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Una fase due anche in classe

Roger Abravanel

07/04/2020
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Corriere della sera
Roger Abravanel

In Italia si comincia a parlare di fase 2: sappiamo tutti che sarà graduale e che sarà necessario associare l’allentamento delle misure ad un sistema capillare di testing per rintracciare i contatti dei contagiati.

Lo hanno fatto in Corea e in Cina con una forte intrusione nella privacy e lo stanno facen-do in modo più tradizionale in Ger-mania e i risultati si vedono perché ci sono molti meno morti. Lo po-tremo fare anche in Italia, aumen-tando i test su un numero di casi che a maggio dovrebbe essere infe-riore. Nella fase 2, le aziende do-vranno continuare a fare uso di la-voro a distanza e nei luoghi di ag-gregazione a distanziare i clienti. A queste misure ci stiamo già prepa-rando quindi il problema per il mondo dell’economia e dei servizi sarà economico più che organiz-zativo. Ma c’è un settore importan-tissimo, del quale nessuno parla e le cui sfide organizzative saranno enormi: la scuola. Che occupa 8 milioni di studenti e un po’ meno di un milione di insegnanti e può influenzare indirettamente tutta la fase 2 del Paese. Oggi, quando si parla di scuola tutti pensano a co-me concludere al meglio quest’an-no: si potrà riprendere? Tutti pro-mossi? Ma i problemi della scuola, in Italia e nel mondo, non finiran-no a giugno. A settembre la mag-gioranza dei ragazzi, anche molti-plicando per 100 la stima degli at-tuali contagiati «veri», sarà ancora suscettibile a contrarre l’infezione. Studi cinesi dimostrano che i bam-bini contraggono il coronavirus, anche se in modo più lieve e spesso asintomatico. Le aule affollate riaperte tout court diventerebbero un veicolo micidiale di trasmis-sione e gli studenti si trasformeran-no in inconsapevoli untori, anche per i nonni che ricominceranno a occuparsi di loro quando i genitori riprenderanno a lavorare. E gli in-segnanti? Saranno esposti al con-tagio e i tradizionali problemi delle supplenze esploderanno. Questo gigantesco problema è stato rimos-so e chi parla di fase 2 non pensa al prossimo anno scolastico. Sotto l’aspetto del tracking di contagi non sarà molto diverso da altri set-tori. Ma, sotto l’aspetto organizza-tivo, la scuola non è come le azien-de che si riorganizzano continua-mente: per loro lo smart working forzato di oggi è una opportunità per ripensare il modo di lavorare. Per la scuola si tratta di un’enorme novità. Potremmo forse ammettere i ragazzi in classe a scaglioni tenen-do i banchi distanti. Gli altri do-vrebbero fare lezione a casa, ma ci vorrebbero mesi per risolvere i problemi emersi in queste settima-ne: dotazioni tecnologiche insuf-ficienti per scuole e famiglie senza pc, qualità della didattica remota estremamente variabile. La scuola, che da un secolo funziona allo stes-so modo (25-30 alunni per classe, 25 ore la settimana, la lezione fron-tale, le lavagne, la carta e la penna), ha pochi mesi per cambiare tutto, imparando dalle sperimentazioni di nuove tecniche di insegnamento ( flipped classroom , test online, col-laborazioni a distanza sui progetti) timidamente avviate negli anni passati e da 4 mesi di full immer-sion forzata. È un cambiamento epocale che richiede 1) linee guida da parte del Miur (per esempio sul distanziamento in classe) e un fondo di dotazione straordinario per le attrezzature IT in classe e per pc per le famiglie meno abbienti. 2) piani d’azione che devono essere preparati dai presidi delle singole scuole. Per un cambiamento di queste dimensioni i 5 mesi tra oggi e settembre sono un tempo brevis-simo. Non sprechiamoli illuden-doci che dopo l’estate tutto tornerà come prima.