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"Sì alle mascherine in aula La febbre si misuri a scuola"

Il presidente della Federazione dei Pediatri:"Serve garantire il distanziamento Gli spostamenti vanno organizzati, dall'ingresso alla ricreazione, dalla mensa alla palestra"

26/08/2020
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La Stampa

Niccolò Carratelli

Roma

Sì alla mascherina a scuola, ma con buon senso. Paolo Biasci è il presidente del Federazione italiana dei medici pediatri, che rappresenta l'80% dei nostri pediatri di famiglia. «È logico che vengano definite delle regole, poi vanno applicate con intelligenza – spiega – ad esempio, che differenza c'è tra un bambino di 5 anni e mezzo e uno di 6 anni? Nessuna ovviamente, ma non è l'età la discriminante. Molto di più contano gli spazi disponibili, le possibilità di garantire il distanziamento, l'organizzazione degli spostamenti: in entrata e in uscita, durante la ricreazione, mentre si va in palestra o a mensa» .

In classe quindi non sono necessarie?

«Se si può mantenere la giusta distanza tra gli studenti, almeno un metro, meglio due, non serve indossarle per molte ore consecutive. Con i nuovi banchi monoposto e una diversa gestione degli spazi penso sia

possibile evitare l'obbligo. Vedremo cosa decideranno alla fine gli esperti ».

C'è chi ha detto che tenere troppo a lungo la mascherina sul volto possa provocare danni alla salute…

«Assolutamente no, non ci sono evidenze scientifiche, anzi è un'ipotesi che è stata più volte confutata. Pensate al chirurgo che tutti i giorni passa ore e ore in sala operatoria con la mascherina, senza danni o cali di prestazione. In ogni caso non credo che i bambini porteranno mai la mascherina per cinque ore consecutive».

Si discute molto anche dell'opportunità di far misurare la febbre a casa dai genitori, prima di portare i bambini a scuola. Che ne pensa?

«È positivo il coinvolgimento delle famiglie, una corresponsabilità sulla sicurezza sanitaria, a patto che la collaborazione da parte dei genitori avvenga in modo corretto. Credo, però, che saremmo tutti più tranquilli se la temperatura venisse misurata all'ingresso delle scuole da personale addetto, anche a costo di riorganizzare l'orario di entrata e perdere un po' di tempo».

Sembrano tutti d'accordo, invece, sulla necessità di recuperare la medicina scolastica, reinserendo una figura sanitaria a supporto di presidi e docenti...

«Sono fortemente contrario, sarebbe una inutile sovrapposizione di ruoli con noi pediatri. Un conto è prevedere, come è stato fatto, la presenza di un "referente Covid", che faccia da collegamento con noi e con le Asl competenti, segnalando i casi sospetti e aiutando nel tracciamento. Un altro è mettere un "piantone", un medico o un infermiere, non certo uno specialista in pediatra, che magari si mette a fare diagnosi approssimative e confonde i genitori. Ci siamo noi, abbiamo già dato ampia disponibilità durant

le fasi 1 e 2 del Covid, siamo pronti a farlo anche in questa fase 3».

Siete consapevoli che, con le scuole aperte e la stagione fredda in arrivo, la musica sarà diversa? C'è il timore di non riuscire a stare dietro a tutte le chiamate?

«Certo, le criticità aumenteranno, ma siamo abituati a reggere l'urto della normale influenza e l'impegno non sarà tanto diverso. Sul Covid non c'è da fare chissà quale diagnosi: se dal triage telefonico emerge un caso sospetto, chiediamo automaticamente il tampone e allertiamo il dipartimento di prevenzione. Anche perché siamo sempre noi a dover firmare l'attestazione per far riammettere il bambino a scuola e possiamo farlo solo con tampone negativo e fine dei sintomi».

Vaccinare i bambini contro l'influenza stagionale può aiutare?

«Sì, perché così eliminiamo il rischio di un'infezione virale che può comunque portare a varie complicanze e riduciamo i casi sospetti di Covid. Raccomandiamo la vaccinazione soprattutto nella fascia d'età 6 mesi-6 anni». —