FLC CGIL
Iscriviti alla FLC CGIL

http://www.flcgil.it/@3959212
Home » Rassegna stampa » Nazionale » Sull'opzione scuole chiuse ora è scontro nel governo

Sull'opzione scuole chiuse ora è scontro nel governo

Da Franceschini a Speranza, l’ala rigorista è pronta a rilanciare lo stop generale alle lezioni se entro 15 giorni i contagi non caleranno. Azzolina e Conte resistono

10/11/2020
Decrease text size Increase text size
la Repubblica

Emanuele Lauria

ROMA - L’impennata dei contagi, le decisioni “autonome” dei governatori, il caos delle ordinanze del Tar: davanti a una situazione che rischia di sfuggire di mano, nel governo prende piede l’ala “rigorista” pronta a invocare per la scuola misure uniformi, valide sull’intero territorio nazionale. Misure restrittive che, di qui a un paio di settimane, potrebbero concretizzarsi in una chiusura generalizzata. Il dibattito è ancora aperto, con la fiera opposizione della ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina e soprattutto del premier Giuseppe Conte, che non smette di far notare come in nessun’altra parte d’Europa l’attività scolastica si sia fermata. Ma nell’esecutivo è sempre più forte il pressing di chi ritiene che per venir fuori dal momento drammatico in cui il virus ha confinato il Paese bisogna rivedere anche l’assioma della scuola aperta a tutti i costi: a pensarla così, tra gli altri, il ministro della Salute Roberto Speranza e il collega dei Beni culturali Dario Franceschini, da sempre nel Pd sostenitore della linea dura.

Una cosa è certa: negli ambienti di governo ora ci si chiede se il nuovo modello dell’Italia divisa in fasce per disposizione statale sia compatibile con la facoltà dei governatori di adottare misure più restrittive. Anche e soprattutto per quanto riguarda la scuola. Oggi le lezioni in presenza sono previste solo fino alla prima media nelle zone rosse (Piemonte, Lombardia, Calabria) e fino alla terza media nelle altre arancioni o gialle, con una eccezione: nella Campania che rimane regione “gialla” vige ancora l’ordinanza del presidente Vincenzo De Luca che prevede la didattica a distanza nelle scuole di ogni ordine e grado: respinti i ricorsi al Tar contro il provvedimento. In Puglia la stessa misura, firmata dal governatore Michele Emiliano è stata sospesa dal tribunale amministrativo. Ma Emiliano non ha fatto un passo indietro. Anzi: «Evitate di mandare i bambini a scuola in presenza — ha detto ieri mattina ai suoi corregionali — Questo è più sicuro sia per i bambini che per la salute pubblica. Scegliete la Dad, e da casa — sia pure con tutti i limiti — cercate di fare il possibile, fino a quando i dati epidemiologici non scenderanno».

Ieri in Puglia la maggior parte delle scuole ha riaperto i battenti: ma nella sola Bari circa il 30 per cento degli alunni delle elementari sono rimasti a casa, percentuale che è salita al 50 per cento nelle medie. Ed Emiliano ha applaudito al caso di Melendugno, provincia di Lecce, dove le famiglie hanno tutte optato per la Dad e 750 studenti dell’istituto comprensivo hanno seguito le lezioni nella propria abitazione. Mosse che hanno scatenato l’ira della ministra Azzolina, che ha chiesto al governatore pugliese di ritirare l’ultima ordinanza con la quale sostanzialmente, pur in presenza di una pronuncia del Tar contraria alla chiusura delle scuole, si “giustifica” l’assenza dai banchi degli alunni. E’ intervenuto il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia, anche lui pugliese, per chiedere a Emiliano di modificare il provvedimento. In un clima che, raccontano fonti qualificate, è stato a dir poco acceso.

In questa appendice dello scontro fra governo e Regioni c’è la continua ricerca di un equilibrio fra le ragioni della salute pubblica e quella di un “normale” diritto all’istruzione. Azzolina ieri ha fatto un passo avanti, disponendo l’obbligo di mascherina in classe per tutti gli alunni dai 6 anni in su, Ma tutto ciò potrebbe non bastare a frenare l’epidemia. Ecco perché è ricominciato il braccio di ferro, dentro il governo, fra chi difende a oltranza il valore della scuola in presenza — Conte in testa — e chi invita a mettere da parte un approccio ideologico e a guardare il calendario: «Se le attuali misure restrittive non raffredderanno la curva dei contagi entro 15 giorni, non si potrà che chiudere le scuole», il messaggio recapitato a Conte da alcuni ministri di area Pd. Un altro bivio davanti al quale il premier non voleva giungere.