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Unità: Terapie d’urto per l’Università

Da un lato occorre affrontare immediatamente alcune scadenze urgenti, determinate in parte dai guasti provocati da chi lo ha preceduto, e su ciò si devono ottenere risultati concreti in tempi brevi; d'altro lato, occorre avviare azioni di ampio respiro, per modificare sia situazioni negative consolidate nel tempo, sia recenti deviazioni pericolose

05/06/2006
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l'Unità

Giunio LuzzattoCome per molti altri settori, anche per l'Università il nuovo governo dovrà muoversi su due piani. Da un lato occorre affrontare immediatamente alcune scadenze urgenti, determinate in parte dai guasti provocati da chi lo ha preceduto, e su ciò si devono ottenere risultati concreti in tempi brevi; d'altro lato, occorre avviare azioni di ampio respiro, per modificare sia situazioni negative consolidate nel tempo, sia recenti deviazioni pericolose.

Una scelta di metodo deve però accomunare gli interventi di pronto soccorso e quelli destinati a curare malattie croniche: la terapia deve essere preceduta da una diagnosi, e questa deve partire da un attento esame dei dati risultanti da analisi di laboratorio.

La metafora clinica può apparire lapalissiana, ma quando si tratta dei mali dell'università la procedura è spesso diversa: sparare affermazioni in parte false, in toto non documentate, dalle pagine culturali di un quotidiano a grande diffusione (ogni riferimento a Pietro Citati, 23 maggio su La Repubblica, non è casuale).

Quale esempio importante di dati disponibili può essere citata l'analisi sui 175.906 laureati 2005 delle 38 Università che aderiscono al Consorzio AlmaLaurea; si tratta del 60% circa del totale dei laureati italiani. L'analisi (www.almalaurea.it/universita/profilo) è stata presentata e discussa, pochi giorni fa, in un Convegno all'Università di Verona; l'attiva partecipazione al Convegno del neo-sottosegretario Nando Dalla Chiesa - alla sua prima uscita pubblica - va nella direzione, sopra auspicata, di un Governo che parta dalle analisi della realtà. Tra i molti dati presenti, l'attenzione va concentrata su quelli che si riferiscono al nuovo ordinamento universitario, con i titoli a due livelli (laurea; laurea specialistica).

Oltre metà dei laureati è ormai «nuova», e per oltre la metà di questi la laurea è stata raggiunta «in corso», cioè senza ritardi rispetto al triennio previsto; quattro anni fa, cioè per i laureati 2001, la percentuale in corso era del 10, 2%. La frequenza alle lezioni è nettamente aumentata (in questo caso non si tratta di un dato misurato, bensì delle risposte a un questionario): la percentuale di chi dichiara di aver seguito più del 75% dei corsi passa dal 57,3 al 72%.

Questi, e molti altri, elementi positivi non devono far trascurare talune indicazioni negative, né l'esigenza di approfondire le questioni sulle quali i dati mancano; ma, come ha detto a Verona Luciano Guerzoni, solo se si distinguono nettamente i diversi aspetti si possono individuare le cause di ciò che nella riforma didattica ha funzionato meno, e operare per rimuoverle. Per citare un solo esempio, in numerosi casi vi è stata una frammentazione degli insegnamenti: questa però dipende non dalla normativa nazionale sugli ordinamenti didattici (né, tanto meno, dal principio della doppia laurea, ormai adottata da tutta l'Europa con la parziale eccezione della sola Germania), bensì da una scarsa capacità, da parte degli organi di governo universitari, di imporsi rispetto alle pretese individualistiche di molti docenti. A riprova di ciò, in molti Corsi di studio - soprattutto di area scientifica - la parcellizzazione non vi è stata. Si pone perciò il problema di un efficace governo degli Atenei.

Preoccupazioni, fondate, vi sono rispetto alla qualità della formazione. Ciò non riguarda il «3+2»: è ovvio che le competenze di un laureato di primo livello saranno più limitate - come per i «Bachelor» di tutto il mondo - rispetto a quelle dei precedenti laureati di corsi di fatto quinquennali (o più). Riguarda invece (oltre alla questione delle competenze all'ingresso) gli effetti perversi di meccanismi di finanziamento centrati su parametri solo quantitativi, e in termini ancora più generali di logiche per le quali occorre «tenere il cliente»: spinte lassiste a promuovere con troppa generosità sono iniziate ben prima della riforma.

Bene ha fatto Paolo Prodi ( l'Unità del 28 maggio) a richiamare l'attenzione su queste deviazioni mercantilistiche, manifestate anche dalla affannosa caccia, da parte degli Atenei, a convenzioni e commesse private; ma anche qui occorre non confondere le cause. La riforma didattica non c'entra nulla; c’entra la carenza nel finanziamento della ricerca di base, sicché il ricorso a fondi destinati a ricerche applicate diviene una priorità (mentre esso, se fosse solo un complemento, potrebbe essere utile per favorire il rapporto tra università e sistema territoriale e produttivo); c'entra l'assenza di un corretto sistema di valutazione delle università.

Proprio l'istituzione di una Autorità indipendente a ciò preposta è, probabilmente, il principale snodo tra gli interventi urgenti e le soluzioni organiche: i primi non possono certo attendere i risultati dell'attività di tale istituzione, ma le seconde non possono essere validamente attuate senza la presenza di essa. I Ds hanno elaborato, al proposito, un preciso progetto, che va rapidamente portato a conclusione. Sulla questione specifica della valutazione della didattica, importanti sviluppi possono derivare anche dalle ricerche di gruppi di studiosi già operanti sul tema; negli stessi giorni dell'iniziativa AlmaLaurea, un Convegno della Facoltà di Scienze della Formazione di Torino ha presentato utili contributi.

Un'ultima considerazione: guai se la divisione in due Ministeri impedisse di guardare unitariamente alle problematiche del sistema educativo, globalmente inteso. In via immediata, lo scioglimento del nodo formazione/reclutamento degli insegnanti è a cavallo tra Università e Istruzione. Nella prospettiva più generale, l'idea ormai centrale di apprendimento per tutto l'arco della vita non consente segmentazioni rigide tra i diversi livelli.


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