".

Nei fatti i PRIN sono l'unico sostegno alla ricerca di base e "curiosity driven" in Italia e non possono essere fatti valere come finanziamenti indirizzati ad attività o settori strategici peraltro già grandemente finanziati dai programmi europei. Laddove l'Europa individua e finanzia, coordinandole a livello sovranazionale, linee di intervento strategico è dovere, interesse e obbligo da parte degli stati nazionali garantire la tenuta della ricerca di base, di quella "curiosity driven" e il permanere di condizioni soddisfacenti di finanziamento anche per quei settori ritenuti oggi non strategici ma che potrebbero esserlo domani o che comunque offrono un contributo decisivo allo sviluppo delle conoscenze in tutti i campi.

Nel lungo periodo, il reiterarsi di scelte come questa comporterà l'indebolimento anche dei settori applicati e strategici la cui tenuta è resa possibile proprio dal permanere di una solida ricerca di base e da ricerche il cui portato innovativo è dato nell'essere originali e lontane dai percorsi consolidati.

In tal senso, la scelta di favorire il coinvolgimento nei progetti di organismi di ricerca pubblici e anche privati, nazionali e internazionali, che non siano a fini di lucro è di per sé elemento positivo e certamente da valorizzare con politiche di sistema da consolidare. Tuttavia, anche in considerazione di quanto sopra esposto, è necessario che questo elemento non si traduca nei PRIN come l'ennesimo strumento di favore ai settori applicati della ricerca a scapito di quelli connessi alla ricerca di base o ai settori umanistici dove il peso del settore privato è di gran lunga minore.

Crediamo che su tutti questi temi la comunità scientifica debba reagire con forza e determinazione affinché anche piccoli segnali come questi non diventino tasselli del processo più generale di smantellamento di una ricerca pubblica, autonoma, libera e indipendente nel nostro paese. I finanziamenti PRIN hanno mostrato negli anni enormi limiti a diversi livelli: il regolamento di quest'anno ne acuisce le rigidità e gli elementi di controllo da parte dei gruppi scientifici più forti rendendo possibile, nel contempo, un controllo diretto degli atenei sulle richieste di finanziamento da parte dei gruppi di ricerca. Tutto ciò ci sembra gravissimo.

Piuttosto, invece di soluzioni pasticciate e viziate da eccesso di centralismo e burocrazia come questa è necessario avviare finalmente una seria riflessione su più complessive politiche per la ricerca nel nostro paese, non estemporanee e adeguatamente finanziate, che abbiano quali obiettivi:

  1. a garantire la tenuta del complessivo sistema della ricerca italiana, in primo luogo della ricerca di base e di innovazione nonché dei settori umanistici;
  2. individuare canali aggiuntivi, dotati di finanziamenti straordinari ad hoc, per i settori ritenuti strategici e per il trasferimento tecnologico nonché la più stretta relazione tra ricerca pubblica e ricerca privata;
  3. favorire la maggiore integrazione tra il sistema della ricerca universitarie e quello degli enti di ricerca pubblici la cui separazione, in Italia, rappresenta una delle maggiori debolezze di sistema, con politiche specifiche di incentivazione;
  4. valorizzare e stabilizzare il patrimonio umano e scientifico rappresentato dal numero enorme di precari che contribuiscono in maniera decisiva alla ricerca nel nostro paese.

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