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Legge di bilancio 2019: le misure per l’università

Nessuna inversione di tendenza nella legge di bilancio nei settori della conoscenza: pronti alla mobilitazione per rivendicare un piano di investimenti per Istruzione e Ricerca, l’unica vera discontinuità che serve al Paese.

31/12/2018
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Il Governo, per salvare in qualche modo le misure simbolo dei programmi elettorali dei due partiti di maggioranza, sacrifica tutto il resto. Sancendo nei fatti che la scuola, l’università e la ricerca per questa maggioranza non sono una priorità.

Commento analitico

In particolare, per quanto riguarda l’università, che avrebbe necessità di investimenti significativi per uscire dalla profonda crisi in cui versa, crisi fotografata dalla sua posizione agli ultimi posti in quasi tutti i confronti internazionali, viene previsto soltanto un esiguo aumento dell’FFO nel capitolo dei finanziamenti. Un aumento per altro “virtuale”, visto che, per rispettare i vincoli europei ed evitare la procedura di infrazione, il Governo ha deciso di accantonare 30 milioni sul diritto allo studio, 40 sul fondo di finanziamento ordinario (FFO) agli atenei e 30 sulla ricerca. Questi accantonamenti potranno tornare ad essere disponibili solo dopo la verifica del bilancio dello stato prevista a luglio, e solo se l’andamento della finanzia pubblica rispettasse le stime del governo.

In ogni caso il finanziamento delle università risulterà ancora più critico del passato, visto che l’eventuale aumento non coprirà nemmeno gli aumenti contrattuali nel frattempo scattati per il personale tecnico amministrativo, grazie al rinnovo del contratto conquistato lo scorso anno, ed a quelli che saranno di conseguenza previsti dal primo gennaio 2019 per il personale docente non contrattualizzato (pari al + 3,48% della retribuzione). Ci potrebbero essere atenei che si troveranno nella condizione di avere a disposizione punti organico “teorici”, ossia non spendibili a causa della mancanza di effettive risorse nei propri bilanci.

Pertanto, lungi da consentire qualunque rilancio, prosegue e persegue la stentata sopravvivenza e l’incipiente frammentazione del sistema universitario.

Per recuperare ulteriori risorse il governo ha contraddetto clamorosamente quanto detto e scritto fino a qualche giorno fa e colpisce di nuovo il lavoro pubblico: si torna a dare nuova vita ad un blocco delle assunzioni e si programma la diminuzione del potere d’acquisto delle retribuzioni, dato che le risorse stanziate per il rinnovo del CCNL 2019-2021 sono inferiori a quelle necessarie a coprire l’inflazione prevista dall’ISTAT nel prossimo triennio.

In particolare, per quanto riguarda il blocco delle assunzioni nell’università, si prevede il divieto di assumere a tempo indeterminato sino al 1° dicembre (e non il 15 novembre come per gli altri settori della PA). Tale divieto è limitato “alle ordinarie facoltà assunzionali dello stesso anno”. Quindi il blocco sembrerebbe limitato alle sole assunzioni finanziate con i punti organico del 2019. Poiché l’assegnazione dei punti organico alle università per l’anno 2018 si dovrebbe concludere nei prossimi giorni, presumibilmente queste potranno quindi assumere nei prossimi mesi proprio in virtù del fatto che le assunzioni si riferiscono al 2018 e non al 2019. Ciò vuol dire che tutto quello che è finanziato con fondi e punti organico 2018 dovrebbe potersi svolgere e i vincitori potranno prendere regolarmente servizio.

Sono in ogni caso fatti salvi i passaggi da Rtdb a PA, previsti nel percorso tenute track di queste figure, che dovessero avvenire nel 2019 (indipendentemente cioè dal fatto che, nel loro perfezionamento, dovessero utilizzare porzioni di punti organico del 2019).

Rispetto all’utilizzo dei punti organico 2019 per i quali scatterebbe il blocco, in considerazione del fatto che presumibilmente questi saranno attribuiti a fine 2019, fatto salvo quanto previsto dalle clausole di salvaguardia, non si dovrebbero avere particolari effetti concreti sulle facoltà assunzionali delle università.

Si prevedono inoltre risorse aggiuntive al FFO da utilizzare per l’assunzione di RTDb, per 20 milioni per il 2019 e 58,63 milioni per il 2020, da distribuire agli atenei con un decreto da pubblicare entro sessanta giorni. Sono i mille posti del piano straordinario per RTDb di cui tanto si è parlato in questi mesi, che rappresentano un intervento sul personale assolutamente insufficiente se rapportato al numero di lavoratori precari presenti negli atenei e considerato che oggi ci sono in ruolo circa 15.000 docenti e ricercatori in meno rispetto a dieci anni fa (e almeno altrettanti tecnici e amministrativi). Si prevedono qui le coperture solo per gli ultimi mesi di stipendio del 2019 e per tutto il 2020. Da notare però che questo “piano straordinario” avviene nel quadro dei punti budget assegnati ed è una facoltà, e non un obbligo, per gli Atenei: infatti, “la quota parte delle risorse eventualmente non utilizzata entro il 30 novembre di ciascun anno per le finalità assunzionali rimane a disposizione per le altre finalità del FFO”.

Sempre in tema di assunzioni si prevede inoltre, in deroga alle vigenti facoltà assunzionali (cioè, in primo luogo fuori dai punti budget a disposizione, in secondo luogo indipendentemente dai relativi blocchi), ulteriori disposizioni per due diverse figure. In primo luogo, si prevede l’assunzione di RTDb, ma con un limite di spesa solo di 10 milioni nel 2019 e 30 milioni nel 2020: cioè il vero e proprio Piano Straordinario si concretizza solo per circa la metà dei mille ricercatori annunciati (gli altri infatti si concretizzeranno solo se si hanno punti budget a disposizione e solo se gli Atenei lo vogliono, se non hanno diverse valutazioni o altre priorità, potendo tranquillamente destinare dopo il 30 novembre le risorse ad altri scopi). In secondo luogo, si prevede una progressione di carriera dei ricercatori a tempo indeterminato (RTI) con abilitazione scientifica (ASN) a professori associati (PA), avendo la possibilità di usare al massimo per il 50% dei posti la procedura semplificata riservata al personale già in servizio presso il medesimo ateneo di cui all’art 24 della Legge 240 (entro il 31.12.2021, limite temporale che quindi a questo scopo viene prorogato di due anni rispetto a prima) e almeno per il 50% le normali procedure concorsuali (art 18 legge 240/2010), riservate però comunque a RTI in ruolo presso qualunque Ateneo. A questo scopo, sono previsti (ma solo dal 2020) 10 milioni di euro, che in ogni caso potrebbero permettere il passaggio di moltissimi ricercatori a tempo indeterminato (anche diverse migliaia), in quanto il differenziale di stipendio tra un RTI con una certa anzianità ed un PA neo-assunto è minimo (se non nullo).

La legge di bilancio prevede anche l’istituzione di un fondo di finanziamento per l’istituzione di una Scuola Superiore del Meridione presso l’Università “Federico II” di Napoli. Per le attività della Scuola superiore meridionale è autorizzata una spesa pari a € 8,209 mln per il 2019, € 21,21 mln per il 2020, € 18,944 mln per il 2021, € 17,825 per il 2022, € 14,631 mln per il 2023, € 9,386 mln per il 2024, € 3,501 mln per il 2025. Una cifra considerevole per l’istituzione dell’ennesima struttura “di eccellenza” che nasce sotto la direzione di un governo, nella sostanziale scarsità di finanziamenti al sistema nel suo complesso, e in assenza di un progetto scientifico e culturale reso noto alla comunità scientifica.

Questi provvedimenti, nel loro complesso, danno un messaggio inaccettabile a tutta la comunità accademica, ed in particolare a tutti i lavoratori e le lavoratrici dell’università, a partire dai precari. Questa manovra infatti non punta sugli investimenti, non segna alcuna discontinuità con le politiche dell’ultimo decennio, ripropone scelte improvvisate ed estemporanee calate dall’alto (più o meno giustificate da presunte logiche di eccellenza), che dimentica i giovani e non combatte il precariato nei settori della conoscenza.

Con la ripresa del prossimo anno, la FLC CGIL intende essere in campo, contribuendo ad una risposta unitaria, con una mobilitazione in grado di coinvolgere tutte le componenti accademiche: docenti di ruolo, personale tecnico amministrativo, movimento dei ricercatori precari e studenti. Una mobilitazione per una vera discontinuità ed un rilancio dell’università. Una mobilitazione da sviluppare insieme a tutto mondo del lavoro, per difendere diritti e sistemi universali di welfare, investimenti pubblici e sviluppo.