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Unità-Cgil, Cisl e Uil, Ds e Margherita si separano dal corteo 'a senso unico'

Cgil, Cisl e Uil, Ds e Margherita si separano dal corteo 'a senso unico' di Enrico Fierro Di là, oltre il mare, a Ramallah, Betlemme, i soldati e la morte, la disperazione del terrorista suicida...

07/04/2002
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l'Unità

Cgil, Cisl e Uil, Ds e Margherita si separano dal corteo 'a senso unico'
di Enrico Fierro

Di là, oltre il mare, a Ramallah, Betlemme, i soldati e la morte, la disperazione del terrorista suicida e le vittime senza colpa. Di qua, a Roma, in un afoso pomeriggio di primavera, la pessima politica, quella che riesce a spaccarsi e a dividere anche quando pronuncia parole importanti come pace e solidarietà.
Due piccoli quadretti di una giornata da dimenticare. Piazza del Popolo, il palco è un tir zeppo di persone e di amplificatori giganteschi. Il microfono è nelle mani di monsignor Hilarion Capucci, patriarca greco-melkita di Gerusalemme: un movimento vivente, un uomo che ha fatto della causa palestinese la sua ragione di vita. Sotto Guido Lutrario, leader dei 'disobbedienti' romani, si agita: "Fatelo parlà, iniziamo". Dal palco: "Ma che 'cazzo' voi, chi sei, vattene". Monsignore è allibito, mentre - sempre da sotto il palco - un tipo si chiede: "Aò, ma er prete chi è?". Piazza della Repubblica, ore 14,30, squilla il telefonino di Nemer Hammad, rappresentante dell'Autorità palestinese in Italia, è Sergio Cofferati. Captiamo solo poche frasi dalle quali si capisce bene che "il cinese" sta spiegando all'uomo di Arafat le ragioni del ritiro dell'adesione della Cgil al corteo. Hammad è imbarazzatissimo, "è una brutta sorpresa - dice - ma ci rivedremo lunedì o martedì con i tre segretari dei sindacati. Peccato, abbiamo sciupato un'occasione, consideriamo questa manifestazione come un fatto romano. La prossima volta ci spiegheremo meglio e faremo le cose meno in fretta". E intanto vanno via i Ds, quelli della Margfherita, Cisl e Uil, i Verdi nicchiano un po', da Rimini arriva la "sconfessione" di Fausto Bertinotti e la Fiom di Caludio Sabbatini a metà corteo abbandona. A dividere, già dalla notte prima in un lungo incontro tra tutte le "anime" del movimento, slogan e modalità della manifestazione. Che doveva gridare un unico grande no ad ogni forma di terrorismo e di terrore, quello di Sharon, ma anche quello dei giovanissimi kamikaze palestinesi che si lasciano saltare in aria nei ristoranti e nei centri commerciali frequentati da civili israeliani. Anche il comizio finale doveva essere unico ed unitario. Tutto cambiato, tutto saltato, c'è chi ha voluto forzare la mano. Perché nella riunione di venerdì sera, qualcuno tra gli organizzatori si è detto contrario a pronunciare un netto no al terrorismo. Nessuna complicità, per carità, ma solo una lunga ed estenunate discussione sulla distinzione tra terrorismo e resistenza. Tra i morti che sono meno morti di quelli dell'altra parte. Discussioni sempre pericolose e sempre perdenti. "Ci siamo trovati di fronte ad una piattaforma diversa da quella iniziale - è il commento del segretario della Cgil di Roma e del Lazio, Stefano Bianchi, che a titolo personale ha sfilato in corteo fino a via Sistina - che per noi non era più condivisibile". Due popoli due stati, doveva essere questo lo slogan unitario della manifestazione ben stampato sullo striscione che avrebbe dovuto aprire il corteo. Ma dopo la rottura a prevalere sono altre parole d'ordine. "Israele assassina", c'è scritto su uno striscione colorato e le s sono stilizzate come quelle stampate sulle divise delle ss naziste. Senza memoria, troppo ingiusto, troppo brutto per unire. E poi quei ragazzotti che aprono il corteo con la kefiah a coprirgli il volto sotto braccio ad altri mascherati come kamikaze che urlano "Allah akbar", Dio è grande, con chiarissimo accento della periferia romana. "Noi auspichiamo che fin dai prossimi giorni si determinino le condizioni politiche e organizzative per nuove iniziative e mobilitazioni unitarie a sostegno del popolo palestinese e dei suoi diritti, primo fra tutti quello ad una patria libera, e dello Stato di Israele ad una piena integrità e sicurezza", si legge in una nota delle segreteria Ds, ma l'imbarazzo degli esponenti del partito della Quercia presenti a Piazza della Repubblica è più netto delle parole. "Un'occasione perduta. Purtroppo si è spezzato un equilibrio" dice Gavino Angius, capogruppo al Senato. "Siamo andati in Piazza Esedra e lì abbiamo appreso che Cgil, Cisl e Uil avevano ritirato la propria adesione abbiamo visto come si profilava la manifestazione, in particolare uno striscione con su scritto 'Contro il terrorismo dello Stato di Israele'. Ci è sembrata un'impostazione non condivisibile e non accettabile. Abbiamo preso atto del carattere radicalmente cambiato della manifestazione e siamo andati via, senza partecipare al corteo". Peccato. "Sono qui in nome della pace. Non mi voglio autocensurare perchè in piazza ci sono persone che la pensano diversamente da me". Oliviero Diliberto, segretario dei Comunisti italiani, non abbandona il corteo perché "voglio essere libero di manifestare contro il Governo Sharon e non per questo essere definito un antisemita". Neppure Paolo Cento, Verde e punto di riferimento dei no-global della Capitale, va via. Anzi. Fa da mediatore tra le diverse anime in piazza e tenta di mettere fine alle polemiche. La "testa" del corteo è dove ci sono Nemer Hammad e il Patriarca di Gerusalemme in esilio Capucci. "Questa è la nostra vera testa del corteo dopodiché rimarrà una frattura per alcuni aspetti è comprensibile , mentre per altri sarà spunto di riflessione. Certamente, non si può far finta che oggi non sia successo niente".
Il corteo riempie Piazza del Popolo, il microfono è ancora nelle mani di monsignor Capucci. Finalmente parla, e le sue parole severe fanno fatica a vincere sugli slogan urlati che parlano di altra morte, vendetta, di altre infinite sofferenze. "Basta con la guerra - dice l'uomo di religione - basta con le violenze, siamo tutti figli di Dio, il Dio che è pace e carità, e solo nella pace troveremo la gioia, tutti: ebrei e palestinesi". Due popoli, due stati.