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Scuola, la battaglia di tutti

di Michele Serra

27/09/2020
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la Repubblica

Sulla priorità della scuola nella vita sociale del nostro Paese non risulta esistano voci contrarie. Eppure questo unanime sentimento filo-scolastico non produce, e da molti anni, una risposta politica lontanamente proporzionale alla fortissima “domanda di scuola”. Probabile che questo accada soprattutto perché la formazione degli italiani futuri è il classico investimento a lungo termine, e la tragedia della politica dei nostri tempi, devastata dal marketing elettorale, è avere lo sguardo corto e il respiro mozzo, come se tutto quanto si fa, e non si fa, fosse da mettere a bilancio domattina. Non oltre.

Sta di fatto che questa domanda di scuola, nei lunghi mesi in cui gli italiani si sono barricati in casa assediati dal Covid, si è fatta ancora più forte.

Per evidenti ragioni (anche di promiscuità forzata) la mancanza di quel luogo “altro” rispetto alla famiglia e alle stanze di casa, e comune a tutti i bambini e i ragazzi, è apparsa, di tutte le decurtazioni, la più inaccettabile. Quella che, più di ogni altra, sembrava occludere la visione del futuro.

La didattica a distanza ha avuto una preziosa funzione d’emergenza ma ha se possibile ingigantito lo sgomento per la chiusura delle aule, delle palestre, dei cortili nei quali ognuno di noi è cresciuto e si è formato in compagnia dei suoi coetanei. Molto è stato scritto su quella vera e propria “seconda vita” che attecchisce nelle classi di scuola, nel rapporto con i docenti e in quello, insostituibile, con i compagni.

Proprio in quelle settimane è nato “in Rete”, su iniziativa di genitori e insegnanti in febbrile discussione, il Comitato per la Priorità alla Scuola, libera associazione via via ramificata in più di trenta città italiane, che ieri a Roma ha convocato una ambiziosa (relativamente alle ristrettezze sanitarie) manifestazione nazionale per chiedere quanto dice, in modo diretto, la sigla organizzatrice: priorità alla scuola, ovvero, ben oltre la faticosa ripresa post-Covid, investimenti economici, politici, didattici che diano un corpo “fisico”, riconoscibile, concreto, alla nebulosa di generica simpatia e affettuose promesse che la scuola pubblica italiana attende di verificare anno dopo anno.

Hanno aderito quasi cento associazioni (culturali, pedagogiche, ambientaliste, antirazziste, femministe, di immigrati, di insegnanti, di studenti, altre), a conferma di quanto importi, la scuola, a chiunque si occupi di società, di diritti, di cultura.

C’era poi, al completo, il quasi incredibile stuolo di sigle sindacali degli insegnanti, forse per la prima volta radunate nella stessa piazza. Era rappresentata la scuola nel suo insieme: professori, maestri, personale scolastico, studenti, genitori.

Poche ore prima il presidente del Consiglio Conte aveva detto che «l’Italia riparte se riparte la scuola», che non è un’ovvietà a patto che a un’enunciazione così netta faccia poi seguito un lavoro politico commisurato all’ampiezza dell’impresa: riparare le strutture e costruirne di nuove, adeguare gli stipendi (bassi) dei docenti e migliorarne la formazione, aprire un mondo ancora fondamentalmente analogico alla rivoluzione digitale, credere davvero che ogni quattrino speso per l’educazione dei nuovi cittadini (per la loro «elevazione sociale», avrebbe detto don Milani) sia bene investito. Approfittando, ovviamente, della cornucopia dei fondi europei di emergenza, sui quali comunque molti bisogni incombono.

Importa aggiungere, per capire quanto nevralgica sia la posta in palio, che la scuola è la sola esperienza sociale ancora comune a tutti. Sepolta la leva militare e ancora molto esile l’idea (magnifica) di un servizio civile di leva, la scuola dello Stato è il luogo, fisico, emotivo, “politico”, nel quale tutti devono passare e tutti passano. Le differenze di strutture, di corpo docente, di indirizzo sono palesi, ma non tali da vanificare il residuo, potentissimo significato nazionale e pubblico della scuola di Stato.

Potenziarla significa, né più né meno, rafforzare la Repubblica come casa di tutti. Indebolirla vuol dire consegnare al mercato anche l’istruzione, anche l’educazione di massa, come avviene negli Stati Uniti dove a censo superiore corrisponde istruzione migliore. La scuola pubblica italiana è forse l’ultimo vero presidio dell’uguaglianza, e anche per questo la piazza romana di ieri merita ascolto, e risposte.