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Si sblocca la riforma dei dottorati

Il contesto con cui Manfredi deve confrontarsi da ministro lascia pochi dubbi. A fotografarlo è l’Istat con un’indagine ripresa nell’annuario statistico 2019

20/01/2020
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Il Sole 24 Ore

Eugenio Bruno

Un Paese che forma il proprio capitale umano e poi se lo lascia scappare dovrebbe essere di per sé preoccupato. Se poi, come capita all’Italia, a partire sono i più istruiti i timori dovrebbero addirittura aumentare. Prendiamo il caso dei dottori di ricerca, che rappresentano il top della scala formativa e che, nel giro di 12 mesi, hanno visto aumentare le fughe all’estero. Un quadro che il neoministro dell’Università, Gaetano Manfredi, conosce perfettamente vista la sua recente, doppia e pluriennale esperienza da rettore e presidente della Crui. Come dimostra la scelta, dettata anche da questioni di calendario, di porre tra i primi atti del suo dicastero proprio la riforma dei dottorati. In stand-by da oltre un anno, nonostante entrambi i suoi predecessori (Marco Bussetti e Lorenzo Fioramonti) ne avessero già avviato il restyling.

La fuga verso l’estero

Il contesto con cui Manfredi deve confrontarsi da ministro lascia pochi dubbi. A fotografarlo è l’Istat con un’indagine ripresa nell’annuario statistico 2019. In un contesto generale che vede lavorare il 93,8% dei dottori di ricerca del 2012 e il 93,7 del 2014, sono sempre di più quelli che decidono di lasciare il nostro Paese dopo aver conseguito il titolo. Tant’è che il 15,9% dei dottori del 2012 e il 18,5% dei dottori del 2014 dichiara di vivere abitualmente all’estero, percentuali superiori di 4,3 punti rispetto alla precedente indagine. In genere si tratta di talenti che partono a caccia di un’occupazione migliore rispetto a quella offerta dall’Italia.

I settori più gettonati

Gli sbocchi sul mercato del lavoro variano in base all’ambito disciplinare di appartenenza. A registrare l’occupabilità maggiore sono ingegneria industriale e dell’informazione (con il 98,3% a 6 anni dal titolo e il 96,3 a 4 anni) mentre più contenuti sono le chances offerte dalle Scienze politiche e sociali (qui l’occupazione dei dottori del 2012 scende al 90,7%). Nella maggior parte dei casi (24,1%) si tratta di posti all’interno delle università (51,1% con un contratto da dipendente e 36,6% con assegno di ricerca). A cui si aggiunge il 17,3% nel settore della pubblica amministrazione e sanità, il 17% in quello dell’istruzione e formazione non universitaria e il 13,6% in un istituto di ricerca pubblico o privato. A testimonianza di come le “porte girevoli” tra atenei e imprese non sempre funzionino a dovere.

La riforma in arrivo

La cattedra universitaria non può continuare a essere lo sbocco principale dei dottori di ricerca, a maggior ragione se dal 2007 a oggi le borse di dottorato - stando all’ultima indagine dell’Adi (associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani) - si sono ridotte del 43 per cento. Anche per questo nel decreto che Manfredi dovrebbe esserci il tentativo di valorizzare i dottorati innovativi, industriali e internazionali. Come del resto prevedevano le ipotesi di riforma che negli ultimi sei mesi sono state messe a punto dai suoi due predecessori, Marco Bussetti e Lorenzo Fioramonti. Salvo puntualmente arenarsi, la prima a causa della crisi del Governo Conte 1 e la seconda per le dimissioni dello stesso ministro.

In realtà, il provvedimento che è atteso a breve e che dovrebbe agli atenei di avviare in primavera il prossimo ciclo di dottorati a quanto pare raccoglierà più di un suggerimento di quelli contenuti nella “bozza” Fioramonti. A cominciare dall’introduzione del dottorato di interesse nazionale che potrà contare anche sui 10 milioni del Fondo di finanziamento ordinario che rientrano nella disponibilità del ministro. Stesso discorso per l’idea di promuovere i consorzi tra atenei (purché ognuno finanzi almeno una borsa di dottorato) e per la previsione che ogni docente faccia parte al massimo di due collegi (di cui uno interdisciplinare). Laddove rischia di restare sulla carta la proposta di portare a due le “finestre” per i bandi. Il ciclo di dottorato dovrebbe infatti restare unico. Sebbene aperto anche ai laureandi che completino gli studi prima della partenza dei corsi.