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Commento sul ddl di revisione dello stato giuridico dei professori universitari

Commento sul ddl di revisione dello stato giuridico dei professori universitari

14/12/1999
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Commento sul ddl di revisione dello stato giuridico dei professori universitari (14/12/1999)

In questi giorni circola in E-mail il testo che riportiamo integralmente.

Si tratta di un'analisi del disegno di legge sulla riforma dello stato giuridico attribuita ad un gruppo di informatici, non meglio precisato.

I SETTE PECCATI CAPITALI DEL DDL SULLO STATO GIURIDICO

Ovvero

UN DISEGNO DI LEGGE DA BUTTARE

Sono apparsi molti e autorevoli documenti di critica severa alla recente proposta di stato giuridico;fra tutti spicca per lucidità ed efficacia l'articolo di Angelo Panebianco sul Corriere del 25 Novembre, che è da sottoscrivere integralmente; ma decisamente critico è pure l'articolo di Enrico De Mita sul il Sole 24 ore di domenica28 novembre.

Anche se da articoli come quello di Panebianco, dove si dice "davvero non si poteva fare di peggio", si deduce facilmente che la proposta va cassata in toto, circola purtroppo l'equivoco, favorito subito da alcune interviste del Ministro Zecchino, che questa proposta sia "aggiustabile" ; in questa linea si inseriscono varie prese di posizione di sindacalisti,scritte e parlate.Un equivoco che può anche essere indotto da una frase di Alessandro Figà Talamanca di un intervento su La Repubblica del 3 dicembre scorso, peraltro molto lucido e critico sull'abolizione della figura del ricercatore, laddove si dice "per quanto si possa cocordare con l'impianto generale della legge...".

Anche il dettagliato documento di alcuni docenti di Milano (Almeno sette motivi per dir di no,sul sito http://www.snur-cgil.org/ alla pagina Novità), pur denso di critiche, per il solo fatto che segue punto per punto i passi della legge, dà apunto l'impressione che le cose siano emendabili, anche se poi, tirando le somme, assai poco resta in piedi.

Invece a noi sembra che l'unico commento globale appropriato a questa proposta sia un grido di dolore, di fortissimo allarme, ma anche, per contrasto, costruttivo, che si riassume in

QUESTO DISEGNO È DA BUTTARE PERCHÈ DISTRUTTIVO DELL'ISTITUZIONE UNIVERSITARIA INTESA AL MEGLIO DELLE SUE FINALITÀ IN UN PAESE AVANZATO

CHIARIAMO SUBITO A EVITARE EQUIVOCI.

Vogliamo il tempo pieno, ma quello serio, quello di ogni lavoratore (e deglio studenti universitari,secondo i nuovi ordinamenti), dove però ci sono le varie attività documentabili che dobbiamo svolgere e non la stupidaggine delle 500 ore di attività frontale/sportellistica, che soffoca docenti e discenti e va proprio contro uno dei principii chiave della riforma in discussione con i nuovi curricula, e cioè che la durata reale deve essere uguale alla durata formale degli studi

Ci vanno bene le verifiche di attività, ma quelle fondamentali, serie, ineludibili perchè efficaci e rivolte all'accertamento del pieno tempo rispetto al complesso delle attività esclusivamente universitarie; non quelle o di facciata, che tutti poi passano, o quelle a stillicidio burocratico seviziatore (ogni due anni!) e comunque fatte secondo una visione parziale e miope dell'attività universitaria.

Ci può anche andar bene,purchè veramente incentivante ai valori più alti del compito universitario, il principio della contrattazione aggiuntiva, ma non quella sindacalizzata,che introduce gravi elementi di interferenza nella libertà di ricerca e insegnamento, oltre a incanalare verso forme di incentivazione tipiche della demagogia sindacale.

Insomma:

QUEST'UNIVERSITÀ COM'È NON CI VA BENE LA VOGLIAMO DIVERSA, MA MIGLIORE NON PEGGIORE COME QUESTO DDL LA FAREBBE DIVENTARE

IN SINTESI, I SETTE PECCATI CAPITALI DI QUESTO DISEGNO

1.DIMOSTRA UN' IGNORANZA TOTALE E COLPEVOLE DELLA TIPOLOGIA DELLE ATTIVITÀ DEL PROFESSORE UNIVERSITARIO SECONDO STANDARD ELEVATI DI QUALITÀ

2.DENOTA UNA VISIONE DELLA DIDATTICA UNIVERSITARIA CHE È RIDUTTIVA, MESCHINA E PERNICIOSA PER LA FORMAZIONE DEGLI STUDENTI STESSI

3."PROPONE UN MODELLO DI UNIVERSITÀ TUTTO DIDATTICA E NIENTE RICERCA,CHE GRIDA VENDETTA" (C.Panebianco)

4.PARTENDO DA PRESUPPOSTI PUNITIVI PER L'UNIVERSITARIO CHE NON FÀ IL SUO MESTIERE, DI FATTO È PUNITIVA , AL CONTRARIO, PROPRIO NEI CONFRONTI DEI DOCENTI PIÙ IMPEGNATI GLOBALMENTE

5.LEDE L'AUTONOMIA DI PROGRAMMAZIONE UNIVERSITARIA IN ALCUNI PUNTI NODALI

6. ABOLENDO IL RUOLO DEL RICERCATORE BLOCCA DI FATTO PER UN LUNGO PERIODO L'INSERIMENTO DI FORZE FRESCHE

7.PROPONE UNA STRUTTURAZIONE DELLE CARRIERE CHE TOGLIE ULTERIORMENTE INCENTIVI AL LAVORO PIÙ QUALIFICATO E FACENDO INTERVENIRE I SINDACATI NELLA CONTRATTAZIONE AGGIUNTIVA INTRODUCE ELEMENTI DI INTERFERENZA ALLA LIBERTÀ DI INSEGNAMENTO E RICERCA

Articolando

1. DIMOSTRA UN' IGNORANZA TOTALE E COLPEVOLE DELLA TIPOLOGIA DELLE ATTIVITÀ DEL PROFESSORE UNIVERSITARIO SECONDO STANDARD ELEVATI DI QUALITÀ

Si ignora, come notato subito da Panebianco, che le attività di un professore universitario impegnato seriamente a tempo pieno, oltre ad alle attività di didattica e di produzione di risultati della ricerca, comprendono di norma altre attività fondamentali come avviamento di giovani alla ricerca

guida e gestione di gruppi di ricerca e di progetti scientifici

supporto fondamentale alla ricerca, come il referaggio di lavori, la partecipazione ai comitati di programma di convegni, l'organizzazione di convegni, la cura di riviste scientifiche, la partecipazione ad organismi scientifici internazionali

organizzative proprie dell'attività universitaria: nelle strutture periferiche (dipartimenti, aree, corsi di laurea e diploma), in quelle centrali (senato, ecc), nazionali (CUN, Comitati, Consorzi, Cooordinamento di settori scientifici, ecc), negli organismi di collegamento con l'industria, nelle commissioni su tematiche specifiche (in facoltà, in ateneo, con gli enti esterni). Giustamente Panebianco avanza il sospetto che "chi ha scritto il testo avesse in mente solo quelle facoltà in cui la presenza di troppi docenti part time, con professione esterna, rende problematico il rapporto fra docenti e studenti, oppure certe facoltà-fantasma con pochi studenti e con professori assenteisti".

E si capisce allora il disegno di intrappolare questi professori-fantasma per un certo monte ore (le famose 500), salvo poi lasciarli liberi di fare ciò che vogliono, e cioè niente per l'università.

Ma basterebbe un esame minimamente più approfondito dell'attività di altri comparti universitari, come dentro le facoltà scientifico- tecnologiche (Ingegneria e Scienze, ad esempio), per capire come si vive e lavora, ricoprendo, a seconda delle posizioni, dell'età e delle propensioni, tutto lo spettro delle attività sopra descritte, con una presenza sostanzialmente giornaliera e spessissimo ben al dilà di un orario normale di lavoro.

2. DENOTA UNA VISIONE DELLA DIDATTICA UNIVERSITARIA CHE È RIDUTTIVA, MESCHINA E PERNICIOSA PER LA FORMAZIONE DEGLI STUDENTI STESSI

È uno degli aspetti più eclatanti e deprimenti della proposta che pure, come altri provvedimenti precedenti (ad esempio sul'incentivazione economica del lavoro universitario) prende tristemente a riferimento solo la didattica (vedi punto seguente).

Qui non si può dire meglio di Panebianco. "l'insegnamento universitario, se non vuole ridursi alla ripetizione, anno dopo anno sempre più stanca, di manuali invecchiati, richiede un notevole investimento di studio e di energie. Chi vuole tenere al meglio un corso nuovo, ad esempio, deve investire molto tempo nella sua ppreparazione, e questo tempo di preparazione è eccome, tempo dedicato alla didattica.

Non prendendo minimamente in considerazione quel tempo, gli estensori del decreto mostrano di avere una visione gretta, piattamente burocratica, del lavoro del docente. A loro non importa affatto che i docenti abbiano il tempo e l'energia, oltre che per fare ricerca, anche per per preparare al meglio, con impegno e creatività, i corsi che intendono offrire agli studenti. Vogliono solo degli impiegati addetti allo sportello-studenti per un certo numero di ore al giorno. La qualità di ciò che l'impiegato/docente trasmette da quello sportello è per costoro, irrilevante. " Insomma si ignora che l'attività didattica universitaria, per essere adeguata all'evoluzione tecnico-scientifico-culturale, deve essere radicata nella ricerca e nello studio, per cui la preparazione delle lezioni per la stragrande maggioranza dei corsi impegna, globalmente negli anni, per un tempo molto maggiore del tempo dedicato alle lezioni frontali.

Vogliamo anche aggiungere che oggigiorno non si può neanche ignorare che le nuove tecnologie informatiche offrono mezzi per rendere la didattica molto più efficiente, fruibile e stimolante l'iniziativa dello studente; ma l'introduzione e l'uso di queste tecnologie richiede tempo e impegno ben al dilà della preparazione di vecchio stampo. Perchè allora non permettere, ad esempio, che un docente si dedichi per un semestre o un anno a organizzare e mettere un corso in rete?

Si deve poi osservare che persino in un dettaglio come le "120 ore di lezioni, esercitazioni e seminari" gli estensori dimostrano ignoranza palese di quanto sta avvenendo con i nuovi curricula proposti e in discussione, dove si stabilisce una correlazione fra ore di lezione e ore di lavoro dello studente, per cui in molti settori (ad esempio quelli scientifico-tecnologici) un corso (un'unità) non potrà averepiù di 50 ore di lezione, salvo appesantire il carico di lavoro dello studente e dunque allungare i tempi di percorso universitario, contro un assunto fondamentale dei nuovi curricula (durata reale=durata formale). Per cui un docente che tenga due corsi dovrà stare nei limiti delle 100 ore di lezione. È vero che ci sono altre attività come quelle per il dottorato e altro; ma non tutti devono necessariamene essere coinvolti in queste attività e il rischio è la tentazione facile di stabilire l'equazione corso= 60 ore di lezione.

Infine, chi è stato per dei periodi significativi all'estero sa che in molti paesi noi siamo criticati per due fenomeni tipicamente "italiani": "l'overlecturing", cioè il tenere impegnati gli studenti in troppe ore di lezione;

l'assenza di stimolo all'attività individuale e/o di gruppo degli studenti in autonomia, il che avvine attraverso i progetti di corso con successive discussioni, che non sono "lezione frontale". Abbiamo dunque una proposta che, insistendo sulle lezioni e sul rapporto "da sportellista" con lo studente, peggiora un aspetto che era già criticabile.

Il conto è semplice : 500 ore distribuite nelle settimane di didattica, quelle per le lezioni e gli esami, che sono in media 26+12=38, cioè, tenuto conto delle fstività infrasettimanali, fra 180 e 190 giorni, fanno tre ore al giorno (così Sig.Ministro!).

Ci siamo chiesti mai cosa vuol dire avere tutti i docenti intenti ciascuno a "intrattenere" con varie modalità, ma pur sempre "intrattenere", gli studenti per circa tre ore al giorno?

Poveri studenti: siamo all'asilo; quando mai impareranno a lavorare in autonomia?

3."PROPONE UN MODELLO DI UNIVERSITÀ TUTTO DIDATTICA E NIENTE RICERCA"

Panebianco rincara con "che grida vendetta".

Va subito detto che, sciaguratamente, questo disegno non è il solo atto legislativo che considera la didattica come l'unica attività di vero interesse per il legislatore; anche le recenti disposizioni di incentivazione economica ai docenti prendono solo in considerazione l'assunzione di ulteriori insegnamenti. Lo stesso vale per la recentisima disposizione che permette di chiamare professori in corso d'anno (cioè anche a febbraio invece che solo in autunno): la motivazione deve essere esclusivamente didattica; che si debbano portare avanti ricerche, magari legate alla partenza di progetti con scadenze, non interessa ai nostri legislatori.

Ma la proposta di stato giuridico assesta un colpo mortale alla ricerca, soprattutto quella di punta, sotto vari profili.

Il primo e più forte è il vincolo delle 500 ore, così come sono configurate.

La prima conseguenza perniciosa del lasciar al di fuori delle 500 ore tutto il tempo che dovrebbe essere di norma dedicato alle attività dette in precedenza è che o ci si riduce a un didattica ripetitoria di basso livello o si deborda in misura da ridurre al lumicino, tenuto conto anche di altre attività istituzionali, il tempo per la ricerca.

Su questo punto va fatta chiarezza, anche perchè il Ministro Zecchino dimostra di non sapere far di conto quando nel suo articolo di Repubblica del 10 dicembre asserisce che 500 ore all'anno sono un'ora e mezza al giorno.

Ma quale manager o semplicemente piccolo datore di lavoro o umile capo progetto non sa che le giornate lavorative sono 200 all'anno? Anche per i nuovi curricula universitari chiunque di noi sia stato coinvolto sa che abbiamo fatto i conti per il carico di lavoro dello studente sulla base di 200 giornate lavorative. Allora si vede che il carico è in media di due ore e mezzo al giorno.

Se poi si tiene conto, come non può non essere e si diceva sopra, del tempo di studio/preparazione, sempre in media (due ore per ogni ora di lezione frontale o seminario), allora si vede che le ore giornaliere salgono a quasi quattro. Si aggiungano gli impegni per organi collegiali, per i compiti amministrativi/organizzativi (sempre più onerosi; si pensi alle commissioni di concorso) e si capirà che di tempo per la ricerca, soprattutto quella di punta, ne resta ben poco.

I docenti migliori saranno inevitabilmente penalizzati, senza discussione.

Anche perchè non c'è nessuna considerazione del tempo che ci vuole per fare ricerca di livello internazionale, nella produzione, nell'aggiornamento,con i coinvolgimenti in organismi internazionali, la promozione e l'organizzazionedi eventi scientifici, la cura di riviste, la guida dei giovani ricercatori, la gestione di programmi scientifici collaborativi.

Il secondo profilo è di principio, ma qui i principii contano, eccome.

Al di là delle dichiarazioni di facciata, sarà perfettamente legittimo essere professori a tempo pieno, facendo le fatidiche 500 ore e poi solo attività professionale. Come anche sarà legittimo sostanzialmente fare solo attività didattica o anche praticamente niente altro.

Il che legittima un'università dove "a tempo pieno" la ricerca può anche essere assente.

Il terzo ha a che fare con le carriere; da che mondo è mondo ovunue il meccanismo di promozione (da precario a ricercatore, a associato a ordinario) è usato per stimolare la ricerca a livelli di visibilità, che viene poi premiata. L'eliminazione di ruoli (la terza fascia), la strozzatura della quota degli ordinari, l'appiattimento e anzi la decurtazione della progressione economica ai livelli piùalti non fanno che disincentivare l'impegno.

4.PARTENDO DA PRESUPPOSTI PUNITIVI PER L'UNIVERSITARIO CHE NON FÀ IL SUO MESTIERE, DI FATTO È PUNITIVA , AL CONTRARIO, PROPRIO NEI CONFRONTI DEI DOCENTI PIÙ IMPEGNATI GLOBALMENTE

Alle considerazioni precedenti, aggiungiamo le disposizioni che permettono la libera professione con lo stipendio del tempo pieno

l'amara osservazione che la curva di remunerazione per l'avanzamento in carriera dei professori, in particolare per le fasce più elevate, è appiattita (a parità di anzianità si sarà meno retribuiti) per chi faccia pura attività universitaria, anche al meglio del riconoscimento internazionale; e inoltre l'incentivo economico a passare di fascia diminuisce nel tempo

che l'unico modo di aumentare lo stipendio è attraverso la libera professione, o contratti esterni remunerativi o ulteriori compiti didattici aldilà del tetto delle 500 ore. Allora si deduce facilmente che la proposta incanala e incentiva i profili dei professori secondo le seguenti tipologie, oltre al soddisfacimento formale delle 500 ore: A) Libero professionista svolge la libera professione, quasi sempre senza ricerca e dunque spesso con un profilo didattico sempre più basso, per carenze culturali e mancaza di impegno nella preparazione della didattica;

B )Insegnante tipo scuola media non fà o fà solo marginalmente ricerca e null'altro;

C) Ricercatore puro di vecchio stampo (e già sarebbe il meglio consentito) fà ricerca di tipo individuale, magari pregevole, senza oneri organizzativi aggiuntivi (una volta si diceva da "topo di biblioteca"); evita come la peste le mansioni socio-organizzative; contraendosi il tempo per la ricerca, cerca di fare della didattica ripetitiva, salvo qulache corso di ricerca specialistica

D) Cacciatore del progetto-affare si dedica ad attività di sviluppo e ricerca industriale legate a contratti in grado di incrementare i propri emolumenti; il valore delle ricerche stesse è una variabile indipendente; ci può essere e non, come può essere facilmente documentato, anche in rlazione a vari progetti Comunitari. Come si vede non c'è spazio per chi dedica tutto il suo tempo all'università, facendo didattica di pregio, ricoprendo ruoli organizzativi indispensabili, e portando avanti ricerca di tipo elevato, ma non necessariamente legata a progetti remunerativi, che sono spesso di corto respiro.

Se, come si sospetta (sospetto avallato dalle dichiarazioni del Ministro e di sindacalisti di varia provenienza) si hanno in mente i comportamenti deviati, perchè allora uniformare tutto al peggio, senza mettere in atto strumenti discriminanti per esaltare ed incentivare il lavoro dei migliori ?

Perchè non si propone un tetto anche più alto di presenza documentata, ma comprendente lo spettro delle varie attività, dalla didattica con la sua preparazione, alla ricerca documentata, alle attività organizzative?

5. LEDE L'AUTONOMIA DI PROGRAMMAZIONE UNIVERSITARIA IN ALCUNI PUNTI NODALI

Due esempi chiave.

Il vincolo delle 500 ore non permette di articolare le attività a seconda delle necessità, che vanno definite dalle università mediante le strutture.

Perchè non si lascia all'autonomia e alla competitività universitaria l'equilibrio fra le varie attività entro il monte ore definito? Come si dicva sopra le forma che la didattica può e forse deve prendere per essere più efficace sono molte e perchè non si lascia alle sedi e alle strutture di sperimentare e rendere operative quelle giudicate migliori per assicurarsi che ogni docente dedichi alla didattica una parte significativa del suo tempo andava benissimo la disposizione della 382, cioé le 250 ore elevabili a 350 in assena di altri compiti di tipo organizzativo; al più si può chiedere di tenere un registro delle ore svolte, publicamente consultabile.

Ci sono molti esempi all'estero di variazione del profilo delle attività a seconda degli interessi, dell'età, delle situazioni; sta alle singole università e strutture contrattare i profili più opportuni.

Con il vincolo del quinto per i professori ordinari, si toglie alle università e alle loro strutture di decidere liberamente in proprio di quanti ordinari hanno bisogno.

Come dice Panebianco "Che cosa, se non un'autonomia universitaria solo di facciata, un'autonomia-simulacro, resterebbe se passasse una norma-capestro del genere?"

6. ABOLENDO IL RUOLO DEL RICERCATORE,BLOCCA DI FATTO PER UN LUNGO PERIODO L'INSERIMENTO DI FORZE FRESCHE

È questo il punto chiave argomentatamente criticato nel'intervento citato di Figà Talamanca.

Ci sembrano efficaci anche le osservazioni del citato documento dei docenti di Milano, che va letto tenendo presente che attualmente, per legge, le risorse da destinare al personale sono globalmente bloccate: sostanzialmente si possono solo utilizzare risorse derivanti dalle dismissioni di personale in servizio.

Non si possono infatti avere dubbi al riguardo. L'effetto, immancabile, sarebbe di rinchiudere, letteralmente, le università in se stesse, impedendo ogni e qualsiasi apporto esterno che non sia precario e temporaneo.

Molti, probabilmente, da una simile università, avendone la possibilità e l'età, se ne andranno: ma nessuno, per chissà quanto, potrà entrarvi.

I futuri posti di "professore", gli unici a poter essere banditi, saranno infatti riservati per la grandissima parte, se non per la totalità, agli attuali ricercatori. È del resto abbastanza ovvio che sia così, anche tenuto conto della distribuzione di supplenze e affidamenti. Garantiscono in ogni caso un tale esito le procedure concorsuali e, soprattutto, le modalità di finanziamento degli organici, che faranno (quasi) ogni volta preferire la chiamata, anziché di un esterno, dell'idoneo già in servizio localmente. Lo si è già visto e si continuerà a vederlo: e non sta in ogni caso qui lo scandalo.

Lo scandalo consisterà nel fatto che tutti i finanziamenti destinabili al personale docente che si libereranno per effetto delle cessazioni dal servizio, potranno essere destinati solo a produrre promozioni interne, e poco importa se in sé più che legittime. È come se, per un numero imprecisato di anni (sicuramente non pochi), le università italiane appendessero ai rispettivi portoni tanti cartelli con su scritto "chiuso" o "personale al completo". Se qualcuno aveva pensato di entrare per dare il suo contributo, si ravveda in tempo e pensi ad altro.

E la sensazione di scandalo si aggrava se solo si nota come alle barriere improvvisamente elevate per i più, venga fatto corrispondere (per essere più sicuri, la prescrizione è ripetuta due volte) un varco tenuto invece aperto per una minoranza: vedi caso, costituita anch'essa da soggetti - una aliquota di tecnici laureati - che sono già parte della struttura universitaria, anche se in un'altra posizione.

Noi vogliamo anche aggiungere che la mancanza della terza fascia avrà due effetti perversi e opposti: in molti casi (historia docet; recentemente anche i casi di cronaca giudiziaria romana hanno fato affiorare in pubblico questa situazione) i "tirocinanti" faranno da portaborse e sostituti per la didattica

dove invece sarano lasciati liberi di fare veramente ricerca, ciò si tradurràin un peggioramento della didattica, perchè dovunque si impara a fare didattica con un periodo di apprendistato, in cui le persone più esperte insegnano con l'esempio e il consiglio; qui invece (nel caso migliore naturalmente) si istituzionalizza il fatto che si passa dalla fase del ricercatore precario a quella del professore direttamente.

7.PROPONE UNA STRUTTURAZIONE DELLE CARRIERE CHE TOGLIE ULTERIORMENTE INCENTIVI AL LAVORO PIÙ QUALIFICATO E FACENDO INTERVENIRE I SINDACATI NELLA CONTRATTAZIONE AGGIUNTIVA INTRODUCE ELEMENTI DI INTERFERENZA ALLA LIBERTÀ DI INSEGNAMENTO E RICERCA

Qui si sommano varie misure perverse.

Il tetto di un quinto per gli ordinari, che toglie una possibilità di sbocco al livello più alto per i più meritevoli per un numero imprecisato, ma lungo, di anni.

Insieme all'abolizione della terza fascia porta sostanzialmente ad unificazione demagogica.

Dal citato documento dei docenti di Milano: "per un numero di anni imprecisato [gli] atenei non potranno bandire alcuna prova di valutazione comparativa o chiamare dall'esterno anche un solo professore ordinario. È come se, senza dirlo esplicitamente, il ruolo fosse messo a esaurimento, senza più consentire neppure i passaggi di fascia nei quali si stanno risolvendo, per la gran parte, le valutazioni comparative di recente istituzione. Chi ha fatto in tempo ad entrare quest'anno, chi forse farà in tempo ad entrare l'anno prossimo avrà ancora modo di incrementare la prima fascia.

Ma saranno gli ultimi a godere di una simile possibilità.

Il "vero", anzi l'"unico" docente universitario, ove esso fosse attuato, diventerebbe infatti quello che, non a caso, viene chiamato "professore", senza ulteriori attributi: di fatto (e anche in termini retributivi) l'attuale professore associato, sostanzialmente bloccato nella sua fascia, che si configurerebbe, a quel punto, come il solo ruolo effettivamente attivato della docenza universitaria. Qualità scientifiche e entità del lavoro svolto non avrebbero alcuna possibilità di essere riconosciute e premiate. Con effetti evidenti sulle potenzialità scientifiche e quindi sul ruolo, inevitabilmente immiserito e declassato, dell'istituzione universitaria in quanto tale". L'abolizione del tempo definito, ma consentendo la libera professione, con il risultato che gli unici premiati economicamente dal provvedimento, almeno per i docenti di una certa anzianità, saranno proprio coloro che all'università meno lavorano. Una bella ricompensa morale a chi ha dedicato e dedica tute le energie lavorative all'università.

E non si citino le verifiche intermedie, che tuttavia noi appoggiamo di principio senza riserve; ma perchè queste diventino efficaci, bisogna che diano strumenti appropriati per renderle operative.

Una progressione economica in generale totalmente inadeguata all'assunzione di nuovi oneri e al superamento di ulteriori verifiche (almeno di principio) aggiunta all'ulteriore appiattimento del trattamento economico a un certo punto della carriera.

Qualcuno potrà obiettare che il disegno prevede la possibilità che una parte dello stipendio provenga dall'attività di progetti con l'esterno o con attività aggiuntive.

Ora nessuno vuole diminuire l'importanza di avere contatti con il mondo delle imprese e della professione (quando possibile), ma quello che è perverso e deprimente è che il ddl stabilisce il principio che parte dello stipendio va cercato all'esterno, o in attività aggiuntive al "pieno tempo" (ironia o contraddizione in termini), a meno di accontentarsi di uno stipendio largamente al di sotto, per i meritevoli, dell'attività svolta.

Infine la proposta di prevedere incentivi per le attività aggiuntive mediante criteri definiti con i sindacati introduce elementi di rischio per l'autonomia e libertà di ricerca e insegnamento, soprattutto tenendo conto che sarebbero oggetto di contrattazione anche "specifici obiettivi per l'attività del professore ".

Se poi si guarda all'esempio del CNR, dove la dominanza sindacale ha determinato la tipologia di organizzazione e dello sviluppo delle carriere, con una burocratizzazione demoralizzante, anche per la tipologia di valutazione, ancor più si capisce che l'intervento delle forze sindacali è da fuggire come la peste.

È con disegni di legge come questo che molti professori ancor giovani e brillanti ricercatori stanno già pensando e parlando di trasferirsi all'estero, per evitare di trovarsi intrappolati in un ruolo che non consente di svolgere la ricerca come si dovrebbe e addirittura irride a chi pensa di lavorare solo all'interno del'università. Per i più anziani non resta che l'amarezza e, pensiamo, un invito implicito ma fortissimo a ridurre la propria attività.

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