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MIUR e ANVUR: non c’è nessuna ragione per la quale gioire!

Si è chiusa la fase di conferimento dei prodotti per la VQR lasciando l’università più povera e divisa.

17/03/2016
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Il 14 marzo 2016 si è chiusa la fase di conferimento all’Anvur dei prodotti per l’avvio della VQR 2011-2014. L’Agenzia ha subito fatto circolare alla stampa un report con i dati relativi alle percentuali di conferimento sui prodotti attesi. Il dato finale registra un conferimento pari al 92% che si distingue dal 95.2% del precedente esercizio VQR.

In questi mesi è stato forte negli atenei italiani un movimento di boicottaggio della VQR motivato inizialmente dalla protesta per il blocco delle retribuzioni dei docenti e per il mancato riconoscimento giuridico del servizio prestato negli anni 2011 al 2015. Proprio quello stesso arco di tempo che non esiste per l’anzianità giuridica e retributiva, ma che riappare per la valutazione della produttività scientifica.

Al tema del riconoscimento economico e giuridico per la docenza universitaria si sono subito associati altri temi sui quali è cresciuto in questi anni il malessere dell’intera comunità universitaria: un diritto allo studio moribondo, il taglio dei finanziamenti alla ricerca, l’assenza di risorse economiche per garantire la sussistenza e lo sviluppo degli atenei, il vuoto di investimenti strutturali (che contrasta con quanto stanziato per lo Human Technopole di Milano), la mancanza di opportunità di reclutamento per i precari e di condizioni di lavoro degne di questo nome, la scarsità di opportunità di carriera per i già strutturati, il blocco delle retribuzioni e della contrattazione del personale e i lettori/cel. Tutto questo mentre meccanismi di valutazione come la VQR acuiscono i divari tra atenei e territori, e impongono un pericoloso conformismo scientifico e culturale. Non ultime, le assurde procedure di assicurazione della qualità e di accreditamento che si sono tradotte in una sempre più asfissiante burocratizzazione della vita dei nostri atenei e nella raccolta di dati inutili. Valgano le esperienze fallimentari dei cosiddetti TECO e la inutile (per gli studenti e le famiglie) presentazione dei dati della schede SUA Cds confluite sul portale Universitaly.

L’Anvur gongola, a torto, per quella che ritiene un’alta percentuale di partecipazione alla VQR e che interpreta come un plauso al proprio operato. In tal modo finge di ignorare che:

  1. la percentuale di conferimenti finali non tiene conto dei dibattiti e dei confronti negli atenei che hanno sempre visto profondamente criticati gli strumenti e gli obiettivi dell’Anvur, e del Miur attraverso l’Anvur. La partecipazione della maggioranza dei docenti non può essere letto come una condivisione, ma è stata solo una scelta motivata dal timore di  compromettere i propri atenei e danneggiare colleghi e precari;
  2. i dati finali nascondono i conferimenti forzati da parte degli atenei e quell’ampio numero di docenti che ha espresso il proprio malessere lasciando all’ateneo il conferimento dei propri prodotti;
  3. non tiene conto di quanto un esercizio di valutazione già vacillante nelle proprie fondamenta sia stato ulteriormente indebolito nella sua capacità di fotografare il sistema universitario da percentuali di conferimento e di non conferimento tanto variabili da ateneo ad ateneo, ed all’interno degli atenei, tra dipartimento e dipartimento.

In considerazione di tutto ciò riteniamo che questa VQR non debba essere in alcun modo usata per distribuire le risorse economiche agli atenei, né i suoi risultati debbano essere usati negli atenei per distribuire le risorse derivanti dalla quota premiale. La Vqr è uno strumento screditato è senza alcun fondamento scientifico e le politiche di distribuzione premiale delle risorse hanno il solo effetto di scavare sempre più il solco tra pochi atenei che sopravvivono e la gran parte del sistema universitario destinato al progressivo declino. A maggior ragione è inammissibile, e utilizzeremo tutti gli strumenti legali necessari, che i risultati individuali vengano utilizzati per fini diversi da quelli della valutazione delle strutture.

La funzione di governo “a distanza” del sistema universitario esercitata dall’Anvur è illegittima e pericolosa.

Non c’è nulla di cui essere contenti. L’università italiana esce ulteriormente divisa e deteriorata da questa prova di forza. La richiesta di proroga fatta dalla Crui, su basi “tecniche”, è stata volutamente ignorata dall’Anvur segnando uno schiaffo istituzionale gravissimo. Ciò ha reso palese – se ancora ce ne fosse bisogno – il sostanziale disinteresse di questa agenzia per le esigenze vere del sistema. All’Anvur non interessa una buona valutazione, ma una valutazione quale che sia, ed i cui dati possano essere usati dal Miur (e dal MEF) per portare a compimento quel processo di riduzione del sistema universitario pubblico avviato ormai da oltre un decennio.

La CRUI incassa lo schiaffo istituzionale e si conferma un’organizzazione divisa e incapace di rappresentare nella sua interezza il sistema universitario. In questi mesi si è pure confermato il vuoto politico che regna al MIUR, con un Ministro incapace di esercitare qualsiasi ruolo politico e supino verso le iniziative spot del governo come quelle dei “500 super-professori”. Nel frattempo, la scarsità di risorse economiche e un quadro regolamentare ai limiti della schizofrenia producono conflitti e divisioni continue: tra il personale docente e quello tecnico-amministrativo, tra precari e strutturati, tra ricercatori in esaurimento e ricercatori a tempo determinato, tra ricercatori e professori associati, tra assegnisti e ricercatori a tempo determinato, tra docenti e studenti. Quindi tra aree territoriali del paese, tra atenei virtuosi e meno virtuosi, tra settori disciplinari e culturali.

La giornata del 21 marzo indetta dalla Crui è quindi un segnale di unità (più desiderata che realizzata) timido, tardivo e insufficiente. E’ indicativo il fatto che la gran parte delle iniziative restino tutte dentro le mura degli atenei, con pochissimi momenti di effettivo incontro col paese. Ed è pure indicativo che lo spazio dato al personale tecnico-amministrativo, ai precari, ai movimenti che in questi mesi hanno espresso e dato voce al malessere dell’Università sia limitato a pochi tra questi incontri.

Noi crediamo, invece, che sia importante prendere la parola ovunque il 21 per ricordare alla Crui i suoi limiti, le sue acquiescenze e indecisioni, le responsabilità accumulate in questi anni. E crediamo che in queste iniziative, se veramente si vuole creare un sistema universitario all’altezza delle necessità scientifiche, culturali e produttive del paese, debbano essere richiamate con forza innanzitutto queste esigenze:

  1. costruire un diritto allo studio che rispetti in pieno il mandato costituzionale;
  2. assegnare agli atenei risorse sufficienti a garantire a tutti gli studiosi validi, strutturati e non, opportunità di carriera e condizioni di lavoro degne dell’importanza che la ricerca e l’insegnamento universitario hanno per questo paese;
  3. La ripresa di un piano ordinario di finanziamento della ricerca di base per sostenere le capacità di ricerca del nostro sistema;
  4. estendere le tutele di disoccupazione a tutti i precari della ricerca;
  5. riconoscere giuridicamente ai docenti il servizio prestato negli anni 2011-2015;
  6. garantire la ripresa della normale dinamica contrattuale per il personale personale tecnico amministrativo e bibliotecario e per i lettori/cel dando avvio al percorso di rinnovo, economico e giuridico, dei contratti. In particolare, è necessario investire in formazione e qualificazione di lavoratori il cui contributo è essenziale per il buon funzionamento dei nostri atenei.

Per quanto ci riguarda, a partire dall’assemblea nazionale indetta dalla rete dei ricercatori precari a Milano questo 18 marzo, faremo di tutto per sostenere e far crescere quel variegato movimento di docenti, personale tecnico-amministrativo e studenti che in questi messi hanno tentato di affermare un modello diverso sull’Università.

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